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"Cancun: risponderemo con la mobilitazione alle imposizioni". Parla Katu Arkonada, attivista dei movimenti indigeni e sociali boliviani

(1 Dicembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

"Cancun: risponderemo con la mobilitazione alle imposizioni". Parla Katu Arkonada, attivista dei movimenti indigeni e sociali boliviani

foto: www.radiocittaperta.it

"Cancun: risponderemo con la mobilitazione alle imposizioni". Parla Katu Arkonada, attivista dei movimenti indigeni e sociali boliviani

Di Marco Santopadre, Radio Città Aperta
All’inizio del mese di novembre era a Roma, per partecipare ad alcune riunioni, l’attivista basco Katu Arkonada, boliviano di adozione e impegnato ormai da molti anni in attività di supporto e coordinamento dei movimenti indigeni e sociali boliviani. Ne abbiamo approfittato per fare il punto sulla situazione nel suo paese e in generale in America Latina.

Potremmo iniziare dalla tua esperienza con i movimenti sociali boliviani e di tutta l’America Latina. Ci interessa soprattutto comprendere la natura delle relazioni tra i movimenti sociali e i governi rivoluzionari e progressisti che negli ultimi anni sono giunti al potere nei diversi paesi del continente latinoamericano.

Io sono arrivato in Bolivia per collaborare con i movimenti indigeni ed in particolare con la Caoi, il coordinamento andino delle organizzazioni indigene. La cosa interessante in Bolivia è che, al contrario di altre situazioni della stessa America Latina, ci si trova di fronte ad un contesto dove non prevale un partito verticale che ottiene il potere. In Bolivia tutto nasce a partire dal 2000 con la guerra dell’acqua e poi continua nel 2003 con la guerra del gas, in cui i movimenti sociali e popolari sono riusciti a sconfiggere e letteralmente buttare giù governi corrotti e liberisti al servizio degli Stati Uniti e al loro posto hanno piazzato il primo presidente indigeno della storia del paese, Evo Morales.

Dopo la presa del potere, che in ogni paese ha avuto delle sue caratteristiche peculiari, attraverso quali processi si mantiene il legame, la relazione tra i movimenti sociali e le forze politiche al governo affinché quest’ultimo porti avanti il programma che condusse alla sconfitta delle classi dirigenti liberiste di cui parlavi prima?
L’America Latina sta vivendo momenti molto interessanti, certamente complicati come dimostra il recente tentativo di colpo di Stato in Ecuador. Ci sono i paesi che sono all’interno del coordinamento sovranazionale rappresentato dall’Alba: in questi le relazioni tra i movimenti sociali e indigeni da una parte e i governi sono consistenti. Ad esempio in Venezuela nonostante il radicamento e la forte strutturazione del partito al governo il presidente Hugo Chavez continua a mantenere e ricercare attivamente una relazione forte e diretta con i movimenti sociali non solo del suo paese ma di tutto il continente. Egli stesso ha proposto la creazione di un Consiglio dei Movimenti Sociali dell’Alba che sarebbe allo stesso livello del Consiglio dei Ministri dell’Alba, una specie di consiglio di consultazione che sostenga e orienti le decisioni dei presidenti dei paesi che formano l’alleanza. Il governo dell’Ecuador forse in questi mesi ha vissuto dei momenti difficili per essersi in parte allontanato dai movimenti sociali e dai popoli indigeni, che sono stati alla base della conquista del potere da parte di Correa; ci sono stati anche momenti di forte scontro. Poi c’è il caso della Bolivia in cui sul fronte politico opera il Mas, il Movimento al Socialismo, che non è un partito in senso classico ma una specie di conglomerato di diversi movimenti sociali e popolari con una forte base contadina, all’epoca incentrato sulle organizzazioni dei ‘cocaleros’ ma che negli ultimi anni si è allargato parecchio ad altri settori del mondo contadino, e sui popoli indigeni. Anche se attraverso un processo lungo e complicato in Bolivia la destra è stata sconfitta politicamente e militarmente, come ha dimostrato il successo del Mas alle ultime elezioni con la conquista dei due terzi dei voti. Ciò grazie all’integrazione a livello politico di movimenti sociali, popolari, contadini e indigeni che hanno dapprima conquistato il potere e ora sono entrati direttamente con i propri rappresentanti all’interno del Parlamento Plurinazionale ed hanno ottenuto anche Ministri e Vice Ministri. Certamente non è facile controllare le istituzioni, il potere, ed al tempo stesso soddisfare le richieste e le necessità che provengono dalla base sociale ma ciò penso sia possibile grazie alle relazioni strettissime che si mantengono con i movimenti popolari. In Bolivia si stanno adottando alcune delle tendenze economiche dettate dal Socialismo del XXI secolo ma adattandole ad un modello politico specifico che include anche la visione e la cosmogonia dei popoli indigeni.

Questa differenza che tu citi tra modello boliviano e modello venezuelano si concretizza in alcune misure o metodi di funzionamento particolari? Ci puoi fare degli esempi?
Occorre considerare le diverse tradizioni di lotta nei distinti paesi: in Venezuela tutto è iniziato con un tentativo poi frustrato di colpo di stato da parte dei militari progressisti contro il modello neoliberista e subalterno all’imperialismo, che poi sfociò nella creazione di un movimento politico che tentò la via elettorale e nel giro di poco tempo ottenne la vittoria, con il Movimiento V Republica che riunì e coordinò tantissimi quadri politici portando poi alla formazione del PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela che è una struttura relativamente classica di partito. In Bolivia già con la vittoria nella guerra dell’acqua si capiva la direzione che avrebbe preso il processo di liberazione con la confluenza di settori estremamente diversi: organizzazioni contadine, popoli indigeni di diverso tipo e tradizione, cocaleros, classi medie, studenti, minatori ecc, attorno alla battaglia contro la privatizzazione dei beni comuni ed in questo caso dell’acqua. Poi tre anni più tardi i movimenti si impegnarono nuovamente nella guerra del gas per impedire che il governo svendesse agli Stati Uniti a prezzi irrisori l’unica risorsa naturale del paese. Una lotta dura che costò decine di morti: solo nella battaglia di El Alto nel 2003 ci furono più di 70 morti. Nell’ottobre del 2003 le rivendicazioni dei movimenti sociali, indigeni e popolari erano fondamentalmente due: nazionalizzare i beni comuni e le risorse naturali e convocare un’assemblea costituente. Entrambe le rivendicazioni sono state soddisfatte, nazionalizzando sotto il controllo delle stato le risorse naturali e soprattutto convocando un’assemblea costituente nella quale i movimenti sociali hanno avuto un ruolo importantissimo, determinante. Per la prima volta abbiamo visto deputati provenienti dai popoli indigeni e dai movimenti sociali che mai avevano avuto accesso alle istituzioni e che addirittura sono stati coinvolti nella scrittura della nuova carta costituzionale. Il tutto attraverso un legame con gli stessi organismi sociali e sindacali che firmando un Patto di Unità hanno in qualche modo accompagnato e sorvegliato l’azione dei costituenti.
Abbiamo assistito ad un dibattito, ad un confronto serrato e aperto durato più di un anno e mezzo che ha portato alla scrittura di una carta costituzionale che raccoglie buona parte delle aspirazioni storiche dei movimenti sociali e dei popoli indigeni. Si va dal riconoscimento delle autonomie culturali e politiche dei popoli indigeni fino all’abbozzo di un modello economico nuovo che riconosce e valorizza, oltre all’economia privata, anche l’economia statale, quella cooperativa e quella comunitaria.
Io credo che la Costituente rappresenti la dimostrazione concreta della relazione organica tra movimenti e potere.

Su cosa è puntata l’attenzione dei movimenti sociali e delle organizzazioni progressiste ora in Bolivia? Cosa c’è in agenda?
Abbiamo un appuntamento immediato, il vertice di Cancun di inizio dicembre, il Cop16 il negoziato sui cambi climatici organizzato dall’ONU: già dall’anno scorso la Bolivia, insieme ai paesi dell’Alba come il Venezuela e Cuba soprattutto e quelli riuniti nel G77 più la Cina, stanno portando avanti delle rivendicazioni forti e precise. Lo sta facendo il presidente Evo Morales in prima persona ma in accordo totale con i movimenti sociali di tutto il continente; nell’ultimo anno quasi tutte le organizzazioni sociali e popolari hanno tenuto i rispettivi congressi ed hanno rinnovato i propri gruppi dirigenti dopo che alcuni di quelli precedenti sono entrati nei parlamenti e nei governi dei vari paesi. Un processo interessante che però rischia di indebolire le organizzazioni popolari che perdono in questo modo dei quadri politici e degli attivisti importanti che quindi vanno sostituiti degnamente. Per quanto riguarda i temi in discussione a Cancun i negoziati previi che si sono tenuti in precedenza non sono andati per niente bene e noi ci aspettiamo che si ripeta l’imposizione da parte dei paesi dominanti che abbiamo già visto a Copenaghen e quindi i movimenti sociali stanno organizzandosi per rispondere con mobilitazioni di vario tipo. Abbiamo realizzato una base, una piattaforma comune rappresentata da ‘l’Accordo dei Popoli’ varato nell’incontro di Cochabamba dell’Aprile di quest’anno. A Cancun parallelamente al vertice ufficiale ci saranno anche dei Forum alternativi organizzati dai movimenti con il sostegno e la collaborazione dei governi progressisti. Naturalmente i movimenti del Sud America stanno lavorando a stretto contatto con le organizzazioni e i movimenti popolari messicani e con la Via Campesina non solo per quanto riguarda l’America Latina ma anche il resto del pianeta per poter rispondere in maniera forte ai governi dei paesi dominanti che pretendono di imporre il loro punto di vista. Si sta lavorando anche all’interno dell’Alba per creare e cominciare a far funzionare il prima possibile il Consiglio dei Movimenti sociali di cui parlavo prima, in un primo momento coinvolgendo Cuba, Venezuela e Bolivia per poi allargare questo organismo anche a tutti gli altri paesi dell’alleanza come Ecuador, Nicaragua ecc.
Pochi mesi fa i movimenti sociali di tutto il continente hanno avuto la possibilità di confrontarsi e scambiarsi informazioni all’interno del Forum Sociale delle Americhe che si è svolto in Paraguay, nel quale i rappresentanti boliviani hanno cercato di spiegare ai rappresentanti degli altri paesi la filosofia del ‘vivir bien’ che rappresenta ormai un modello di civilizzazione alternativo al capitalismo e alla modernità. C’è sempre più curiosità in America Latina per l’esperimento boliviano e quindi i rappresentanti del governo e dei movimenti sociali e indigeni boliviani stanno cercando di diffondere questo paradigma e di ripensare quindi una serie di dogmi e concetti.

Radio Città Aperta - Roma

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