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Iraq

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(12 Agosto 2010) Enzo Apicella
Dopo numerosi rinvii, sembra che gli Stati Uniti rispetteranno i tempi previsti per il ritiro delle truppe dall’Iraq

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(Iraq occupato)

Note critiche sull'antiamericanismo

Per il rilancio del movimento globale contro l'imperialismo

(19 Novembre 2003)

La manifestazione antiamericanista,

indetta inizialmente per il 6 dicembre e ora spostata al 13 dal Campo Antimperialista, contro l'occupazione anglo-americana dell'Iraq e a sostegno della resistenza che ivi si rafforza ogni giorno di più, dovrebbe, a nostro avviso, rappresentare l'occasione per una seria riflessione, piuttosto che la miccia per la solita rissa "gruppettara".

Questo auspicio non viene esternato con l'assunzione di un comodo punto di vista equidistante, anzi diciamo subito onestamente che noi a quella manifestazione non prenderemo parte, proprio perché siamo impegnati nella lotta contro gli imperialismi e nella difesa di chi da questi viene oppresso e ormai, di nuovo, anche martoriato.

No! Noi non inveiamo contro quella manifestazione, perché bypassa la tradizionale distinzione tra destra e sinistra e quindi accetta anche la presenza di un comunitarismo di destra provenienza. E' politically correct il filosofo Costanzo Preve, sostenitore della predetta manifestazione, quando asserisce che, se si assumono gli Usa come il pericolo principale, meglio vale dialogare con un comunitarista di destra (purché non razzista e comunque inequivocabilmente critico del genocidio degli ebrei), tenace oppositore contro l'aggressione ai Balcani e all'Iraq, piuttosto che con il sinistro D'Alema promotore o simpatizzante di quelle aggressioni. E questo è solo un esempio di una lunga serie che dimostra quanto sia oggi sbagliato assumere paradigmi identitari formali ormai pertinenti ad una precisa parentesi storica. Si, neanche a noi interessa un antifascismo a sproposito, con l'aggravante di prestarsi inconsapevolmente a manovalanza della simil-sinistra liberalizzata. Volendo anche noi compiere un gesto provocatorio di iconoclastia, sulla torre di Pisa, tra D'Alema e Alain De Benoist sceglieremmo di buttare giù D'Alema (il che - per chi ci conosce - non significa alleanza con il "nemico secondario"). Del resto, anche Antonio Negri veniva annunciato a Napoli circa un mese fa , su un manifesto, come conferenziere accanto al "deprecato" filosofo francese.

I critici della manifestazione del 6 dicembre

Prima, però, di esprimere le ragioni pacate e di ordine politico, del nostro dissenso da quella manifestazione, ci corre l'obbligo di evidenziare un'ovvietà, che altri dissenzienti fingono di non vedere, perché accecati dal solo odio teleologico contro i trasgressori del rassicurante tabù identitario: dopo la grandiosa manifestazione mondiale del 15 febbraio contro l'aggressione all'Iraq e qualche altra successiva mobilitazione di minore consistenza non c'è stato semplicemente più niente in Italia e nel resto dell'Europa continentale. E non c'è stato più niente nonostante quella "moltitudine" di 110 milioni di persone non avesse attenuato la sua contrarietà alla guerra ed in particolare a quella aggressione (al riguardo, si vedano i drappi arcobaleno tutti lasciati ostinatamente ai loro balconi). Tale impasse del movimento ha sicuramente a che vedere con la presa d’atto che nonostante i numeri messi in piazza non si è riusciti a bloccare la guerra. L’aver impattato con l’enorme disparità di forze messe in campo dall’avversario, non ha prodotto tanto un senso di sconfitta e di disperazione, ma sicuramente la necessità di riconsiderare come proseguire in maniera più efficace la propria opposizione contro la strategia della guerra infinita. Vero è però che le stesse organizzazioni formali o informali che hanno funzionato da momento di coagulo delle varie iniziative del movimento sono rimaste paralizzate e assenti sul terreno di proposte che potessero dare continuità e visibilità alla contestazione contro l’invasione dell’Irak.

Eppure l'occupazione statunitense resta là con tutta la sua ferocia, al di là di ogni ragionevole dubbio vista dal 99,9% degli irakeni come una occupazione di stampo terroristico e neocoloniale, e perciò contrastata con le armi in pugno, anche di gran lunga oltre le pur immaginabili aspettative.

Per dirla tutta, la politica e la neo-politica, invece di recepire il segnale prognostico, la "debole forza messianica" - avrebbe detto Walter Benjamin -, proveniente dai 110 milioni di manifestanti, si sono prodigate piuttosto in uno sforzo tutto teso ad individuare solo la debolezza di questa "massa" di gente, partendo dalla scoperta dell'acqua calda: "è stata incapace di fermare l'aggressione!". E da qui, assunta la "debolezza" come alibi o per piangersi addosso, l'affannosa rincorsa al recupero della vecchia real politik, inaugurata - si fa per dire - dal solito Tronti, che con l'aria compassata e saggia del grande tattico, reduce da fulgenti e notorie vittorie, apostrofava i suoi ancora devoti ex-discepoli con residui pruriti movimentisti: «contro il nuovo Golia non c'è stato e non ci sarà un nuovo Davide capace di abbatterlo con la rudimentale fionda dei buoni, sentimenti». E giù tutti a rincorrere questo novello Napoleone delle stanze dei bottoni, nonostante che i suoi esercizi esoterici per il cambiamento del PCI prima e dello Stato keynesiano poi avessero sortito il grandioso in-effetto del Ds e dello Stato liberista. Sicuramente non potendo aderire alla lettera al suo patetico cinismo, ma accogliendone la sostanza, è stato lanciato il seguente ultimatum, che prima riassumiamo con le nostre parole: "il movimento pacifista deve superare la fase dei buoni sentimenti, dell'opposizione di principio, della sua insistenza alla lotta globalista; deve sbarazzarsi delle anime belle e fare politica, individuando alleati istituzionali, capaci e "armati" per fronteggiare il nuovo mostro divoratore rappresentato dagli Usa". In altri termini, questo fare politica non significa, per il movimento, individuare strumenti propri, autonomi, per rendere più efficace la propria iniziativa, mala ricerca di una forza esterna.

Ma, riportiamo alla lettera le parole dei neo-convertiti alla saggezza politica, per evitare di essere accusati di aver preso una cantonata ermeneutica su difficili testi letterari.

«Si tratta di liquidare la Nato come residuo di un passato atlantico che oggi non ha più senso. Il che vuol dire progressivo sganciamento degli apparati militari europei dagli Usa e quindi una politica comune di difesa europea. Si tratta di uno scenario che potrà apparire fantasioso, oltre che problematico, ma che è l'unica garanzia contro lo strapotere Usa [...] Ripensare una politica europea della difesa significa, non solo porre il problema delle spese militari, ma anche quello del controllo democratico della difesa. A qualche anima bella di sinistra questo discorso potrà non piacere, ma l'alternativa non è tra la pace tout court e la guerra, bensì l'inesistenza politica e strategica e quindi la subordinazione alle scelte di guerra altrui». Ad esprimersi così, nell'ultimo capitolo del suo libro "Polizia globale" è Alessandro dal Lago, sociologo di spicco, apprezzato in passato anche da noi, per le sue analisi antiautoritarie a difesa delle devianze sociali.

«Molti critici della globalizzazione - così come i movimenti sociali cui essi si riferiscono [...] tendono a respingere ogni nozione adeguata di politica e a combinare, come in alcune letture di Marx, la totalizzazione teorica dell'osservazione del movimento storico, cioè la globalizzazione egemonica, con la denigrazione della politica o della stessa possibilità della politica di fronte a questo andamento [...] Nell'ambito dei movimenti critici della globalizzazione, c'è ancora poco interesse per la necessità della forma politica, e in ogni caso troppo scetticismo sulla possibilità che questa forma possa essere trovata in Europa. Invece tra i governi europei, anche quelli di centrosinistra europeisti, c'è troppo poca consapevolezza critica non già della necessità di un'Europa, ma della necessità di una specifica Europa politica che affronti in modo efficace la nostra attuale condizione globale. Secondo il nostro punto di vista, solo facendo incontrare questi attori in un dibattito su una simile Europa politica è possibile che aumenti la probabilità di avanzare questo obiettivo». In tal senso, si sono espressi, nell'introduzione all"'Europa politica", Friese, Negri e Wagner, il secondo dei quali non ha bisogno di presentazione anche per i suoi trascorsi teorici antistatalistici.

Abbiamo scelto di riportare ampi brani di autori fino a ieri noti per le loro posizioni extraistituzionali per mostrare quale motore si è inceppato: se quello del movimento o quello di coloro che avrebbero voluto esserne le espressioni più audaci. In tal senso vi abbiamo risparmiato le posizioni di RC, sia nella variante "movimentista" sia nella variante più roboantemente antimperialista: queste ultime, per il lettore, non rappresentano alcuna sorpresa talmente sono precostituite da rappresentarsi perfino un obbligo morale indiscutibile e aprioristico... come il classico prezzemolo su ogni minestra.

In tutti i discorsi sopra riportati, il comune denominatore è che la politica efficace può essere prodotta nei partiti già organizzati e nelle istituzioni (da contaminare - va da sé - con iniezioni di movimento), senza che di queste forze si dia la minima prova concreta e argomentata (quindi controllabile con procedimenti razionali) della loro efficacia e idoneità strutturale, al fine di raggiungere gli obiettivi posti. Prova, peraltro, in questo tornante storico che sarebbe stata tanto più doverosa, se si considera che tali forze, di fronte all'aggressione americana:

- sono state largamente e vistosamente più impotenti del movimento, tant'è che se qualche starnuto hanno fatto, lo hanno fatto proprio per la pressione del movimento;
- sono state largamente diffidenti verso il movimento, se non ostili;
- sono state sempre pronte a venire a patti con l'aggressore.

La falsa alternativa alla manifestazione antiamericanista

E così, anche il fior fiore dell'antistalinismo e dell'antistatalismo, dell'antipoliticismo, del rinnovamento libertario del marxismo, dei dissacratori dell'ottimismo positivista e progressista, degli acerrimi nemici del frontismo asfissiante e organicista, dell'interclassismo, dei medici di tutte le pestilenze del novecento assunte anche dalla sinistra, si è ritrovato a trastullarsi con la trita e ritrita filosofia del nemico principale o nemico peggiore e quindi della necessità di allearsi con i nemici più deboli o comunque non propriamente cattivi. Insomma, dopo tanto fumo teorico, innalzatosi oltre la cima dell'Everest, noi impazientemente in attesa di straordinarie novità politiche, per mettere finalmente in scacco l'avversario, abbiamo visto spuntare il solito topolino... tattico: fronte popolare, pudicamente velato dal lessico post-modernista, sul versante interno, fronte popolare con il capitale progressivo all'esterno. Abbiamo usato il verbo "trastullarsi", perché i nostri "tattici", a differenza del grande Baffo e a somiglianza del loro amico Rodomonte dell'Ur-politica, possiedono coefficienti di forza, sul terreno nuovo prescelto, quasi vicino allo 0,0... pardon, allo 0,44%.

Essendo, dunque, venuta a mancare qualsiasi iniziativa di movimento per rincorrere la luna nel pozzo della Politica, ha acquistato visibilità l'iniziativa del piccolo Campo Anti-Imperialista, contro il quale si vorrebbe rimediare con improperi e scomuniche, che spesso però, quando si avventurano sul terreno di qualche esplicitazione, sono più equivoche della predetta iniziativa. Tale è il caso di chi ha ritirato l'adesione, dichiarando che il suo impegno antimperialista non mira a riportare Saddam al potere, cioè usando un miserabile pretesto dalemiano per giustificare la sua attuale, di fatto, passività perfino contro la semplice occupazione americana: perché no, anche questa semplice lotta, senza appoggiare la resistenza all'occupazione, potrebbe fare il gioco di Saddam. Altrettanto vale la presa di distanza di chi sostiene di essere impegnato in altri e più urgenti battaglie per dare vita ad un caldo e conflittuale autunno sociale.

Di fronte a queste imbarazzate prese di distanza, più o meno colorate dalle ingiurie del classico armamentario, con l'aggravante che, gira e rigira con o senza mal di pancia, poi con D'Alema si finisce sempre per sfilare, il Campo Antimperialista si fa ancora più forte, mostrando ad un'area sempre più ampia, che pure sarebbe disposta a scendere in piazza per dare continuità alla propria opposizione alla guerra, la pretestuosità dei suoi critici e le buone ragioni della manifestazione del 6 dicembre: l'unica che mostra una qualche conseguenzialità, tutto il resto essendo chiacchiere, vaniloqui da salotto, o argomentazioni ipocrite di un consumato gesuitismo.

Qualche nostro punto di vista

Noi, anche se non contiamo niente, ci prendiamo il diritto di parola per sostenere che il movimento culminato il 15 febbraio deve essere sollecitato subito a ridiscendere in piazza. Certo con una considerazione dei suoi limiti e con la consapevolezza delle difficoltà reali a tornare in campo, ma non per sostituirli con il Santo Graal, quanto per superarli al suo interno, sul suo terreno e senza scorciatoie politicistiche. Anche, se inizialmente, questa considerazione dovesse lasciare a casa qualcuno. La nostra critica alla manifestazione del 6 dicembre parte proprio da qui, giacché anche i suoi promotori, con motivazioni apparentemente diverse da quelle sopra sintetizzate criticamente, sono ancor più severamente liquidatorii del movimento suddetto. Alcuni di essi sono addirittura beffardamente ostili, assumendo un punto di vista che pretende, con larga infondatezza, di essere realista e conseguentemente anticapitalista.

Quindi, non partiamo da noi, ma partiamo dall'unico punto realistico che non può non essere che il movimento reale. Il punto può essere controverso, speriamo però senza lezioncine astratte, che assumono a paragone i momenti rivoluzionari più alti, per liquidare cotanta "schifezza". In concreto, questo movimento, per quanto ancora debole e attraversato da molte contraddizioni e illusioni, un dato certo ce lo ha consegnato: è stato assunto come ostile da quelli che l'aggressione l'hanno perpetrata, è stato criticato per la sua intransigenza (sull'oggetto controverso) da quelli che volevano mediare con gli aggressori, è stato criticato dai "pacifisti" istituzionali, ora viene criticato anche da alcuni suoi leaders aspiranti realpoliticistici. Allora ci si permetterà di dire che questo movimento reale, se non altro per la sua ampiezza, espressasi anche laddove i partiti oppositori di sua maestà non contano più niente, non può essere assimilato a massa di manovra per essere poi incanalato chissà dove: l'unica manovra che può riuscire - e ovviamente può riuscire - con questo enorme movimento è quella di stancarlo, mandarlo a casa. Per certe manovre ci vogliono nuovi movimenti, già nella loro genesi eterodiretti.

Per essere più chiari, noi non concordiamo con chi sostiene che esso era strutturalmente destinato a rifluire. Se non si vogliono dire delle banalità, nel senso che tutto è destinato a rifluire, è evidente che gli scettici su questo movimento intendevano e intendono asserire, secondo un qualche modello di espressione del vero antagonismo, che il movimento contro l'aggressione all'Irak si sarebbe espresso largamente al di sotto di quel modello. Peraltro, quante volte abbiamo ascoltato oratori antagonisti che lo paragonavano, a seconda delle scuole ideologiche, alla Comune di Parigi, alla gloriosa rivoluzione russa, al movimento contro l'aggressione al Vietnam, e, perché no?, alla resistenza? A questi grandi storici, però, evidentemente sfugge che i paragoni vanno fatti non su eventi incommensurabili, ma su quelli che presentano un qualche grado di omogeneità.

Orbene, andiamo a vedere che cosa accadde prima della guerra franco/prussiana: non ci fu alcun movimento preventivo contro la guerra. Andiamo a vedere cosa successe prima della I guerra mondiale: ci fu una grande opposizione (delle sole masse socialdemocratiche), quando ancora non era sicuro che la guerra sarebbe scoppiata; nell'immediata vigilia, le piazze divennero deserte e tutti i socialdemocratici, con la sola eccezione di Liebknecht, votarono in pratica a favore della guerra: Rosa Luxemburg, quando andava a tenere i comizi nelle piazze, non veniva neppure blandamente applaudita da tiepidi e cattolici pacifisti, veniva fischiata. In Russia, nada de nada. Qualcosa in Italia, per il resto come sopra. Anzi se vogliamo dirla tutta, le masse si orientarono anche prima della guerra verso lo sciovinismo. Cosa accadde alla vigilia della II guerra mondiale? No comment.

E veniamo ora al mitico movimento contro l'aggressione al Vietnam, il più gettonato. Ebbene, è stato il più grande movimento pacifista. Ma ricordiamoci bene: non è iniziato prima della guerra, bensì quando arrivarono negli Usa le prime bare. E ricordiamoci meglio: non ha portato mai in piazza le masse profonde, ma solo quelle politicizzate anche se in gran numero.

Dunque, diamoci alcuni compitini per la sera: come mai, per la prima volta nella storia dell'umanità, la gente, sia pure non per fare la rivoluzione, scende in piazza contro la guerra prima della guerra stessa e non aspettando le prime bare?

- come mai la gente che prima se ne stava qualunquisticamente a casa. questa volta è scesa in piazza, non per compiere un atto eroico certo, ma è scesa?

- come mai sono scesi in piazza nello stesso giorno 110 milioni di persone in tutto il mondo, senza il ruolo determinante dei partiti e neppure dei loro leaders improvvisati?

- come mai, per la prima volta, gente appartenente a tante diverse aree geografiche, senza neppure che ci fosse un'"internazionale", si è sentita improvvisamente parte della stessa umanità?

- come mai, in alcuni paesi, gente così "normale" e timorata di dio, è scesa comunque in piazza pur sapendo che una parte dei manifestanti si sarebbe scontrata con la polizia (Spagna, Usa, Australia, per fare alcuni esempi)?

Al momento, pur nella constatazione del riflusso di piazza a seguito della sua impotenza a fermare l'aggressione di marzo, ci sentiamo di concordare, nella sostanza, con chi (A.Illuminati) ha detto che:

«La stessa impotenza di quella protesta la rende inscalfibile. Un'accozzaglia di drappi e colori che rinvia a una moltitudine di singolarità irriducibili. Qualcosa che non si condensa in prestazioni effettuali visibili ma al rovescio non si deprime per la sconfitta. Non sfonda e non si abbiocca».

Si abbiocca invece chi si aspettava, peraltro sapendo di sognare, un altro Vietnam. La base di questo movimento, come è emerso da varie inchieste, non se l'aspettava e quindi non si sente per questo delusa. Ha solo per il momento indietreggiato di fronte alla maggiore potenza del suo avversario.

Peraltro, se vogliamo completare il quadro, dobbiamo aggiungere che il riflusso non ha neppure assunto un carattere generale: a Londra ancora qualche mese fa sono sfilate 100 mila persone, negli Usa in varie città altre 100 mila su appello di "Answer". E mettiamo nel conto le manifestazioni di Evian, caratterizzate da duri scontri con la polizia; la manifestazione di Cancun; quella di Roma di nuovo caratterizzata da scontri con la polizia. In un contesto che ha visto la sollevazione popolare in Bolivia contro la svendita agli Usa del gas, e l'eroicissima (come altro la dovremmo definire, vista l'enorme sproporzione di forze?) resistenza irakena.

Qualche cretino, in preda a delirio di onnipotenza, basato ovviamente sulla retorica sloganistica sostenuta da una "massa" di decine di persone (ecco l'efficientismo di un certo rivoluzionarismo, a disdoro dell'impotenza di 110 milioni di manifestanti), ha voluto leggere nelle nostre posizioni l'attribuzione al movimento di posizioni già antagoniste. Il lettore intelligente non ha bisogno di altri chiarimenti sulla necessità, che noi preconizziamo, di un lungo cammino, scandito anche da salti, per arrivare a tali posizioni. Difficile dire come si darà la battaglia in questa direzione, una cosa è però indiscutibile per noi, se volete, come un a priori: questa battaglia non si darà fuori e contro il movimento reale (quello che presenta i coefficienti, anche minimi, di dissenso rispetto alle scelte dominanti con i loro codazzi), e soprattutto non si darà con la "costruzione" di un movimento da parte delle "avanguardie". E questo vale per sempre, indipendentemente da questo movimento. Alla sciocchezza di voler costruire i movimenti "al tavolino" non è arrivato mai nessuno, neppure il più delirante esaltatore della teoria del "Che fare?". E forse sarebbe proprio il caso, prima di partire affrettatamente nella liquidazione di questo movimento, nella speranza di trovarsene un altro più radicale, che si riflettesse sul fatto che, dal 15 febbraio in poi, a criticare questo movimento stesso sono maggioritariamente stati tutti i nuovi canditati all'arte della mediazione politica istituzionale.

Dunque, il primo motivo della nostra non partecipazione alla manifestazione del 6 dicembre è rappresentato dal fatto che questa si contrappone al movimento finora espressosi e si contrappone senza poter contare su un altro movimento reale, pur potendosi avvalere di turbamenti, anche legittimi, di soggettività politiche. Essa vuole costruire un altro movimento. E fondatamente, dal suo punto di vista, si contrappone perché avverte che quanto sedimentato fino al 15 febbraio non si è ancora disperso: vi si contrappone, dunque, perché non lo ritiene solo parziale, debole, contraddittorio, ma perché lo ritiene sbagliato, un ostacolo in sé ed evidentemente al di là di quelli che lo avrebbero diretto e/o orientato. Conclusione questa inevitabile, se vogliamo dare coerenza logica a quanto diciamo e facciamo, al di là di qualche frase diplomatica di circostanza.

Significa questo che non si debba mai partecipare a manifestazioni di minoranze politiche? Certamente no! Purché queste presentino, però, almeno quelle chiarezze che non avrebbero i movimenti o le rappresentanze politiche di questi.

Ma quali sono i fondamenti teorici/politici dei sostenitori dell'antiamericanismo?

Ora, senza girarci intorno e venendo a questa manifestazione, vediamo quali sarebbero le sue chiarezze contro gli equivoci dei "pacifisti" e dintorni. Al riguardo, siamo costretti di nuovo a citare Costanzo Preve, secondo il quale nel movimento "no war" sguazzerebbero a loro agio personaggi disposti al compromesso con i D'Alema, il capitale e gli Usa. Insomma, gente che si prodiga solo in un impegno antiliberista, ma non nell'antimperialismo conseguente, che non può non essere anticapitalistico.

Magnifico! Ma vediamo cosa propone il critico del Negri, che è attualmente approdato alla conclusione secondo cui l'egemonismo statunitense è il pericolo da battere, anche a costo di allearsi con le aristocrazie imperiali (leggi la Francia di Chirac) e perciò passando per la costruzione di un'Europa sociale, senza barriere e con confini sempre dilatabili, un'Europa che non punti ad armarsi e che invece riconosca piena cittadinanza a tutti i migranti e il reddito garantito per affrontare il lavoro flessibile.

Costanzo Preve è un altro di quegli autori molto radicali nella critica del capitalismo - una critica liberatasi anche di alcune pesantezze del vecchio marxismo. Egli arriva a definire l'Urss una variante del capitalismo, per certi versi peggiore per via del lavoro forzato, definisce tutta l'attuale sinistra istituzionale come sinistra del capitale e alcuni membri dell'estrema sinistra come "infiltrati" del capitale (dove, se il movimento finora severamente criticato da lui sarebbe più o meno coerente con le posizioni di detti membri?). Fornisce un'analisi del fascismo non molto dissimile da quella di Bordiga, anche se si vergogna di dirlo per mantenere un legame con l'idealismo gramsciano. Conclude brillantemente sul fatto che il novecento rappresenta la sconfitta della politica (nelle varianti nazista, socialdemocratica e stalinista) che voleva dominare l'economia. Poi, ricominciando il discorso ci annuncia che i risultati della ricerca teorica non possono essere applicati meccanicamente alle scelte politiche, asserendo suggestivamente che alcuni soggetti possono essere d'accordo su una teoria e discordi sulla politica, e possono essere d'accordo sulla politica con disaccordi teorici. A tal punto, pur non aspettandosi il lettore che Preve ci inviti meccanicamente domani mattina a scendere in piazza per la rivoluzione anticapitalista, tuttavia qualche passo in avanti un tantinello più rivoluzionario, rispetto a tutto "il lordume" passato e presente, se lo aspetta. Viceversa, con grande sorpresa si sente apostrofare prima come estremista, per il fatto di aver gridato "il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione", poi si sente invitato a mettere da parte l'anticapitalismo nella sua lotta antimperialista, per arrivare a concludere (tu quoque, Brute...) che il nemico principale dell'umanità sono gli Usa e che bisogna riscoprire l’istanza nazionalitaria, mentre il suo sodale La Grassa - altro promotore della manifestazione del 6 e definito dallo stesso Preve «uno dei principali marxisti viventi» - ci spiega che contro di essi bisogna favorire un'Europa, sebbene ancora capitalistica, che ne spezzi l'egemonia.

Spiegheremo un po' meglio fra poco questa proposta. Prima però ci preme chiarire lo stravagante (anche se di grande successo nel mondo politico) metodo proposto da Preve per rapportare teoria e politica.

Fedele anche lui alla tradizione novecentesca, egli ripropone il discorso strategico sotto le mentite spoglie della tattica. Il lettore attento si rende subito conto, infatti, ch’egli non sta parlando di manovre rapide e di breve periodo, ma di alleanze di lungo periodo: egli parla di un periodo di almeno 20 anni. Ma perché il suo discorso ha bisogno di questa mistificazione? Ne ha bisogno per non allarmare gli eventuali seguaci e probabilmente anche sé stesso, su una frequentazione di lungo periodo di compagnie avversarie e un tantino più forti dell'"armata Brancaleone" che si vorrebbe arruolare. Evidentemente deve aver sentito dire da qualche parte che le alleanze con "nemici" forti non si traducono facilmente in un utile per i "marxisti d'acciaio", ma anzi - come finora è successo - in un utile per il più forte. Con un'aggravante: nelle alleanze con il capitale progressivo o antimperialista, o come altro è stato chiamato, il "marxista d'acciaio" si trasforma fino ad assumere le sembianze dell'alleato. Non mettere nel conto questo esito, finora mai evitato (altre erano le alleanze di Lenin con i contadini russi, che speriamo il nostro spericolato Preve non voglia mettere sullo stesso piano della classi dominanti europee, quando ammonisce gli estremisti), significa nel migliore dei casi modulare la propria iniziativa politica sugli schemi del dilettantismo.

Quindi, non sfugge neppure a noi che la tattica o la politica non sono l'applicazione, qui ed ora, di tutta la teoria. Per di più essa può essere in contraddizione con le finalità generali: si usa la violenza per abolire la violenza, si chiedono aumenti salariali pur volendo abolire il lavoro salariale, ecc. ecc. ecc. Per dirla in breve, anche noi rifiutiamo di approdare a quelle posizioni che vorrebbero applicare già oggi mezzi di lotta coerenti con i fini: queste posizioni, a parte ogni valutazione sulla loro efficacia e sulla loro effettiva coerenza, arrivano quasi sempre a rovesciare, sotto il profilo dei valori, il rapporto tra mezzi e fini.

Nondimeno, dopo tutte le disinvolte promesse mai mantenute dai tattici del secolo scorso, dobbiamo renderci consapevoli che, quando parliamo di tattica, non stiamo parlando del regno dell'arbitrio. È proprio sul terreno tattico che il soggetto si costituisce e si trasforma, non essendo egli garantito da alcuna categoria trascendente e neppure dalla strategia. Per brutalizzare il nostro filosofo, gli ripetiamo con gli antichi: "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". Il che non significa che alcuni incontri occasionali con un ladro facciano anche di te un ladro, una frequentazione assidua, di venti anni, sì!

Insomma, la tattica deve essere fondata rigorosamente e deve scartare tutte quelle manovre che, reiteratamente, si sono o rilevate perdenti o rilevate strumenti dell'avversario per trasformarti in suo sostenitore. E ciò, non in base ad un astratto moralismo che non si vuole sporcare le mani, ma in base alla considerazione, patrimonio comune di tutto il più dignitoso marxismo, che il capitalismo attira i suoi avversari dialetticamente nelle sue file: non solo e non tanto con la semplice corruzione, ma accogliendo con la cosiddetta rivoluzione passiva le conquiste tattiche del movimento proletario.

L'alleanza, però, proposta da Preve e dagli organizzatori della manifestazione in questione, all'insegna dell'antiamericanismo (di sinistra, specificherebbe Losurdo, altro promotore della manifestazione), si fonda anche su un errore di valutazione della dinamica che possono assumere gli scontri interimperialsitici nel prossimo ventennio. Questa proposta è il risultato di un'analisi astratta di una situazione irreale. Proviamo prima ad esporla nell'essenziale.

La Grassa, nelle cui posizioni Preve dice di identificarsi, parte da una giusta premessa: la contraddizione tra Usa ed Europa andrà ad acutizzarsi, nonostante che nel nostro continente oggi vi sia una classe dominante e governante (fatte alcune eccezioni) ancora succube degli Usa. E come Negri (di cui egli si proclama acerrimo nemico), che per dare plausibilità alla sua futuribile Europa sociale va a cercare già oggi i valori antiliberisti latenti in una parte dello stesso capitale europeo, anch'egli prospetta che emergerà nel nostro continente una classe dominante autocosciente dei propri interessi, da far valere solo attraverso una strenua lotta contro il mostro divoratore americano. In tale direzione, questa nuova classe dominante si darà necessariamente valori non egemonici sul piano mondiale, più sociali al suo interno in conformità con le trasformazioni del capitalismo, con la possibilità per il comunismo di approfittare di questo scontro Usa/Europa e di emergere rivoluzionariamente in un contesto di imperialismo complessivamente indebolito.

Facendo un passettino indietro nel tempo, facciamo subito notare che questa probabilità non si è data con la seconda guerra mondiale appoggiando gli Usa contro la Germania. Ma Preve e La Grassa potrebbero "bordighianamente" obiettarci che allora si scelse di appoggiare il cavallo più forte, finendo per esserne calpestati, mentre oggi si sceglie di puntare tutto contro il più forte con probabilità altamente destabilizzanti.

Il punto centrale è però un altro. Noi non riteniamo, sulla base delle innegabili trasformazioni subite dal capitalismo nella seconda metà del secolo scorso, che per un blocco imperialista rivale a quello degli Usa si dia la possibilità di iniziare uno scontro mortale con questi, soltanto per dare luogo ad un nuovo imperialismo policentrico senza che uno dei suoi poli si ponga programmaticamente in posizione egemonica. In altri termini, pur dandosi sempre la lotta tra i vari imperialismi (e l'oppressione dei popoli "periferici"), data la dimensione raggiunta da tutti i capitali dominanti e la loro possibilità di esistenza e di espansione solo a livello sopranazionale, questa lotta deve avere sempre come posta in gioco l'egemonia mondiale. E in questo "gioco" non diventa superfluo o meno importante lo Stato, ma si ha bisogno ancor di più dello Stato, appunto del super-Stato, quello americano già dato, quello europeo in formazione.

Per chiarirlo meglio, partiamo dalla considerazione, sbagliata e contraddetta dal più elementare buon senso, secondo cui gli europei sarebbero stati talmente succubi degli Usa, dalla I guerra del Golfo in poi, da appoggiare questi fino al punto di fare sistematicamente le guerre contro se stessi. Un simile comportamento suicida non è ipotizzabile neppure per il più debole e periferico dei capitali, forse neanche per una banda tribale. Eppure il suicidio è diventato la categoria interpretativa di molte raffinate analisi marxiste che hanno così ridotto le aggressioni degli ultimi 15 anni a meri epifenomeni della vera guerra, quella degli Usa contro l'Europa, per non dare alcuna dignità alle resistenze a queste aggressioni e così rendendole indegne del sostegno di tanto stesso nobile marxismo.

Viceversa, anche i capitali più deboli e periferici e perfino le bande tribali, quando sono costrette ad agire contro sé stesse, non possono fare altro che reagire perfino quando possono fare affidamento su forze largamente insufficienti (in tal senso, si vedano gli esempi della Serbia, dell'Irak e perfino dei talebani, nonché di Bin Laden). E non ci si venga a dire che stiamo parlando di entità particolarmente litigiose, per pregiudizio ideologico o per pulsioni di morte o per altre menate. Come è noto, anzi, qui stiamo parlando di classi dominanti che prima avevano fatto accordi - ed anche di più - con gli Usa: alcune di esse, con i rispettivi popoli, non avevano e non hanno alcun pregiudizio reazionario contro il capitalismo, anzi si sono ribellati quando si sono resi conto che il loro sarebbe stato solo il fantasma del capitalismo o anche peggio a causa della pressione imperialistica.

Quando parliamo dell'Europa, a maggior ragione dobbiamo escludere che essa abbia collaborato con gli Usa per autolesionismo o per paura di essere attaccata militarmente o per stupidità servile, giacché stiamo parlando non solo di una entità economica pari a quella degli Usa, ma anche di una potenza capace, ove costretta a danneggiarsi, di ricattare il rivale, perché con una serie di ritorsioni potrebbe infliggergli gravi danni. Sarà noto anche a La Grassa che l'economia statunitense dipende in larga parte da finanziamenti europei oltre che giapponesi. E viceversa, ovviamente. Ma in caso di minaccia grave degli interessi europei (peraltro non azionabile, nell'immediato, con un'aggressione militare che non otterrebbe alcun sostegno popolare), il viceversa non funzionerebbe più: in tal caso, per gli europei, il male minore sarebbe il boicottaggio dell'interscambio, mettendo in crisi sé stessi, ma anche il loro avversario.

In poche parole, se gli aspiranti politici vogliono fare sul serio, si sbarazzino almeno da esternazioni improvvisate degne solo dei dilettanti allo sbaraglio, che credono di poter impressionare il pubblico partendo da note troppo alte e finiscono così solo in risibili stonature.

La nostra interpretazione della collaborazione europea con gli Usa parte dal comune interesse. Senza gli Usa, oggi gli europei non potrebbero dominare una popolazione di 5 miliardi di persone che abita fuori dal primo mondo, quindi si radunano come la posse intorno allo sceriffo per la caccia alla canaglia di turno, che se lasciato libero di fare, incoraggerebbe una reazione a catena dagli esiti bene immaginabili, sulla ripartizione delle risorse energetiche, allocate nel resto del mondo in misura maggioritaria, e sull'uso della forza lavoro, allocata (a bassissimo costo) nel resto del mondo in misura tre volte superiore rispetto a quella del primo mondo.

Ad una visione tradizionale del terzo mondo sfuggono questi semplici dati quantitativi e il fatto che il primo mondo, per quanto produttore di beni immateriali, servizi e comunicazioni, dipende più di ieri sia dalle risorse energetiche sia dalla forza lavoro del terzo mondo. Sul ponte di comando, ove gli europei sono pure collocati, pur non essendo titolari dell'ammiragliato, questi dati non sfuggono e riteniamo che a ben ragione, immediatamente dopo il crollo dell'Urss, Bush "papà" affermò: «dopo la sconfitta del drago, ora ci troviamo in una situazione ancora più pericolosa, rappresentata dalla presenza di migliaia di serpenti».

Ciò non vuol dire che gli europei non siano in contraddizione con gli americani e che con essi faranno sempre fronte comune per affrontare i mille serpenti. Al riguardo, basti considerare la necessità di dotarsi dell'euro. Di più: questa contraddizione, soprattutto se dovesse aggravarsi la crisi, andrà ad acuirsi sino ad esplodere sul terreno militare. Ma gli europei lavoreranno, come già lavorano, per far valere nella loro pienezza i propri interessi, non già nella sola prospettiva di sfasciare l'egemonismo Usa su scala planetaria, ma soprattutto per sostituirlo. Senza di che, cioè con un'Europa che emergesse come semimperiale od a imperialismo temperato, non si avrebbe l'autonomia dell'Europa, agente più garbatamente sul mercato mondiale, ma lo scatenamento di un terremoto tre volte superiore a quello scatenatosi con le lotte di liberazione dopo la II guerra mondiale. Il risultato non sarebbe solo quello di dover rinunciare ai sovrapprofitti dovuti allo scambio diseguale (aspetto sicuramente marginale), ma di vedersi sfuggire il controllo, oggi pressoché totale, delle risorse energetiche, delle materie prime e dell'uso selvaggio della forza lavoro.

Un altro mondo è certamente possibile senza perdite secche per le masse subalterne occidentali, anche se risorse e forza lavoro dovessero subire una radicale ripartizione. In tale direzione si dovrebbero però cambiare strutture produttive, modelli di consumo e concezioni puramente quantitative negli stili di vita e nelle aspettative di benessere. Ma in tale direzione qualsiasi capitalismo è strutturalmente inidoneo a muoversi od a essere costretto a muoversi.

In tale contesto e tenendo conto dell'attuale supremazia militare Usa, i governanti europei si stanno comportando nel modo più realisticamente intelligente possibile, navigando sott'acqua, venendo a patti, cedendo qualcosa talvolta. Se fossero stati, fin dal crollo dell'Urss, conseguentemente europeisti, cioè antiamericanisti, si sarebbero messi sul terreno più favorevole al loro avversario. Se infatti non diciamo parole a vanvera, si ammetterà che essere europeisti in modo conseguente significa dotarsi subito della forza militare. Il che comporta tagliare ulteriormente, se non drasticamente in ragione del notevole divario da riempire, le spese sociali, provocando così una grave crisi di legittimità popolare. In tali condizioni di crisi, dovrebbero affrontare la reazione americana, essendo altamente improbabile che siffatta reazione si spieghi solo quando l'armamento europeo sia arrivato a livelli competitivi. Immaginerà, infatti, chi ci legge, che anche quando si porrà mano ai primi significativi riarmi, questi non potranno essere presentati sottotono; anzi, proprio perché andranno ad intaccare le spese sociali e quindi a creare dissensi pericolosi, dovranno essere gestiti con enfasi patriottica per recuperare tali dissensi scaricandoli sul nemico esterno; ma in tal modo, si andrà ad offrire la possibilità agli Usa di legittimare presso la propria opinione pubblica (oggi ostile ad un'evenienza del genere) una guerra preventiva contro il neosciovinismo europeo, intriso di inguaribile nazismo.

D'altra parte, che l'agire degli attuali governanti europei stia pagando è innegabile. Passo dopo passo, essi stanno arrivando anche alla Costituzione politica europea: ovviamente alla loro. A meno che non si voglia parametrare il giudizio sul successo europeo, in base ai nostri desideri, con il risibile ritornello dell'ancora incompiuto "progetto Europa".

Con questo non intendiamo affermare che il processo verso l'unità europea non possa essere interrotto e fallire. E' intuibile anche da parte nostra che, di fronte ad alcune accelerate in senso inverso degli Usa, si rischierà più determinazione da parte delle classi dominanti e governanti europee. Come pure è intuibile che una classe abituata al compromesso, alla navigazione accorta e prudente, sarà inadeguata ad affrontare mari più burrascosi. Dice in buona sostanza La Grassa (e dobbiamo supporre anche Preve, come tanti altri) che quando il gioco si dovrà fare necessariamente duro, dovranno scendere in campo i duri, ed è a tali evenienze che dovrebbe prepararsi anche il movimento.

Ma come si figura Preve questa nuova classe dominante? Secondo lui, viste anche le trasformazioni del capitalismo in senso a-borghese, la nuova classe dominante e governante potrebbe somigliare (questa è l'interpretazione nostra del suo pensiero, dedotta da tutta una serie di sue allusioni) ad una sorta di "nazismo" senza razzismo e senza nostalgie tradizionaliste. Insomma, se non sarà esattamente comunitarista nel senso voluto da un De Benoist, potrebbe in qualche modo assomigliarvi. In tal senso, assume un valore fortemente prospettico perfino l'esternazione di un Fini verso l'allargamento del voto agli immigrati, come pure il fatto che Alleanza Nazionale sia il secondo partito più votato dagli immigrati che attualmente godono del diritto di voto. In tale quadro previsionale (di un capitalismo sempre suscettibile di rinnovamento) assume senso e plausibilità il dialogo con gli attuali comunitaristi di destra, giacché questi alluderebbero ad una nuova classe dirigente di un capitalismo antiamericano, antiegemonista, antirazzista, che saprà svilupparsi, valorizzandoli, in ambiti nazionalitari capaci di mettere in scena la collaborazione tra i popoli.

Costanzo Preve sostiene che bisogna incontrarsi con queste embrionali tendenze che saranno maggioritarie nel futuro, anche perché l'attuale comunitarismo non si presenta più come ipotesi di società organica strutturata su gerarchie, ma con capacità di valorizzare le libere individualità, così alludendo ad un discorso marxiano di cui si sarebbe persa memoria.

Al riguardo, pur accogliendo come stimolanti le previsioni di Preve sul dinamismo del capitalismo, bisogna dire subito che non si tratta quindi di incontro tattico, giacché, sia pure in modo contorto, Preve si sente di aderire al discorso comunitarista-nazionalitario. Il che sottrae - aprendo una parentesi - qualsiasi forza persuasiva alle reazioni di alcuni promotori della manifestazione, tese a dimostrare che intorno a loro vi sarebbe solo una congiura di calunnie. Una "certa" destra, in quella manifestazione, c'è, e c'è a pieno titolo, potendo così dar luogo ad una riedizione, anche con qualche connotato di maggiore originalità, a tentazioni di tipo nazional-bolscevico. E fin qui niente di scandaloso (anche se non condivisibile), soprattutto tenuto conto della crisi reale di una certa destra. Ma sicuramente non sarà sfuggito neppure a Preve che alla manifestazione vogliono prendere parte anche altre componenti di destra, che non ci pare abbiano mai accantonato il loro razzismo o abbiamo criticato le camere a gas o abbiano rinunciato alle pratiche di infiltrazioni o della provocazione, anche mettendosi a disposizione dei servizi segreti. Il rischio di creare un’assai pericolosa macedonia è dunque reale. Chiusa parentesi.

La Grassa afferma esplicitamente (non contraddetto da Preve), che l'unità della nuova classe dominante europea con le masse popolari (così in buona sostanza egli si esprime "originalmente", nei riguardi del "nuovo soggetto rivoluzionario") sarà un passaggio verso il comunismo e, proprio in quanto passaggio, essa dovrà mettere provvisoriamente da parte l'anticapitalismo.

Questa ipotesi della nuova classe dominante europea che, in quanto antiamericana, si configurerà come antiegemonica sul piano internazionale e socializzante sul piano interno, vale sul piano scientifico quanto l'ipotesi della classe dominante sempre teorizzata dalla socialdemocrazia. Per realizzarsi questa ipotesi, si dovrebbe realizzare anche un'altra ipotesi: la rinuncia dei capitalisti, anche organizzati collettivamente, a volersi sempre espandere per non dover perire. Da dove possa derivarsi una simile controtendenza, sia pure in qualche piccolo embrione, francamente ci sfugge, così come ci è sfuggito il carattere progressivo dell'Impero.

Più realisticamente, si verificherà che la nuova classe dominante europea dovrà essere più determinata per difendere i suoi interessi non in Europa soltanto, ma in tutto il mondo, dove è già presente, e in tale determinazione dovrà affrontare militarmente gli Usa. Dalla sua vittoria non emergerà un imperialismo più debole contro cui si potrà più facilmente esplicare un nuovo antagonismo proletario (che peraltro aveva messo, su suggerimento di La Grassa, per venti anni in soffitta il suo anticapitalismo), ma emergerà un altro imperialismo egemone.

Se questa è la dinamica dei futuri avvenimenti, il nuovo proletariato (in attesa di una definizione più soddisfacente, ci sia consentito non regredire alle masse popolari, o ceti popolari, e mantenere invece l'espressione classista) potrà approfittarne solo se svilupperà la sua piena autonomia, rispetto ai contendenti in lizza. Questa possibilità sarà data nella misura in cui non si rinuncerà per un solo momento alla lotta anche anticapitalista.

Costanzo Preve ci ammonisce spesso, in quanto settariamente classisti, che Lenin fu invece il grande genio delle alleanze (è vero, ma con i poveri contadini russi non con agrari e grande borghesia!). Preve però, nonostante i suoi lunghi scavi archeologici (alcuni sicuramente con ritrovamenti da considerare con qualche attenzione), non deve mai essersi imbattuto sul reperto del "disfattismo rivoluzionario" su tutti i fronti. E soprattutto avrà avuto lo stesso soprassalto del vampiro di fronte all'aglio, quando avrà letto che il grande genio delle alleanze ebbe a bollare i "marxisti" sostenitori dell'alleanza con il proprio imperialismo (perché più progressivo, più debole, più bello, più democratico, più intrigante, più erotizzante) con l'infamia di social-traditori/social-patrioti. Sappiamo che lo stalinismo, con tutte le sue diramazioni internazionali, ebbe a cancellare questi reperti per giustificare la turpe alleanza, prima con il nazismo per spartirsi la Polonia, poi con gli americani per battere il nazismo. A Costanzo Preve, che è un compagno colto, queste memorie antiche le possiamo rievocare.

Quanto al Campo Antimperialista, esso ci ha fatto sapere perché le nostre sarebbero tutte illazioni infondate ed indimostrabili: poiché a) i Preve, i La Grassa, i Losurdo, i Mazzei non rappresentano il Campo e sono solo tra i Promotori della manifestazione, e b) essi si battono per un’Europa Socialista.

Su ciò, riservandoci di tornare con più calma, rispondiamo che ci viene qualche non lieve dubbio sull’aggettivo "Socialista", visto che, date le analisi sopra svolta, tale obiettivo ci sembra un miraggio irraggiungibile se non si confronta con gli attori realmente in campo, se non esplicita i soggetti che lo dovrebbero realizzare e la modalità attraverso cui tutto ciò si dovrebbe compiere. Inoltre ripetiamo che, se le adesioni ad una mobilitazione così impostata vengono soprattutto da parte di soggettività come quelle sopra citate, che come abbiamo visto sono abbastanza esplicite in merito ai percorsi da intraprendere, e che tra l’altro sono tra quelle più dignitose prodotte dai sostenitori della manifestazione, qualche cosa vorrà pur dire.

Ritorniamo daccapo. Queste note non vogliono essere tanto una critica al Campo Antimperialista e a Costanzo Preve o a La Grassa; esse vogliono essere in primis una critica a noi stessi e a quelli come noi che non hanno fatto abbastanza di fronte all'occupazione neocoloniale dell'Irak, recentemente legittimata dal voto europeo all'Onu. A tal punto, non c'è che un primo passo da fare con estrema urgenza: convocare un'assemblea nazionale per indire, oltre che una grande manifestazione di piazza, anche iniziative di boicottaggio dell'aggressione all'Irak, e per riproporre all'ordine del giorno la necessità di contrastare la guerra a partire dai luoghi di lavoro. In tale direzione, ci sembra più che mai opportuno riprendere il discorso sullo sciopero generale europeo, portando tale discorso a Parigi nel prossimo Forum europeo, fino a mettere a dura prova le reticenze dei suoi organizzatori.

Sull'importanza di uno sciopero vero contro la guerra

Molti si tirano indietro di fronte a questo obiettivo, perché pensano che le dirigenze sindacali (quelle confederali) non saranno mai disposte ad andare oltre uno sciopero simbolico. Inoltre, pensano che gli stessi lavoratori non sarebbero entusiasti di scendere in sciopero contro la guerra.

Tutto vero, ma questo non ci può portare alla fuga rispetto al problema, per andare a gestire solo uno spazio meno tradizionale, cioè per andare a organizzare solo boicottaggi e cortei vivaci. Con un po' di buon senso, ci dobbiamo rendere conto che queste forme di lotta non sono alla portata di tutti e quindi incontrano limiti generazionali, etnici e quanto altro. Giunti a questi limiti, si finisce inevitabilmente o nella ritualizzazione spettacolare di un comportamentalismo sostanzialmente edulcorato e mirato alla mediazione concertativa o, esattamente all'inverso, nel volontarismo formalistico di una pratica simbolica fine a sé stessa e ad alto rischio di degenerazione avanguardistica.

Quindi, radicalità delle forme di lotta sul piano di una loro praticabilità di massa va bene, purché ciò non si trasformi in una rinuncia ad investire quello che è poi stato il vero punto debole del movimento finora embrionalmente espressosi e cioè la sua incapacità di ancorarsi sulla contraddizione capitale/lavoro.

Coerentemente con quanto sopra esposto, raccogliamo la proposta fatta dal Forum Palestina di tenere un incontro per Sabato 29 novembre a Roma. Alla luce dei fatti di Nassiriya e dell'assordante quanto ipocrita campagna lanciata da governo ed istituzioni, al fine di creare un rinnovato clima di unità nazionale, cercando di legittimare l'occupazione militare dell'Iraq, risulta ancora più urgente la necessità di costruire al più presto una ASSEMBLEA NAZIONALE di tutto il "movimento no-war", per discutere come dare continuità all'opposizione contro la guerra permanente preventiva, per rafforzare i segnali di ripresa mobilitativa già in atto e per costruire le necessarie iniziative in previsione della grande manifestazione internazionale sancita dal Forum di Parigi. Invitiamo pertanto tutte le soggettività collettive ed individuali a rilanciare tale proposta, per farla diventare una vitale occasione di confronto tra le varie sensibilità che hanno partecipato alla lotta contro la guerra, con lo scopo di superare in avanti l’oggettiva fase di difficoltà che il "movimento di Seattle" ha attraversato, dopo le grandiose manifestazioni del 15 Febbraio scorso.

16 - 11 - 2003

I/le compagni/e di Red Link
redlink@Virgilio.it
La redazione di Vis-à-Vis
karletto@rm.ats.it

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