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Ultime dall'Irak

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(28 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Irak. Condannato a morte anche Tareq Aziz

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(Iraq occupato)

Rompiamo il silenzio sull’Irak, riprendiamo l’iniziativa di lotta!

(17 Novembre 2003)

L’ultima azione militare della resistenza in Irak che ha colpito i soldati italiani dimostra una volta di più che l’aggressione militare prima e l’occupazione neocoloniale oggi sta facendo crescere l’odio e l’opposizione della popolazione irachena disposta a tutto pur di liberarsi dalle truppe d’invasione.

Di fronte ad una vera e propria guerra di resistenza popolare che tiene in scacco gli eserciti più potenti del mondo si ha ancora la sfacciataggine di parlare di terrorismo per cercare di mascherare la realtà dei fatti ormai evidente a tutti e mantenere il consenso intorno ad una politica di brutale invasione finalizzata alla rapina del petrolio e alla sottomissione dei popoli mediorientali.

Sono gli stessi che ci chiedono di onorare i combattenti della resistenza antifascista contro l’invasore tedesco. Ma chi è oggi l’invasore in Irak? Forse i tedeschi non dicevano di occupare l’Italia per il bene degli italiani? E non chiamavano i partigiani banditi e terroristi? Dove starebbe la differenza?

Ci avevano detto che l’aggressione all’Irak era giustificata perché il regime di Saddam era impopolare e rappresentava un pericolo per l’umanità, che si trattava di liberare gli irakeni e distruggere le armi di distruzione di massa che rappresentavano un pericolo per il mondo intero. Oggi dalle immagini delle manifestazioni trasmesse in TV, vediamo folle che agitano ritratti di quello stesso Saddam mai stato così popolare e non si riesce mettere su nemmeno un governo fantoccio, mentre non si è trovato uno straccio di arma, cercato disperatamente prima e dopo l’invasione.

Intanto si consente ad Israele di schiacciare il popolo palestinese, di creare degli enormi campi di concentramento attraverso la costruzione del muro della vergogna, e di detenere il più spaventoso armamentario di armi micidiali, a cominciare da quelle atomiche.

Basterebbe questo per smentire l’ipocrisia di chi dice di aver inviato le truppe in nome della libertà degli irakeni e della pace nel mondo.

Il tentativo da parte delle istituzioni di sfruttare l’emozione per la morte dei militari italiani non può farci dimenticare queste elementari verità.

Anzi va ribadito che queste morti, come quelle di migliaia di civili irakeni, vanno imputate a carico della classe dirigente italiana e di questo governo che, pensando di guadagnarsi un posto al sole della politica internazionale e di partecipare al banchetto dei predatori, si è lanciata in questa avventura neocoloniale che sta sullo stesso piano delle aggressioni fasciste alla Libia e all’Etiopia.

Né il consenso dell’Onu, cambia la natura dell’aggressione e dell’occupazione, come vorrebbero far credere le forze politiche dell’Ulivo, che si sono affrettate prima a sostenere che l’invio di truppe è diventato perciò legit-timo e poi, approfittando della commozione popolare, a ribadire che le truppe per il momento non vanno ritirate!

Il movimento contro l’aggressione all’Irak che ha mobilitato milioni di persone per dire no alla guerra “senza se e senza ma”, è chiamato a tornare urgentemente in campo per ribadire la sua ferma opposizione a questa politica neocoloniale, per fermare l’escalation della guerra preventiva infinita.

Non può delegare questo compito alle potenze europee come Francia e Germania che hanno dimostrato di fare resistenza alla guerra solo perché pensavano di non poterne ricavare un adeguato vantaggio, come dimostra il fatto che si rifiutano di mandare le proprie truppe soprattutto perché gli Usa non accettano di dividere il comando … e il bottino.

Né lo può delegare ai partiti della cosiddetta opposizione, che quando sono stati al governo si sono resi corresponsabili senza esitazioni di una analoga aggressione alla Jugoslavia, e che hanno civettato con il movimento no-war solo perché pensavano di riceverne un tornaconto elettorale.

Non dobbiamo farci immobilizzare dal fatto che la resistenza irakena sia ancora abbastanza indecifrabile e composta dalle più svariate tendenze politiche religiose. Non dobbiamo accettare lo sporco aut aut dei vari guerrafondai comunque mascherati, secondo cui l’opposizione all’occupazione significa necessariamente l’identificazione con le varie forze della resistenza armata. Per noi si tratta semplicemente di riconoscere la legittimità della resistenza irakena contro un’occupazione neocoloniale senza schiacciarci affatto su di essa.

In questo modo non perderemmo la nostra autonomia, al contrario la rafforzeremmo (anche contro i falsi “amici”) favorendo una mobilitazione internazionale per il ritiro delle truppe d’occupazione.

Una mobilitazione con tali caratteristiche è il solo mezzo attraverso cui possiamo superare l’empasse di iniziativa dei mesi scorsi, ed è anche il solo strumento a nostra disposizione per lanciare un messaggio forte di opposizione alla guerra che ci permetta di dialogare con autorevolezza ed autonomia anche con chi oggi lotta disperatamente con tutti i mezzi contro una politica di annientamento e di oppressione.

Riprendiamo la mobilitazione contro l’occupazione dell’Irak e per il ritiro immediato delle truppe.

Prepariamo un’ASSEMBLEA NAZIONALE in cui il movimento discuta come dare continuità alla propria opposizione, per preparare una grande manifestazione da proporre a tutto il movimento internazionale.

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