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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Perché usciamo da Sinistra Critica

(11 Dicembre 2010)

"La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno di illusioni" ( K.Marx)

Quando è nata Sinistra Critica, molti di noi hanno tirato un respiro di sollievo: provenienti per lo più dal Prc romano, vi avevamo condotto una dura battaglia politica al congresso di Venezia e, prima ancora, per l'uscita dall'allora Giunta Rutelli e contro gli intrecci tra gli amministratori del Prc di allora e il mondo dei servizi sociali esternalizzati, delle cooperative, degli appalti: quella palude di cui solo da poco si sono intravisti i contorni.

Non ci sfuggiva che la sconfitta delle sinistre radicali, prima con la partecipazione al governo Prodi e poi con la disastrosa vicenda elettorale dell'Arcobaleno, incrinava quel che restava della credibilità politica di Rifondazione e la possibilità stessa della rappresentanza politica della classe: ci sembrava quindi che l'avventura di Sinistra Critica, maturata nel vivo dell'opposizione alla guerra ed alle politiche neoliberiste del centro sinistra, potesse offrire una reale possibilità di resistenza e di ripartenza sociale e politica.

Soprattutto, ci sembrava che Sinistra Critica avesse una caratteristica importante ed attrattiva: il pluralismo delle culture politiche di provenienza, il tentativo di operare una convergenza delle molte anime del marxismo critico e libertario, senza primogeniture e senza egemonismi.

Poiché noi stessi provenivamo da una storia ricca e plurale (Nuova Sinistra, Autonomia, Quarta Internazionale) questo elemento ci sembrava decisivo.

I primi problemi sono iniziati con la contrarietà di buona parte del gruppo dirigente romano al fatto stesso che potesse costituirsi un circolo di lavoratori e lavoratrici di Sinistra Critica a Roma; nei mesi successivi un primo nucleo di compagni e compagne di quel circolo ha iniziato a ragionare sulla fase, sul quadro politico e sulla tattica, esprimendosi in favore di un accordo elettorale per le elezioni europee con la lista Prc+Pdci e poi, non essendo stato raggiunto alcun accordo, in favore di un'indicazione di voto.

Il documento congressuale alternativo, proposto per la conferenza nazionale di Bellaria del Novembre 2009, si è sviluppato a partire da quel primo abbozzo di critica politica alle scelte dell'organizzazione che stavamo costruendo, ampliando e precisando le ragioni del nostro dissenso. La proposta politica complessiva -che qui non riprendiamo- è stata capace di convincere un numero di iscritti/e modesto, ma molto superiore alla consistenza numerica dei promotori.

A motivare la scelta di presentare un documento alternativo sono state la preoccupazione per il rischio di una deriva settaria, a nostro avviso presente nel testo congressuale approvato dal Coordinamento Nazionale, ed il convincimento che, in una fase drammaticamente caratterizzata da una crisi economica devastante e da una crisi politica e democratica assai pericolosa, fosse necessario mettere in campo politiche di ricomposizione, di "blocco" e di fronte unico, come è stato nella migliore tradizione comunista e rivoluzionaria quando essa si è trovata davanti a crisi epocali o sistemiche a forte egemonia reazionaria.

Il risultato complessivo del documento alternativo si è attestato a circa il 10% dei voti congressuali e gli unici congressi locali in cui è risultato maggioritario sono stati quelli del circolo lavoro di Roma e del circolo di Udine.

L'esperienza congressuale ci ha fornito utili e preoccupanti elementi sull'organizzazione, sulle pratiche reali di gestione e di direzione, sul suo debole insediamento sociale e sulla limitata capacità di assorbire il dissenso senza traumi o senza considerarlo come una "lesa maestà".

Abbiamo dovuto constatare, infatti, che una parte rilevante del gruppo dirigente, di storica provenienza libertaria ed antiburocratica (la composizione dell'attuale gruppo dirigente nazionale rende saldissima la "presa" della vecchia Bandiera Rossa su Sinistra critica), si è rapportata al dissenso interno in un modo che abbiamo vissuto come troppo simile a quello che avevamo sempre combattuto: un atteggiamento da piccolo gruppo chiuso, figlio di una storia generosa, con punte anche di eroismo, tuttavia, secondo noi, oggi incapace di fare i conti con se stessa e con la fase attuale del dominio capitalistico.

Sinistra critica infatti, seppur con le sue limitate forze, è sicuramente un soggetto politico impegnato nei movimenti, ma ci sembra lontano dalla necessità politica della ricomposizione, e non riesce ad uscire da una logica competitiva e concorrenziale ad altri soggetti politici. Questa impostazione, rafforzatasi dopo il Congresso Prc di Chianciano, è l'espressione di una cultura politica attualmente poco incline all'autotrasformazione, propensa a cogliere l'occasione della crisi del Prc per ristabilire con orgoglio il proprio profilo identitario. Non ci spieghiamo diversamente la decisione, del Congresso 2009, di ristabilire un legame politico stretto con la Quarta Internazionale, nella sua espressione che fa capo al Segretariato Unificato: un ritorno al passato che cancella la vocazione pluralistica della prima Sinistra Critica e le stesse le modalità con cui i compagni della Quarta fecero parte del Prc dal 1991 al 2007, per ricostruire una organizzazione che oggi si configura pienamente come uno dei tanti piccoli gruppi e partitini nati dalla crisi di Rifondazione, ognuno geloso della propria autonomia organizzativa e della propria linea politica, in una fase in cui al contrario servirebbe una seria e franca riflessione sull'inefficacia politica e sociale, sia delle opzioni autoreferenziali e minoritarie che di quelle moderate e subalterne.

Allo scopo di rafforzare la motivazione degli aderenti, la direzione di Sinistra Critica attinge a piene mani alla retorica nuovista non disdegnando accenti velleitari o estremistici, tentando in tal modo di cancellare il fatto che il suo gruppo dirigente è stato pienamente interno al Prc con ruoli di primo piano, dunque condividendone il percorso, sia pure prevalentemente (ma non sempre) da una collocazione di opposizione interna.

Considerando i ruoli avuti in Rifondazione Comunista o nelle istituzioni da alcuni/e compagni e compagne che oggi, invece, rivestono un ruolo di primo piano negli organismi dirigenti di Sinistra critica (3 parlamentari, funzionari della Direzione nazionale, vice direzione di Liberazione, consiglieri e vice presidenti di Consiglio Provinciale, consiglieri comunali, assessori municipali), sembra difficile credere che il Prc abbia riguardato poco o nulla chi poi ha scelto Sinistra Critica, o che i dirigenti di essa abbiano svolto in Rifondazione una funzione di pura opposizione "dal basso" senza alcun coinvolgimento nella gestione del partito e senza che da esso derivasse alcuna collocazione fatta di visibilità istituzionale ed esposizione mediatica. Appare bizzarro che tutto questo, pur non avendo nulla di scandaloso, venga rimosso per dar vita al mito di una estraneità a logiche istituzionali, partitiche e di ceto politico che, semplicemente, non corrisponde a verità.

Il congresso del Prc di Chianciano è stato un congresso capace di concludersi con la sconfitta di Bertinotti ed il rilancio del partito, proprio quando appariva certa la vittoria di Vendola e lo scioglimento di Rifondazione: ci è sembrato che in quel congresso si potesse ravvisare uno "scatto" di protagonismo e orgoglio da parte dei tante e tante che avevano ingoiato in silenzio anni di deriva moderata e governista (con annessa tendenza alla proliferazione burocratica, al privilegio individuale, alla separatezza di casta), per Sinistra critica culminata con l'espulsione del compagno Franco Turigliatto. Purtroppo le polemiche, gli irrigidimenti e le derive settarie prodottesi con la fuoriuscita dal Prc non hanno permesso a Sinistra Critica, né alle altre organizzazioni, di valutare con la necessaria lucidità strategica le novità di quel congresso. Nel momento in cui era necessario aprire una prospettiva politica unitaria e radicale di più ampio respiro in contrapposizione ai moderatismi, Sinistra Critica ha scelto la strada opposta.

Abbiamo maturato il convincimento che, dinanzi ad una crisi economico-politica di proporzioni enormi e dopo il "terremoto" del 2008 che ha visto il blocco sociale reazionario e la sua rappresentanza politica stravincere sulla sinistra, espellendola dal Parlamento, ci trovassimo dentro un quadro drammaticamente mutato rispetto a quello in cui Sinistra Critica ha mosso suoi primi passi.

Un fase che secondo noi doveva, e deve ancora oggi, muovere verso una nuova prospettiva politica, contrassegnata dalla necessità storica di ricomporre politicamente i frammenti dispersi e socialmente inefficaci della sinistra comunista e anticapitalista, rimettendosi in discussione senza boria e guardando innanzitutto al compito primario di restituire rappresentanza politica alla classe, ritrovando nella società le ragioni di una credibilità dissipata irresponsabilmente a causa sia degli atteggiamenti subalterni e moderati, che di quelli astratti e minoritari.

Per questi motivi abbiamo proposto alla nostra organizzazione di reinvestire il proprio originale patrimonio -fatto di anticapitalismo, ambientalismo radicale, femminismo, marxismo critico- dentro una interlocuzione aperta a sinistra, senza scioglimenti né abiure, tentando di contribuire alla ricostruzione di un soggetto politico (non necessariamente un "partito") largo, di massa e di avanguardia, capace di accettare la sfida del reinsediamento sociale, a partire dal contrasto alla crisi capitalistica e alla deriva securitaria e razzista.

Abbiamo tenuto questa linea sin dai mesi successivi al congresso di Bellaria, quando ci siamo costituiti in Area Politica interna a Sinistra Critica denominata "Resistenze Sociali", nel tentativo di dare continuità alla battaglia congressuale dopo lo scioglimento dell'aggregazione sviluppatasi attorno al documento alternativo.

Il congresso di Sinistra Critica, purtroppo, ci ha consegnato un'altra organizzazione che ha scelto innanzitutto di costruire se stessa, aprendo sì all'interlocuzione sociale e di movimento ma chiudendo seccamente a quella politica, con una lettura della tattica frontista molto simile a quella che Lenin e Trotsky contestarono a Gramsci e Bordiga; una organizzazione che ha scelto, quindi, di costruirsi come un partito, sordo alla domanda di unità e che viene meno alla sua vocazione di "movimento per la sinistra anticapitalista", scegliendo non a caso di rinominarsi "organizzazione".

La linea politica scelta e perseguita è una delle cause principali, anche se non l'unica ovviamente, dell'andamento complessivo del tesseramento che, se rapportato alla consistenza dell'area programmatica dentro il Prc, disegna una curva progressivamente e decisamente declinante, con differenze notevoli tra poche grandi città e il resto del paese. La dissipazione di quel patrimonio di impegno militante, credibilità ed attenzione, che Sinistra Critica ha conquistato negli anni è oggi un rischio molto concreto.

In questa situazione, come Area "Resistenze Sociali" abbiamo prodotto dibattito, documenti politici ed iniziative pubbliche che avevano l'ambizione di porre sul tappeto il tema strategico di una collocazione né settaria né subalterna della sinistra comunista ed anticapitalista: abbiamo tentato di agire questa posizione all'interno ed all'esterno della nostra organizzazione, in più circostanze e con diverse modalità: dagli appelli pubblici in occasione delle elezioni regionali del 2010 (in cui Sinistra Critica scelse dissennatamente l'astensionismo esplicito) ai documenti politici interni, dalla rivendicazione del diritto di rappresentanza politica negli organismi dirigenti alla cocciuta riproposizione del binomio unità-radicalità, ovunque fosse possibile.

Se da un lato tutto questo ci ha permesso di ottenere una attenzione costante nei confronti della nostra analisi e della nostra posizione politica, da parte di altri gruppi e aggregazioni politiche con i quali abbiamo sviluppato un confronto leale e rispettoso sia nelle convergenze che nelle differenze, dall'altro abbiamo dovuto prendere atto della nostra progressiva emarginazione all'interno di Sinistra Critica, iniziata con atteggiamenti dilatori a proposito della presenza negli organismi dirigenti, proseguita attraverso il sostanziale scioglimento del Circolo Lavoro e infine approdata all'impedimento dell'iscrizione per il 2010, quando si è scelto di ritardare il rinnovo delle iscrizioni, da noi stessi più volte richiesto, sino a che il termine fissato non fosse giunto a scadenza, peraltro anticipata di diverse settimane rispetto alla prassi consueta.

Nei giorni in cui giungevamo a condividere un documento politico e a costruire un importante momento di discussione il 16 novembre con i compagni e le compagne di "Sinistra Comunista", area politica del Prc, si è scelto di porci fuori amministrativamente dall'organizzazione con prolungati e imbarazzanti silenzi, polemiche gratuite e senza neppure riconoscerci, quindi, la dignità politica dell'espulsione.

Per tutto quanto sin qui affermato, decidiamo di uscire da Sinistra Critica pubblicamente, politicamente e consapevoli dell'azione che scegliamo.

Lo facciamo con grande rammarico, non riconoscendoci più nel profilo politico e nelle modalità di vita interna dell'organizzazione, tentando di salvaguardare ed arricchire la discussione che abbiamo costruito per quasi 2 anni: una discussione tra noi, e con altri compagne e compagne, che è stata libera, leale, fraterna e -poiché non ingessata né costretta da tatticismi o furbizie da politicanti- liberatoria.

Quella discussione, e soprattutto quella posizione politica che tenacemente abbiamo costruito all'insegna del contrasto sia al moderatismo che all'estremismo, non finisce con l'Area Politica "Resistenze Sociali". Allo scioglimento dell'area sta già facendo seguito la costituzione di una associazione con lo stesso nome, dedicata innanzitutto allo sviluppo di quelle pratiche sociali autogestionarie e mutualistiche che oggi ci sembrano essenziali; inoltre ci proponiamo di costruire l'Associazione "Resistenze Sociali" come collettivo che investe sull'analisi e sull'approfondimento tematico, in forma aperta al contributo di quante e quanti abbiamo incontrato in questi mesi e incontreremo in futuro, aldilà delle differenti scelte organizzative che compirà ciascuno/a dei fondatori dell'Associazione Resistenze Sociali, si tratti del rientro nel Prc, dell'impegno nei movimenti e nel sindacalismo di base o dell'adesione ad altre organizzazioni della sinistra, nessuna esclusa.

Come Area Politica dichiariamo quindi chiusa la nostra esperienza in Sinistra Critica, continuando a guardare con tenacia all'obiettivo politico della ricomposizione della sinistra di classe; lo facciamo tentando di salvaguardare quell'idea della "ripartenza" che fu della prima Sinistra Critica, dunque convinti/e di volerci sperimentare nel rapporto attraverso percorsi di pratica sociale e conflittuale, di mutualismo dal basso, di solidarietà proletaria, di resistenza alla crisi.

Usciamo da una organizzazione che abbiamo contribuito a costruire, che oggi a noi sembra del tutto inadeguata alla fase, ripiegata su se stessa, priva di reale agibilità politica per chi dissente e socialmente poco efficace, nella quale lasciamo compagne e compagni generosi e coerenti (l'esempio più recente è quello dei/delle giovani di Sinistra Critica impegnate nelle lotte di queste settimane contro la Gelmini) ai quali abbiamo voluto e vorremo bene.

Non possiamo sapere esattamente come, ma siamo certi che le nostre strade oltre che, da subito nelle lotte e nei movimenti, torneranno ad incontrarsi anche politicamente, insieme a quelle delle tante e dei tanti che continuano a resistere e a battersi per una rottura di sistema e per un'alternativa di società.

Anticapitalist*, femministe, ecologist*: oggi, come ieri, per il comunismo.

Le compagne ed i compagni dell'Area Politica "Resistenze Sociali-Sinistra Critica"

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