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L’omelia del cardinale Ruini

(26 Novembre 2003)

Anticipando l’annuncio della Parola di Dio otto secoli prima di Cristo il profeta Isaia così condannava la violenza e la guerra: «Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo né si eserciteranno più per la guerra». E questa Parola poi venne e fu esplicita: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati Figlio di Dio … Amate i vostri nemici … Perdonate fino a settanta volte sette … Rimetti la tua spada al suo posto, poiché tutti quelli che mettono mano alla spada, di spada periranno». Un messaggio che duemila anni dopo è stato riproposto al “mondo contemporaneo” dal Concilio Vaticano II che ha condannato l’uso delle armi per “imporre il proprio dominio su altre nazioni” ed ha definito «delitto contro Dio e contro la stessa umanità ogni atto di guerra che comporti la distruzione di città o di regioni e dei loro abitanti». Insegnamento questo con forza ripreso da Giovanni Paolo II che ha ripetutamente condannato senza riserve l’intervento armato in Iraq e che ha recentemente ricordato come per combattere guerre e terrorismi il mondo non abbia bisogno di “muri” ma di “ponti”.

Nella omelia funebre per le diciannove vittime di Nassiriya il cardinale Ruini, riferendosi all’Iraq e ai terroristi che stanno insanguinando quella terra, ha sorprendentemente così interpretato il messaggio evangelico e l’insegnamento della Chiesa sulla guerra e la violenza: «Non fuggiremo davanti a loro, anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi non ci stancheremo di far loro capire che tutto l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione». Sono affermazioni che per il loro tono, stile e contenuto risultano ostiche a quanti non si attendono dalla Chiesa contrapposizioni frontali, esaltazioni del coraggio ed ostentazioni di energia ma esortazioni alla resipiscenza, al ravvedimento, alla giustizia e al perdono con la costruzioni di “ponti” in ogni direzione ed anche verso quei «terroristi assassini» ai quali in un contesto del tutto diverso Paolo VI tempo addietro si rivolse significativamente chiamandoli «uomini».

Ma le parole del cardinale sorprendono anche perché avallano la missione militare definendola orientata a promuovere la pace. Argomento questo assai debole perché se la pace era ed è senza dubbio nel cuore e negli intenti delle diciannove vittime e di tutti i nostri militari, la missione in sé, oggettivamente e politicamente riguardata, non presenta certo connotati di pace né come tale viene avvertita dalle popolazioni irachene. E ciò perché la guerra angloamericana contro l’Iraq non è terminata ma continua (lo ha ammesso persino Tony Blair ricevendo Bush), perché questa guerra ha ottenuto l’esplicito consenso del governo italiano e perché la nostra missione militare è strettamente connessa ad un intervento armato non difensivo ripudiato dalla nostra Costituzione ed illegittimo per il diritto internazionale che consente solo in via urgente e provvisoria il diritto di autotutela mentre affida la sicurezza collettiva ed il mantenimento della pace alle Nazioni Unite prevedendo l’impiego della forza solo sotto un comando internazionale facente capo al Consiglio di sicurezza.

Sorprende poi che Ruini, parlando del coinvolgimento militare italiano, abbia espresso un giudizio prettamente politico su una questione che alla luce del Concilio appartiene alla «autonomia delle realtà temporali» e cioè, in questo caso, alla autonoma responsabilità della politica segnata per sua natura dal confronto anche duro fra scelte diverse ed opinabili. Spiace poi che egli, nell’esprimere questo giudizio, non abbia considerato come quel terrorismo che ha ucciso i carabinieri ed i soldati italiani ha trovato (e mille voci l’avevano previsto) proprio nella guerra approvata dal nostro governo grande alimento e vigore i cui effetti sono sempre più tragicamente sotto gli occhi di tutti. E duole infine che il Presidente della CEI, nel modellare alcuni importanti passaggi della sua omelia sulla marcata ritualità patriottica dei funerali, non abbia tenuto conto del turbamento che certe sue espressioni avrebbero arrecato alla sensibilità dei tanti credenti che si riconoscono nelle parole di una famosa lettera scritta da don Milani quasi quarant’anni addietro: «Anche la patria è una creatura cioè qualcosa di meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. Io penso che non si può dar la vita per qualcosa di meno di Dio. Ma se anche si dovesse concedere che si può dar la vita per l’idolo buono (la patria), certo non si potrà concedere che si possa dar la vita per l’idolo cattivo (le speculazioni degli industriali)». Come quelle appunto che hanno ad oggetto il petrolio iracheno.

Brindisi, 24 novembre 2003

Michele DI SCHIENA

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