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Pro mutuo mori

Pro mutuo mori

(19 Settembre 2009) Enzo Apicella
In un attentato a Kabul, sono colpiti due blindati italiani, uccidendo 6 parà della Folgore

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Perché va respinto lo slogan: “contro la guerra, contro il terrorismo”

anche da parte del pacifismo di principio che critica il terrorismo

(4 Dicembre 2003)

Una premessa sul pacifismo di Sua Vespità.

La sinistra “costruttiva e realista” ripete sempre che noi sappiamo solo criticare le sue proposte e che non abbiamo obiettivi in positivo. Non è vero. Ne abbiamo uno molto chiaro e preciso:

“il rientro immediato di tutte le truppe di occupazione, a cominciare da quelle italiane, dall’Iraq; senza se e senza ma”.

Ora, poiché questo obiettivo è la prosecuzione logica della campagna “contro la guerra senza se e senza ma”, condivisa dalla stragrande maggioranza dell’umanità; poiché continua ad essere condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani pur dopo che è cominciata una martellante e criminalizzante offensiva patriottica a difesa dei militari italiani es-portatori di pace; esso obiettivo non può essere attaccato frontalmente.

Eugenio Scalfari, cogliendo subito l’antifona, su “Repubblica” ha chiesto allora di unire alla bandiera della pace quella tricolore, rivolgendosi ad un suo uditorio ancora sensibile alla retorica del vecchio drappo…e possibilmente incurante del piccolo particolare che si chiede di difendere la patria in Iraq. Gli esperti della “fabbrica del consenso” capiscono, però, che l’opposizione alla guerra -ed in particolare a quella di aggressione ai paesi già oppressi per via pacifica- è un osso molto duro da rodere nelle aree del pacifismo etico e della sinistra più intransigente. Qui più che denti grossi occorrono denti affilati, meglio ancora se camuffati da spazzolini. In tal senso, vengono rispolverate le vecchie tattiche, ben collaudate e di grande efficacia, di quella che è stata chiamata la “rivoluzione passiva” del capitale.

Si tratta in effetti di tattiche che non negano, ma utilizzano, da parte del sistema, alcune richieste ed anche alcuni principi, per rovesciarli nel loro contrario. Nel caso di specie, non ci si oppone frontalmente alla vocazione pacifista, si concede perfino ad alcune aree più radicali la legittimità di chiedere il ritiro delle truppe, si aggiunge solo qualche postilla…coerente con i principi di queste aree più radicali. Del resto, negli anni novanta del secolo scorso il “pacifismo cosmopolita” (quello che invoca il governo mondiale, come necessità della globalizzazione) è stato brillantemente utilizzato a copertura delle guerre umanitarie: ha fatto qualche capriccetto di fronte alle nefandezze in più, ma tutto sommato si è trovato a suo agio nell’esigenza del governo mondiale…statunitense.

In altri termini, “sei pacifista coerente, rifiuti qualsiasi forma di violenza? Bene, chiedimi pure il ritiro delle truppe, ma condannami anche il terrorismo”.

Sembra quasi un arricchimento della propria posizione pacifista, prima un po’ distratta e unilaterale. Invece, se vogliamo esercitare la materia grigia, è la classica mossa sbagliata che ci fa subire scacco matto. Come, infatti, tutti intuiscono, l’obiettivo del “rientro immediato delle truppe” si basa sul presupposto che queste truppe sono andate ad aggredire un paese senza alcun altro motivo che non fosse quello di affermare il predominio economico/politico e militare di gran parte dell’Occidente (Usa in testa).

Negando spudoratamente al mondo intero che si trattasse di petrolio, di finanza e di egemonia mondiale, ma ben sapendo di non convincere neppure la smaniosa consorte di Ferrara su questo terreno, Bush/Blair e Berlusconi hanno potuto utilizzare solo il pretesto del terrorismo, dopo aver perso anche il pretesto della presenza in Iraq delle armi di distruzione di massa. Sembravano dei furfanti/venditori dell’elisir di lunga vita che comunque anche la più ingenua delle folle avrebbe riempito di rifiuti, se non si fossero premuniti di parlare in siti superblindati e di uscire sempre dalle porte di servizio, qualche dubbio però potevano seminarlo solo agitando il pericolo dei terroristi.

A questo punto, se come oppositore dell’AGGRESSIONE/OCCUPAZIONE vado oggi a scrivere sui muri di Roma “contro la guerra e contro il terrorismo”, perché mi è rispuntata una voglia di etica assoluta, dovrei quanto meno sospettare che corro seriamente il rischio di legittimare l’operazione della suddetta Triade occidentale.. proprio nel momento -guarda caso- in cui essa è incappata anche nella resistenza che smentisce clamorosamente la previsione della festosa accoglienza ai liberatori.

Non si sono sgolati i tre poverini per spiegare che sono andati a difendere in Iraq la libertà e la democrazia contro il terrorismo? Se ora anche io evidenzio il pericolo terrorista, non vengo a dare un po’ di ragione ai tre poverini?

Obietta però un certo pacifista che è sbagliato ricorrere alla guerra (che così –come si vede facilmente- non è più un’aggressione) per sconfiggere il terrorismo. Come a dire: “tengo comunque duro nella mia opposizione alla guerra”. Forse lui si, ma chi ascolta incomincia ad avere qualche sbandamento. Ma non è questo il punto, perché una volta fatto l’innocente passaggio di cui sopra, la mossa successiva è inevitabile anche per questo tipo di pacifista: non nel senso che sarà inevitabile, ma nel senso che è già in atto.

Alla domanda: “se ritenete che le truppe devono rientrare, ma ammettete che il terrorismo è un grosso problema che ipotecherebbe l’Iraq liberato, cosa suggerite di fare?” E’ stato risposto che le truppe non “dovrebbero” essere immediatamente ritirate, con due aggiunte di diversa ispirazione. La prima, secondo cui al comando Usa dovrebbe subentrare l’ONU; la seconda, per la quale dovrebbe subentrare l’Onu ma per organizzare un rientro a tempi brevi. Perché? Perché c’è il pericolo che l’Iraq cada nelle mani del terrorismo.

Va da sé che anche, dopo aver fatto questo passaggio, si crede di aver salvato la faccia pacifista. Come a dire: “comunque ho delegittimato l’aggressione e l’occupazione anglo-americana, imponendole l’Onu”. Forse la faccia è salva, ma si sa (si sa, perché il copione è servito per altre identiche commedie) di fornire agli aggressori/occupanti altri facili argomenti per affermare la più totale giustificazione della loro politica. Tra questi argomenti campeggia quello dell’inefficienza dell’ONU nell’uso della forza di dissuasione. Sul punto, però, rilancia il pacifista: “siete voi che non volete far funzionare l’Onu”, “l’Onu va rafforzato e riformato”; e così mentre la tiritera va avanti, con le piazze depotenziate, continua l’occupazione neo-coloniale dell’Iraq.

Fin qui abbiamo parlato del pacifismo “ad uso parlamentare”. Una volta si sarebbe detto “ad uso di Sua Maestà”.

Quindi, un pacato confronto con il pacifismo di principio.

Tuttavia, neanche il pacifismo non-istituzionale può trascurare che il termine è innanzitutto usato ed abusato dagli aggressori. Giusta l’avvertenza in premessa, la sua maggiore intransigenza non è una fortezza inespugnabile.

Avvertiamo la necessità di partire da quella che sembra quasi un’ovvietà. Anzi, polemicamente sosteniamo che questa ovvietà deve essere costantemente ribadita, anche per contrastare due fenomeni perniciosi della tardo-modernità. Il primo riguarda direttamente noi cosiddetti oppositori e si manifesta con una spiccata tendenza agli artifizi dialettici per svalutare le evidenze scomode. Dentro questa tendenza ormai si è arrivati al punto che “il problema non è mai questo” anche quando il problema è grosso quanto una montagna…e il vero altro problema si capisce subito che sarà come l’albero di Bertoldo. Il secondo riguarda l’informazione mass-mediatica che con la sua sovrabbondanza tende ad annegare o far scolorire anche i peggiori misfatti delle classi dominanti o a farli diventare notizie tra le altre.

Dunque, nell’affrontare questa discussione, noi ripetiamo, senza farci intimidire dagli attuali vezzi e artifici dialettici, che giova innanzitutto agli aggressori utilizzare il termine terrorismo. Lo ripetiamo non perché il nostro interlocutore non lo sa, ma perché tende a dimenticarlo. Giova questo uso, perché negli ultimi 50 anni, con particolare virulenza negli ultimi 15 anni, tutte le guerre sono state aggressioni ai popoli che si erano liberati dal vecchio colonialismo. Per farle digerire alla “brava gente”, bisogna far credere che non sono aggressioni e che anzi quei popoli non aspettano altro che essere liberati da noi. L’inghippo viene tutte le volte che quei popoli, presi dalla gioia di essere liberati, ci sparano addosso. Bisogna convincere allora la “brava gente” che chi resiste a queste aggressioni deve essere necessariamente additato come selvaggio, barbaro, criminale, terrorista. Si dice che Giuliano Ferrara, noto linguista dell’Accademia Cia, abbia un’interessante proposta per risolvere il busillis. Alla parola “aggressione” sia dia la seguente spiegazione: “reazione del suddito ad iniziativa armata del potente di per sé sempre portatrice di valori educativi e umanitari”

Un pacifista sincero e assoluto può certamente obiettare che la sua posizione critica sulla violenza non è strumentalizzabile da nessuno e che noi siamo ossessionati dal pericolo della strumentalizzazione con rischio di paralisi. Giusto: chi ha una posizione deve poterla esprimerla, anche se l’avversario la può strumentalizzare. Nondimeno, non può ignorare questa strumentalizzazione, neanche troppo mascherata, e deve mettere in atto strategie discorsive capaci quanto meno di rendere minima la strumentalizzazione; deve inoltre tenere conto che in un movimento complesso (con discontinuità tra le sue varie componenti di linguaggio, di valori morali e di comportamenti) l’affermazione dei propri sacri principi, a prescindere da ogni altra considerazione, può seminare dubbi e scetticismi. Diversamente, si ricade in quel narcisismo autoreferenziale -tutto compiaciuto della propria sincerità che non ammette compromessi- spesso rimproverato a quelle componenti del movimento che pacifiste non sono.

Tanto più questa avvertenza si rende imprescindibile, se si considera il fatto che gli aggressori possono utilizzare molto di più del semplice “Corriere”, che tanti anni fa disegnava i cannibali intorno alla pentola in cui bolliva il missionario o riportava le atrocità della zagaglia barbara a danno della vergine fanciulla bianca. I mass-media, con in testa le trasmissioni tv, all’uopo diventate delle vere e proprio caserme (fatte invadere anche simbolicamente dai militari), martellano, senza tregua 24 ore su 24, sul concetto di terrorismo in modo estensivo, per criminalizzare chiunque si opponga alle aggressioni: anzi chiunque cerchi di delegittimare le aggressioni contro popolazioni inermi. Delegittimare le aggressioni è lo stesso che giustificare il terrorismo. Ottenere dall’opposizione che si qualifichi la resistenza alle aggressioni come terrorismo è un risultato importante per legittimare, sia pure in modo obliquo, le aggressioni. A tal fine non si risparmia niente: dai bambini che piangono all’avvenente giornalista rossa (solo di capelli), dallo sguardo sofferto del prezzolato in esilio spacciato per dissidente alla voce impostata e drammatizzata di qualche sindaco progressista, dal pallone gonfiato all’ex estremista di sinistra pentito, il tutto con sottofondi musicali selezionati per le reazioni emotive da suscitare.

Se il pacifismo non è così fondamentalista e autoreferenziale da ammettere che questa cornice purtroppo c’è e ha una sua efficacia, è possibile aprire un dialogo più sereno, senza toni sprezzanti e/o di sufficienza.

In questo senso, allora, come modesti comunisti non pretendiamo dal pacifismo etico (che non confondiamo con il pacifismo ad uso elettorale) che esso si converta al realismo della politica e che accetti tra le tattiche per cambiare il mondo anche quella che ricorre alla violenza. Anzi, se esso si limitasse a criticare ogni violenza, difficilmente si presterebbe alla strumentalizzazione.

C’è una differenza tra rifiuto della violenza e condanna del terrorismo.

Ma, è proprio questo il punto su cui vorremmo che si prestasse la massima attenzione: qui non stiamo discutendo della violenza sì, della violenza no. Un confronto su questo “dilemma” sarebbe in questo momento mistificante o quanto meno depistante. Sono i giornalisti e gli intellettuali al servizio dell’aggressione/occupazione che vorrebbero implicitamente far leva su questo punto di “forza etica” di un certo pacifismo per rovesciarlo in un punto di debolezza.

Si badi però che l’operazione psico-intellettuale è condotta con molta sottigliezza e ambiguità. Si solletica la sensibilità del pacifismo sul predetto punto, ma non si chiede la condanna della violenza, perché questa condanna, oltre che risolversi in un boomerang per gli aggressori, sarebbe inutile, non spendibile alla patria bisogna. Serve qualcosa in più!

Le classi dominanti oggi non stanno condannando la violenza e non chiedono la condanna della violenza, anche perché tale condanna sulla loro bocca apparirebbe immediatamente grottesca, ma stanno chiedendo la condanna del terrorismo.

Sappiamo che le logiche fondamentaliste (da qualsiasi parte provengono) non riescono a fare distinzioni. Quindi, può scattare nel campo pacifista il fondamentalismo, che accomuna l’uso della forza alla violenza e la violenza al terrorismo. Quando si è ossessionati dall’idea del diavolo, anche uno schiaffo viene considerato opera sua; come quando si è ossessionati dall’idea negativa del Potere, anche un capo tribù viene percepito come Hitler.

Il fondamentalista deve però sapere non solo che il suo discorso è insensato ma non gli garantisce alcuna corazza contro la nostra critica se insiste con la “notte buia in cui tutti i gatti sono neri”. Anzi il suo discorso è immediatamente rovesciabile nel suo contrario. Infatti, se siamo costretti a discutere sotto la cappa di questa logica toto-omologante, possiamo dire con altrettanta e serafica tranquillità: “bene, allora se il terrorismo è uguale alla violenza, chiamate quello che le classi dominanti definiscono terrorismo con il nome di violenza: tanto fa lo stesso”. Se non si opera anche con questa inversione, vuol dire che il motivo truffaldino c’è, eccome se c’è! Perché il termine terrorismo vorrebbe rinviare ad un concetto di criminalità, mentre il termine “violenza” rinvia solo al concetto di guerra.

Noi facciamo la distinzione e vi chiamiamo ad un confronto su questo. Il terrorismo, giusto o sbagliato che sia, viene descritto oggi come una violenza spietata su un nemico indifeso, in genere su popolazioni civili inermi e innocenti. Giusto o sbagliato che sia, viene indicato come terrorismo quello dei kamikaze palestinesi sulle popolazioni civili israeliane, caratterialmente dedite al gioco, al ballo e alle conversazione culturale. Il peggiore sarebbe però quello di bin Laden con i suoi attentati alle Twin Towers, alle sinagoghe, ai villaggi turistici. Gli scontri armati tra militari o tra militari e guerriglieri vengono invece catalogati sotto il registro della violenza bellica: almeno in teoria.

Peraltro, questa distinzione è implicitamente accettata anche dal pacifismo di principio, se anche esso si lascia scappare talvolta l’espressione “contro la guerra, contro il terrorismo”. La parola “guerra” rinvia a tutta evidenza ad una violenza diversa da quella terroristica, altrimenti ci si limiterebbe a parlare “contro gli opposti terrorismi”.

Chi sta in cima alla lista del terrorismo.

Tuttavia, se il concetto di terrorismo è quello sopra espresso, ci sarà concesso dal pacifismo non elettoralistico che la lista (che poi fa parte dell’immaginario collettivo) non comprende parecchi soggetti. Tutte le volte che si cerca di completarla, i soggetti che vi entrano dalla porta escono sempre dalla finestra. E non li comprende anche per colpa di una certa pigrizia pacifista, perché, lo vogliamo ammettere o no (facciamoci un esame di coscienza) è scattato un freno inibitorio, che ci impedisce di allargare sul serio la lista. Mettiamola un po’ pittorescamente, per farci meglio capire. Noi abbiamo paura che indicare altri soggetti come terroristi ci faccia apparire come persone che giustificano bin Laden: basta vedere le sceneggiate in tv con protagonisti quegli eroici politici di sinistra ospiti nella caserma di Bruno Vespa. Potremmo anche dire che quei freni inibitori siano una manifestazione della sindrome di Porta a Porta. Vi ricordate il fatidico passaggio, quasi un battesimo di sangue democratico? Vespa: “Condanna lei l’attentato alle due torri?” Risposta: “però, vorrei fare una premessa… prima gli Usa per i quali nutro il più profondo rispetto…” Interruzione puntuale e aggressiva di Vespa, sotto forma di domanda che richiede perentoriamente una sola risposta, pena l’espulsione dal consesso della civiltà: “dunque lei sta cercando di giustificare l’abominevole attentato?”. Risposta: “non sia mai detto, anzi io lo ritengo orrendo”. Si china dunque il capo e si prosegue nel democratico dibattito sotto l’occhio vigile e severo dei generali invitati come esperti alla trasmissione.

Purtroppo, le cose stanno in questi termini e guai ai Nogaro che ogni tanto squarciano la plumbea atmosfera di conformismo da camerata con “qualche discorso liberatorio”, che sfida l’arroganza imbecille del conduttore di turno e la sostanza inerte della politica/politicante, il cui interprete è portato inesorabilmente a preoccuparsi di non essere invitato alla prossima trasmissione o banchetto elettorale. Ma, si dirà che i Nogaro non hanno moglie e figli (o assessori e deputati) da mantenere. E’ vero, e questo il punto: la verità e l’onestà non c’entrano un cavolo di niente!

Allora, anche noi abbiamo moglie e figli. Ciò nonostante, ci mettiamo a gridare che il re è nudo…e sporcaccione. Lo possiamo fare non perché siamo coraggiosi, ma perché abbiamo scelto di stare “fuori” dall’affare.

E dunque, come direbbe anche Noam Chomsky, stabilito concettualmente cosa è il terrorismo, i capofila del terrorismo, del peggior terrorismo, sono gli Stati Uniti. Perché gli Usa meritano l’oscar del dis-onore senza che temano attori/concorrenti? E’ presto detto, senza fare neppure grandi sforzi di memoria, ed il problema è questo, mille volte questo!!! Non è un altro!!!

Gli Usa sono al primo posto, innanzitutto, sotto un profilo temporale. Il primo e più grande atto terroristico della storia dell’umanità l’hanno commesso a Hiroshima e Nagasaky: anche se qualcuno vorrà aggiungere lo sterminio dei nativi americani e la schiavitù. A chi alza le spalle per questa nostra banalità, è il caso di ricordare che le due bombe atomiche furono sganciate a guerra pressoché finita e persa dai giapponesi: quindi non fu neanche un atto terroristico nella guerra. Furono sganciate per terrorizzare il mondo intero, per significare che i nuovi padroni e vincitori avevano un’arma così terribile da sconsigliare qualsiasi ribellione. Furono sganciate non su un esercito, sia pure indifeso, ma su due città ormai popolate solo da vecchi, donne, bambini e invalidi: provocarono una strage tremenda. Furono sganciate senza alcun rischio che gli eroici bombardieri fossero colpiti e senza alcun rischio che vi potesse essere una qualche ritorsione: si trattò quindi anche della più grande vigliaccata della storia, decorata con holliwoodiana impudenza come eroico atto per porre fine alla guerra Intorno ad essa si è discettato tra i progressisti, ma solo per dimostrare che non aveva raggiunto gli stessi livelli di ferocia nazista e per compiangere la nevrosi che provocò ai bombardieri.

Sempre gli Usa, ma nell’occasione insieme agli inglesi, distrussero in tre giorni la città di Dresda, per punire –così confessarono con l’olimpica serenità dei giusti- anche il popolo tedesco. Anche quel bombardamento fu effettuato a guerra vinta e su una città ove erano restati sempre vecchi, donne, bambini e invalidi. Fu effettuato con bombe incendiarie che fecero più vittime che a Hiroshima: 203.000 essere umani, donne, vecchi, bambini e invalidi, senza alcuna possibilità di difesa. I pochi superstiti raccontano di uno spettacolo atroce: la città era un’immensa palla di fuoco e spesso si vedevano corpi di bambini, di donne, di anziani correre come torce umane, squarciando l’aria con urla atroci. Ancora una volta, i bombardamenti furono effettuati senza alcun rischio…e senza esercitare la violenza sporca –questa sì ripugnante- dei nazisti: questi, ancora costretti all’artigianato del crimine, toccavano le loro vittime, le mani dei piloti anglo-americani, impulsando solo le nuove tecniche del crimine astratto, restavano immacolate e quindi innocenti.

Sappiamo che i pacifisti ricordano con orrore questi episodi. Ma quando noi chiediamo di indicare gli Usa come i primi e peggiori terroristi, molti di loro vanno in difficoltà e si trincerano dietro al fatto che la violenza bellica (il termine terrorismo in questo caso scompare) è sempre la stessa, sia che produca un morto sia che ne produca 203.000. Cosa vogliamo insinuare con questo? Semplice: che molti pacifisti, pur assumendo l’aria ispirata di Maria Teresa di Calcutta, non sono coerenti, non credono che gli Usa siano stati e siano i capofila del peggior terrorismo, per quantità di vittime, per la loro vigliaccheria, per l’asimmetria dei mezzi, per l’abiezione degli interessi difesi. Non vogliono crederlo per mille ragioni, non ultima quella intonata sulla differenza tra il viso sorridente, quasi da eterno adolescente, del soldato americano e il viso rugato dell’islamico algerino sgozzatore sfregiato e senza denti, fatto circolare per anni su tutte le tv per giustificare le raffinate conferenze delle democratiche scrittrici algerine a difesa della lingua francese contro la barbara lingua araba. E facciamo questa insinuazione, anche quando in alcune assemblee pacifiste, sentiamo la condanna di tutti i terrorismi. Infatti, queste condanne sono frequenti solo quando si protesta contro il terrorismo dei bin Laden, sicché tutti sanno che si sta condannando un terrorismo con nome e cognome, mentre l’altro resta innominato, astratto, nel migliore dei casi accennato…un’eterea silhouette sullo sfondo nebbioso. Ovviamente, saremmo lietissimi di avere molte e clamorose smentite a questa insinuazione, anche perché non vogliamo avere il monopolio della coerenza e della lotta “giusta”. Meglio siamo e meglio è.

Andiamo avanti. Bombardamenti sull’Iraq nel 1991: non sono stati terroristici e all’uranio impoverito? Bombardamenti sulla Serbia: non sono stati terroristici e all’uranio impoverito? Bombardamenti sull’Iraq nel 2003: non sono stati terroristici e all’uranio impoverito?

I pacifisti ammettono di sì. Ma ritengono di doverlo dire a mezza bocca per non sembrare filo bin Laden o per non giustificare sia pure indirettamente bin Laden. Ma, ancora una volta siamo all’incoerenza più plateale. Non si ha paura di essere strumentalizzati dalle classi dominanti (dotate di immense ricchezze, di un armamentario infinito di mezzi di comunicazione e persuasione, di reggimenti di intellettuali e giornalisti, nonché di quella Cosa che si chiama economia, produttività e consumo) quando si avverte l’esigenza etica e imperiosa di manifestare i propri sacri principi; si ha invece paura di essere strumentalizzati da bin Laden, da Saddam e dai kamikaze palestinesi (che al più possono sperare di utilizzare Al Jazeera, le moschee e soprattutto una grande disperazione), quando bisogna attribuire gli aggettivi giusti agli Usa.

La verità è che dietro la logica dei due pesi e delle due misure, oltre ai freni inibitori sopra indicati, si è venuto a costruire un concetto mostruoso, che così viene ripetuto spesso nell’accampamento militare di Bruno Vespa dagli audaci oppositori alla guerra, che in quello accampamento vanno talvolta a fare incursioni: “per battere il terrorismo, è inutile e sbagliato ricorrere alla guerra”. E alla domanda di Vespa (cosa bisogna allora fare per sconfiggere il terrorismo?), si risponde: “si ricorra alla polizia internazionale”.

En passant, facciamo notare che mai nessuno ha chiesto, nelle trasmissioni che contano, di organizzare la polizia internazionale per arrestare Bush, Blair e Berlusconi. Per dirla più provocatoriamente, mai nessuno ha osato profferire: “per sconfiggere l’imperialismo, è inutile e sbagliato ricorrere al terrorismo”.

E’ evidente il significato del concetto, espresso dai predetti incursori. Il nemico principale dell’umanità è il terrorismo dei vari bin Laden, mentre chi lo subisce (cioè Usa e potenze occidentali) –in fondo nostri amici- sarebbero solo censurabili perché lo vogliono combattere con la guerra e al più perché il loro liberismo avrebbe trascurato di alleviare la miseria dei Sud del mondo. A presupposto di questo concetto vi sarebbe anche il fatto che il terrorismo (terzomondista, islamico) non deriva dalla miseria (ipersfruttamento e oppressione), ma avrebbe origine da se stesso (dalla brama di Potere, di Ricchezze). Esso dunque strumentalizzerebbe la miseria.

Cominciamo da quest’ultimo concetto, ultimo ritrovato filosofico del pensiero laico sciorinato disinvoltamente in dotti trattati, oltre che davanti ai generali di Bruno Vespa.

Come è noto, la famiglia Agnelli ha brama di Potere e di Ricchezze, ma non ci sembra che vada in giro a fare o comandare attentati…sebbene faccia e comandi cose peggiori. Né ci risulta che arrivi a tanto, nelle valli padane, la piccola borghesia isterica e invidiosa, che ha la stessa brama senza poterla soddisfare.

Arriva invece a tanto la borghesia terzomondista. Dove sta il “quid pluris” ovvero quel sovrappiù che fa scattare la molla del terrorismo? Si spiega con simpatica erre moscia (che rende più raffinata la spiegazione) che non è la miseria, l’oppressione e neanche il fatto che ad essere oppressa (il che non vuol dire del tutto priva di ricchezze, ma priva di potere) sia la borghesia stessa. Quindi, il motivo non può che essere qualcosa di misterioso, simile allo Spirito o al flogisto a secondo delle inclinazioni filosofiche, a meno che non si voglia sostenere che la brama di Potere e di Ricchezze della borghesia terzomondista è più bramosa, più abietta, più feroce. Forse perché è una brama islamica, forse perché è incivile, forse perché è diabolica? Non lo si dice, perché la raffinatezza del democratico intellettuale non può ammettere una simile sciocchezza. Allora non resta che una spiegazione: forse… perché è una bufala metafisica per essere accolti a discettare e a smaneggiare nelle nostre gloriose istituzioni. Non si può ammettere di chinare la testa, bisogna trovare una gag intellettuale per guardarsi ancora allo specchio con un minimo di autostima. O no? Ma, ci pare serio, dopo il secolo dei Lumi, dopo il secolo del materialismo storico, dopo che siamo riusciti a spiegare perfino come è nato nella nostra zucca il linguaggio, tornare ad argomentare con le categorie del diavolo e delle streghe?

Noi facciamo un’ipotesi volgarissima e provocatoria. Il terrorismo terzomondista, giusto o sbagliato che sia, nasce per gli stessi motivi del terrorismo antitedesco durante la seconda guerra mondiale. Di fronte alla soverchiante forza militare dei paesi che dominano il mondo (in particolare gli Usa), l’opposizione sul terreno militare non può manifestarsi in campo aperto. E’ anche nostra convinzione che l’uso e l’abuso di questa tattica difficilmente porti alla vittoria la borghesia che si sente oppressa, tanto meno è un uso ed abuso che può essere esercitato dalle masse oppresse. Di più: di fronte a questa soverchiante asimmetria, che si manifesta anche a favore degli apparati repressivi interni, si può anche ri-discutere sull’efficacia delle vecchie tattiche comuniste. Ma questo è un altro discorso. Ciò che qui, però, interessa è stabilire quali sono i motivi del terrorismo, non se esso è efficace o inefficace, giusto o sbagliato.

I partigiani italiani, francesi, titoisti usarono ampiamente il terrorismo. Certo, perché volevano anche prendere il Potere, certo perché molti di loro erano anche borghesi e volevano ridiventare liberi sfruttatori del loro proletariato; ma il movente principale del loro terrorismo era l’asimmetria delle forze e, secondo loro, l’urgenza dell’azione. Naturalmente, nessuno si sogna di definirli terroristi o criminali, anche se nei loro compositi movimenti si espressero tendenze che poco avevano a che fare con la politica. Solo i tedeschi e i fascisti li chiamavano tranquillamente terroristi, banditi, delinquenti. Sarebbe utile ripassarsi un po’ di storia…ma basta rivedersi anche qualche film.

Si obietterà immediatamente che i partigiani suddetti non facevano attentati che coinvolgevano vittime innocenti, in particolare tra la popolazione civile. Non è del tutto vero: anzi è vero che molti fascisti civili subirono rappresaglie.

D’altra parte, che non sia la brama di Potere il movente principale dell’attuale terrorismo è dimostrato proprio dai molto vituperati kamikaze. Si può mai sensatamente sostenere –fuori dai kibbutz di Vespa e di Lerner- che questo soggetto si suicida per brama di Potere? E mai possibile che ci si suicida per conquistare posti di comando e di privilegio? Dove, in Paradiso? Certo, viene sostenuto con disinvoltura anche nelle trasmissioni tenute nel mini-pentagono di Ferrara, ma spiegazioni del genere hanno lo stesso valore –volendo parafrasare la Guzzanti- di una fetecchia.

Proprio la vicenda palestinese ci dimostra che il fenomeno dei kamikaze ha un origine storicamente determinata in un contesto preciso. In altri termini, detto fenomeno non ha una sua autonomia (lasciata ancor più imprecisata per inquietare il pubblico), che si manifesterebbe a prescindere da contesti e pretesti ben precisi. Se avesse avuto questa autonomia, esso si sarebbe manifestato fin dalla nascita dello stato israeliano, perché fin dall’inizio questi provocò miseria e oppressione, frustrazione e umiliazione, dentro cui si sarebbe potuto facilmente inserire. Nasce invece nel momento in cui il popolo palestinese ha preso atto che la tattica degli accordi non solo non portava da nessuna parte ma addirittura incoraggiava gli israeliani a stringere la loro morsa sulla già martoriata terra palestinese. E si è scatenata anche contro la popolazione civile israeliana, perché quest’ultima non solo è stata vista come militarizzata, ma anche come la cinica e spietata beneficiaria immediata di quanto facevano carri armati e ruspe. Sfidiamo anche la persona più mite di questo mondo a resistere alla tentazione terroristica, dopo che la sua casa è stata distrutta da un bulldozer, protetto dai carri armati, per far posto alla famiglia ebrea che avidamente attende già dietro il bulldozer. Qui da noi civilissimi ci si è ammazzati anche per 10 cm di confine o per finestre oscurate da qualche muro abusivamente rialzato. Lì per contorno ti tolgono anche l’acqua.

Due parole in più sul “terrorismo” della resistenza irakena

Comunque sia, i palestinesi, censurati per il fatto di colpire soprattutto la popolazione civile, sono spesso contortamente giustificati da un certo progressismo. I resistenti Irakeni stanno, invece, subendo un sorprendente giudizio. Come apprendiamo ogni giorno, essi colpiscono soprattutto militari occupanti e collaboratori Irakeni degli occupanti. Dovrebbero essere considerati meno terroristi dei palestinesi…se il parametro di valutazione è la popolazione civile. Invece, si tenta con tutti i mezzi di convincere l’opinione pubblica che sono più terroristi dei loro vicini: per loro sono obbligatori gli aggettivi di “orribili”, “odiosi”, “efferati”, “vigliacchi”. Si prega di prestare attenzione all’immancabile successione nei democratici dibattiti condotti dai 3 signori sopra nominati: il pacifista inizialmente si fa scappare il termine “resistente”; subito qualcuno è pronto a ricordare che si tratta di “terrorista”, quindi il conduttore conclude con l’espressione “ignobile terrorista”. E’ una successione così determinata, senza variazione alcuna, che ci fa venire in mente i riflessi di Pavlov: l’unica differenza forse sta nel fatto che i nostri personaggi non hanno bisogno di passare per lo stress che lo sperimentatore infligge ai cani, sono diventati spontaneamente animaleschi, non sbagliano alcun riflesso della serie prestabilita.

Eppure, volendo usare sempre come paragone i partigiani italiani, è come se i resistenti irakeni colpissero i militari tedeschi e gli italiani fascisti loro collaboratori (urla di Vespa, iena ridens Lerner, vomiti pentagonali di Ferrara con mosse isteriche della di lui consorte, dagli all’untore di Gasparri, viso paonazzo di Ciampi…volto affranto dal dolore di cicciobello). Ma continuando nel sacrilegio, dobbiamo anche ricordare che i collaboratori venivano una volta indicati molto spregiativamente con il termine di quisling, fantocci, delatori, insomma come il fenomeno peggiore che potesse esprimere l’umanità, sebbene oggi le nostre sinistre giornaliste in Iraq indichino gli stessi personaggi come innocenti civili che collaborano alla ricostruzione democratica del paese, oscurando opportunamente l’odio e le manifestazioni della gente contro l’occupazione. Al colmo della protervia dis-informativa una di queste giornaliste è arrivata a dirci che i “terroristi” irakeni sarebbero solo 5 mila, per lo più stranieri, e che di loro la popolazione non ne può più.

E’ pure capitato che in qualche combattimento siano morti dei civili innocenti (cioè non collaboratori), ma il grande scandalo, che ha fatto scatenare i nostri mass-media insieme a tutto l’arco costituzionale e i suoi codazzi, c’è stato con l’uccisione dei 19 italiani a Nassirya. Se qualcuno non se ne è accorto, il teorema è stato questo: poiché gli italiani sono brava gente per principio, poiché lo sono anche quando indossano le divise e prendono i somali per i testicoli (un principio non viene meno per qualche banale tortura), ne deriva che essi, pur alleati degli Usa che fanno la guerra, sono andati a presidiare Nassirya per ristabilire la pace; uccidere gente di pace, significa quindi comportarsi da terroristi. C’è poco da ridere: è stato detto e ripetuto con aria intelligente e cipiglio da gente colta che si può essere alleati di aggressori militari (non cambia se togliete il termine aggressori), affiancarli sul territorio occupato in divisa e con le armi in pugno, consegnare agli stessi anche eventuali terroristi, e tuttavia bisogna essere considerati uomini di pace: un principio è un principio. Per di più un principio che ha trovato conferma nel fatto che i nostri militari sono stati filmati dalla disinteressata Botteri mentre davano la caramella a qualche sparuto bambino che li avvicinava?

Si, lo ammettiamo o no, ormai non c’è più il senso del minimo pudore.

Ci avviliremmo nel più cupo dei pessimismi, se dovessimo spiegare quale sia la verità, perché essa è evidente anche al più fessizzato degli italiani. Una cosa però ci preme sottolineare in questa vicenda, e cioè quanto possa essere più feroce chi pretende di portare la pace: in questo caso, guai a chi lo tocca…e guai a chi non lo definisce un eroe…e guai a chi non si commuove! Ci viene quasi da dire per ritorsione: “dio ci guardi dai portatori/esportatori di pace nel mondo, che dai Bush ci guardiamo solo noi!”

Non stiamo esagerando: anche l’abbondante aggettivazione sta bene al suo posto. Ricorderete tutti quanto è capitato nell’imboscata televisiva tesa all’iman di Londra…sempre in base all’assunto indiscutibile dei militari italiani missionari di pace per grazia ricevuta e messa definitivamente nei cromosomi. Intervistato dal solito Vespa, spalleggiato questi da quell’indicibile personaggio che è Magdi Allan (che non viene pagato da noi sovversivi per fingersi, con il suo sguardo torvo, tra i filo-americani onde renderli più odiosi), alla presenza di ospiti addomesticati, egli ha dichiarato che i militari italiani sono considerati occupanti e devono andarsene dall’Iraq e che solo così si può raggiungere la pace. E’ stato definito criminale per aver espresso un concetto banalissimo. Perché? Gli italiani sono gente di pace, definirli occupanti è istigazione ad armarsi per poterli scacciare, è istigazione a delinquere nonché una minaccia di grave danno: ovviamente il reato non sussisterebbe, se si ammettesse che gli italiani sono in guerra. E tutti istericamente a gridare contro il criminale, intimorendo chiunque potesse cadere nella tentazione di dubitare, sicché il direttore di Liberazione è andato sul liscio nel farfugliare il solito ritornello del terrorismo che genera la guerra che a sua volta genera il terrorismo…con la finale richiesta di rivolgersi all’Onu.

Abbiamo già scritto e ripetuto più volte anche a voce che noi non sosteniamo le alternative sociali e politiche della resistenza irakena. Tuttavia, questo non deve esimerci dal ritenere questa resistenza legittima, per il semplice ed auto-evidente motivo che essa si da contro truppe di occupazione, per di più immediatamente odiate dalla stragrande maggioranza della popolazione già oppressa dall’imperialismo economico/finanziario.

Per essere più chiari, sia pure in estrema sintesi, noi siamo critici delle lotte antimperialiste dirette dalle borghesie, con forme di lotta e organizzazioni che tagliano completamente fuori la mobilitazione su terreni specifici del proletariato. Se non usiamo il termine terrorismo per certe forme di lotta non è perché appoggiamo i programmi delle borghesie terzo-mondiste. Non lo usiamo per le considerazioni sopra svolte e cioè per non legittimare le aggressioni delle grandi Potenze occidentali, contro cui deve di nuovo sprigionarsi la massima e più vasta opposizione: e questo è anche l’unico modo per non regalare, offrendole un altro punto di riferimento, la resistenza ai bin Laden. Solo un ingenuo può pensare che l’uso di detto termine riferito ai resistenti irakeni sia un modo per affermare unicamente la propria concezione pacifista. Non è vietato, naturalmente, essere ingenui, ma non si può pretendere di essere irragionevolmente ingenui e nel contempo di essere convincenti.

Altro discorso è quello relativo al rifiuto assoluto della violenza, espresso da alcune componenti pacifiste. Cercheremo di confrontarci anche su questo spinosissimo problema in un altro scritto. Qui vogliamo solo anticipare due concetti.

Per quanto ci riguarda, cioè come comunisti, noi non opponiamo alla lotta pacifica la mistica della violenza; anzi noi non pensiamo neanche di dover suscitare la violenza. Anche se voi pacifisti assoluti non siete d’accordo neppure su questo, riteniamo di doverci limitare ad organizzare la violenza, che purtroppo scaturisce dalle viscere di questa società, per razionalizzarla e limitarla nei limiti del possibile. Assumendola anche criticamente e senza enfatizzarla per le sue presunte funzioni catartiche. Di più: anche una rivoluzione, che dovesse vedere alcuni settori sociali in armi, avrà il contributo di altri settori che continueranno a lottare senza ricorrere alla violenza aggressiva e distruttiva. Questo contributo noi non lo consideriamo di seconda classe.

Nel considerare quindi con rispetto la scelta di alcuni settori sociali e culturali di lottare pacificamente, sempre e ovunque, invitiamo questi settori a fare una considerazione critica. Come le lotte violente non sono generalizzabili nei movimenti generali e complessi, così non sono generalizzabili le lotte pacifiche. Ovviamente è fortissima la tentazione di ergersi a modello per ognuno che si fa portatore di una determinata pratica di lotta, con conseguenti confronti a base di censure e scomuniche. Tuttavia, nessuna scomunica può cambiare la complessa realtà di un movimento, che non scompare del tutto neppure nelle fasi di forte polarizzazione come ha dimostrato perfino l’incandescente rivoluzione russa. Più utile ci sembra invece un confronto che punti alla sinergia dei diversi comportamenti. Nel dire ciò, non ignoriamo che talvolta due forme di lotta in uno stesso movimento possono danneggiarsi a vicende e favorire l’avversario Quindi, il confronto non può non tendere anche a convincere che una delle due forme di lotta è sbagliata; ma deve tendervi, però, sapendo che non si sta discutendo di idee astratte che si possono modificare da un momento all’altro, bensì di comportamenti sociali impastati di sedimenti culturali, di sentimenti e di risentimenti, di una diversa percezione delle ingiustizie, di diverse urgenze economiche, di diverse stratificazioni sociali.

Alcune componenti pacifiste di ispirazione cattolica si sono invece allontanate dal movimento perché hanno ritenuto incompatibili certe forme di lotta praticate da alcuni gruppi particolarmente attirati dalle solite vetrine. Neanche noi amiamo spaccare le vetrine, tuttavia ancora una volta facciamo appello alla coerenza.

Queste componenti fanno ancora parte di un’istituzione che vanta cardinali come Ruini che fanno appello non tanto alla violenza su qualche vetrina ma a quella genocida degli eserciti. Per di più, esse organizzano convegni e conferenze con esponenti di quel DS, che si è vantato della spedizione punitiva sulla Serbia e ora sostiene la necessità di mantenere la presenza militare in Iraq magari sotto l’egida dell’ONU. Certo, durante questi convegni, ci si confronta tranquillamente, non si spaccano le vetrine, si ha l’impressione di stare tra la brava gente pacifica, nondimeno si collabora con soggetti che vogliono ferocemente imporre la pace nel mondo.

Ci spiegheranno queste componenti che, poiché la mitezza è transitiva, i suddetti incontri servono per contaminare i guerrafondai. Francamente, siamo ancora rozzamente convinti che sia più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un guerrafondaio diventi un pacifista…a meno che non lo si costringa.

I/le compagnei/e di Red Link

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