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Irak: ritiro delle truppe combattenti e di tutti i reparti ausiliari “umanitari” sotto qualunque bandiera organizzati

Sintesi della discussione svoltasi il 29 novembre a Roma

(14 Dicembre 2003)

Si è svolto a Roma il 29 novembre l’incontro di varie realtà di movimento per avviare un confronto in relazione al prosieguo dell’occupazione dell’Iraq e per la ripresa dell’iniziativa politica sulla richiesta del ritiro delle truppe combattenti e di tutti i reparti ausiliari “umanitari” sotto qualunque bandiera organizzati.

Il primo punto messo da tutti in evidenza è che la natura dell’occupazione militare dell’Iraq rimane di stampo neocoloniale: finalizzata alla rapina delle risorse economiche del paese e a terrorizzare la popolazione irakena come monito a tutte le masse arabe e islamiche affinché si pieghino ai diktat delle potenze occidentali.

La natura neocoloniale dell’aggressione e dell’occupazione non è assolutamente venuta meno in seguito al consenso dato dall’Onu, organismo che già aveva dato la sua copertura all’embargo decennale che ha affamato un intero popolo provocando centinaia di migliaia di morti soprattutto tra i bambini.

Permangono quindi tutte intere le ragioni di opposizione che all’inizio del 2003 hanno portato milioni di persone a mobilitarsi contro l’aggressione militare dell’Iraq per dire il proprio no “senza se e senza ma”.

È stata espressa la comune valutazione che la stragrande maggioranza di quelle persone scese in piazza e anche oltre, mantenga la propria opposizione all’occupazione militare, anche se l’arroganza e lo strapotere messo in campo dalle forze occupanti, ha provocato una provvisoria empasse ed un bisogno di interrogarsi circa le modalità più efficaci per contrastare la strategia della guerra infinita che non ha nessuna intenzione di fermarsi al solo Iraq.

Tali difficoltà sono amplificate dall’atteggiamento di diverse forze politiche e associazioni che, dopo aver fatto proprio il rifiuto dell’aggressione militare hanno accettato come fatto compiuto ed immodificabile l’avvenuta occupazione, adducendo la richiamata votazione dell’Onu ed il presunto caos derivante dall’eventuale ritiro delle truppe.

Appare evidente che l’opposizione di tali forze avesse elementi di ambiguità già all’origine e contenesse “molti se e molti ma”, messi provvisoriamente in secondo piano di fronte alla forte opposizione di massa all’aggressione militare dell’Iraq. Basti qui ricordare che molti dei governi e delle forze politiche che hanno espresso le loro critiche alla guerra, non solo hanno approvato il precedente decennale embargo, ma dicevano esplicitamente di condividere l’obiettivo dichiarato da Usa ed Inghilterra di abbattere il regime irakeno, dissentendo poi sui metodi da utilizzare a tale scopo.

Ulteriori difficoltà per il movimento no-war sono derivate dall’emergere di un vasto movimento di resistenza armata di massa in Iraq che sta infliggendo colpi durissimi alle truppe di occupazione.

Su questo terreno la propaganda mediatica ha agito con due argomentazioni ricattatorie entrambe false ma risultate all’immediato alquanto efficaci. Da una parte si è identificata la resistenza nel suo complesso con il terrorismo, anche di fronte alla evidenza dei fatti di azioni militari condotte sul terreno della guerriglia in forza della sproporzione di mezzi rispetto alle truppe occupanti. Dall’altra si è cercato di instillare anche nei critici dell’aggressione l’aut aut secondo cui continuare ad opporsi all’occupazione militare doveva necessariamente significare identificarsi con l’ideologia e la politica delle forze protagoniste della resistenza irakena.

Di tale campagna si è avuta una esemplificazione massima in occasione dell’attacco condotto a Nassiriya contro i militari italiani. Il governo, cercando di sfuggire alle proprie responsabilità per quelle morti provocate dalla scellerata decisione di inviare le proprie truppe a sostegno di un’occupazione militare di tipo neocoloniale, ha cercato di sfruttare ed amplificare il cordoglio popolare per i morti, montando una campagna di criminalizzazione contro chiunque continuasse ad esprimere la propria opposizione al prosieguo dell’occupazione dell’Iraq.

Ma, nonostante queste evidenti difficoltà il movimento di opposizione alla strategia della guerra infinita e all’occupazione dell’Iraq in particolare non è assolutamente scomparso. Nei mesi scorsi esso ha fatto sentire la sua voce proprio nei due paesi leaders della crociata neocoloniale. Negli Usa e in Inghilterra vi sono stati, oltre a quotidiane iniziative di denuncia, due significative mobilitazioni che hanno riportato in piazza centinaia di miglia di persone. Esso ha dato inoltre significativi segnali di ripresa ancora in Inghilterra in occasione della visita di Bush, costringendolo alla clandestinità, e in occasione del Social Forum di Parigi, dove vi è stata non solo un’altra grande mobilitazione, ma anche la ribadita condanna dell’occupazione nelle risoluzioni e l’indizione di una manifestazione internazionale da tenersi per il 20 marzo, anniversario dell’inizio dell’aggressione militare all’Iraq, riprendendo l’indicazione lanciata dal movimento di opposizione alla guerra statunitense.

I partecipanti alla discussione hanno ribadito di sentirsi parte integrante di questo ampio movimento internazionale di opposizione alla guerra, strettamente connesso con il movimento di contestazione alla globalizzazione capitalistica nato a Seattle. È alla estensione e alla radicalizzazione di questo movimento che ci si sente impegnati a dare il proprio contributo anche critico ma fattivo. L’idea che si tratti di un movimento definitivamente estinto risulta miope e quella di dare vita in proprio ad un “altro” movimento magari “più qualificato” politicamente, oltre ad essere inconsistente è anche idealistica.

La battaglia per rafforzare l’opposizione e la mobilitazione contro l’occupazione dell’Iraq va data dentro questo movimento, non fuori e contro di esso.

Il contributo che si intende dare al rafforzamento del movimento, oltre che alla partecipazione e all’organizzazione da protagonisti delle sue scadenze di mobilitazione, consiste nel sostenere una lettura di classe dello scontro in atto, nell’evidenziarne la natura imperialistica legata agli interessi delle grandi potenze economiche e politiche mondiali.

Le conseguenze di tale contributo non sono semplicemente di tipo analitico, ma anche di tipo operativo, di percorsi, di obiettivi e di priorità su cui attestarsi.

Faremo qualche esempio per spiegare cosa si intende dire.

Qualche “anima bella” presunto “consigliere e ispiratore” del movimento contro la guerra, di fronte alla constatazione che le pur oceaniche mobilitazioni di piazza non sono riuscite a fermare l’aggressione militare, suggerisce la via del “realismo”, delle alleanze con presunti compagni di strada per dare maggiore efficacia alla lotta. Così si finisce per discettare sul presunto ruolo - reale o potenziale a seconda dei gusti - dell’Europa e sulla necessità di stringere un’alleanza con essa, visti gli evidenti e manifesti elementi di contraddizione (almeno di una parte dei paesi che la compongono) con la politica degli Usa. I più cinici si spingono esplicitamente a sostenere che il movimento dovrebbe appoggiare la politica estera dell’Europa, anzi dovrebbe sia contribuire con il proprio peso a determinarla, sia, preso atto della sproporzioni delle forze in campo, appoggiare anche una politica di riarmo europea come solo credibile contrappeso allo strapotere statunitense. Altri vagheggiano di un’Europa sociale, differente da quella attuale, salvo poi esimersi dal compito di esplicitare cosa si intende con ciò, attraverso quale percorso realizzarla e dall’indicare chi dovrebbero essere gli attori costituenti di tale etereo soggetto. Si tratta di una posizione più edulcorata e più mistificata della prima, ma che, al di là delle più o meno buone intenzioni, finisce per ricondurre allo stesso esito. Sullo stesso terreno stanno coloro che, indicando lo strapotere statunitense come il male assoluto ed il nemico principale da affrontare, si fanno sostenitori di un generico antiamericanismo e propongono una sorta di fronte comune sul piano sociale e politico con tutte quelle forze, siano esse apparati statali altrettanto imperialisti degli Usa, o forze e tendenze politico/ideologiche, che si oppongono agli statunitensi in nome della creazione di un impero antagonista dall’Atlantico a Vladivostok. Tutte queste proposte, pur conservando una loro specificità, sono accomunate da una profonda sfiducia nel movimento e nella possibilità di una efficace lotta di massa. Così anche quando i loro estensori si ergono a critici dell’impotenza del movimento a fermare la guerra, essi suggeriscono una strada che nei fatti significherebbe il suicidio politico del movimento stesso e lo trasformerebbe in supporter addomesticato di una politica dalle conseguenze ancora più guerrafondaie di quelle che si pretende di contrastare. Senza contare che andrebbe seriamente dimostrata la contrapposizione antagonistica dei governi europei attuali o futuri alla politica di oppressione e di sfruttamento dei popoli del terzo mondo portata avanti dagli Usa. Non si vuole evidentemente con ciò contestare la possibilità e la necessità per il movimento di darsi obiettivi parziali ed indirizzati a controparti locali.

Il problema è appunto quali obiettivi, con quale prospettiva e su quali basi. La pressione con la mobilitazione rispetto ai propri governi nazionali o all’Europa per impedirne la partecipazione attiva ad una politica di oppressione neocoloniale è non solo possibile ma anche necessaria, tutto sta a capire se si considerano tali istituzioni come delle controparti o come degli alleati da convincere, se si conducono queste rivendicazioni sulla base della propria autonomia politica organizzativa e decisionale oppure si trasforma il movimento in un appendice della politica istituzionale delle classi dirigenti europee e del grande capitale di cui esse sono i rappresentanti politici.

I governi ed i vari stati europei, anche quando esprimono dissensi nei confronti della politica Usa, anche quando si muovono in contraddizione con un lineare percorso verso la costituzione di una nuova potenza mondiale, non sono mossi da valori umanitari, ma dal ruolo secondario ad essi riservato nella spartizione del bottino da parte del capobanda Usa. Quanto agli obiettivi strategici di quella politica vi è una sostanziale condivisione dettata dalla comune esigenza di assecondare l’insaziabile sete di profitti del capitale.

Come si può facilmente intuire cambiano completamente la prospettiva ed i percorsi su cui si lavora a seconda che prevalga una o l’altra tendenza. Ed è per noi vitale che, in stretta relazione alle dinamiche dello scontro e ai problemi reali che il movimento si trova ad affrontare, quindi non sul terreno di una astratta e settaria battaglia ideologica, si affermino un punto di vista ed una pratica atti a preservare l’autonomia del movimento ed a farne crescere la consapevolezza antagonistica, allo stato attuale presente soprattutto a livello potenziale.

Altro comune elemento di decisivo impegno dei partecipanti alla discussione è stato quello di contribuire al rafforzamento delle motivazioni e delle componenti socialmente qualificate nel movimento di opposizione alla guerra.

È infatti convinzione comune che il rafforzamento e la capacità di incidenza del movimento no-war passa attraverso l’ulteriore diretto coinvolgimento di quelle figure proletarie che pagano maggiormente sulla propria pelle le conseguenze della globalizzazione capitalistica, della militarizzazione crescente della società e della tendenza verso la guerra. Le stesse individualità che pure sono state presenti nel movimento di opposizione alla guerra, spesso vi hanno partecipato prevalentemente come soggetti indistinti e scissi dalla propria condizione sociale. Si tratta quindi di rafforzare la percezione che oltre alle non disprezzabili motivazioni di ordine etico e morale contro la barbarie dell’aggressione verso popoli indifesi, vi sono ragioni che attengono alla propria collocazione sociale di classe, che vede continuamente sotto attacco le proprie condizioni di vita e di lavoro per le stesse identiche ragioni (e a causa) della politica di guerra che sempre più si va riaffermando. La guerra infatti rappresenta essa stessa un elemento centralizzato di controffensiva disciplinare da parte capitalistica sul terreno del conflitto di classe.

La necessità di coniugare lotte sociali e lotta di opposizione alla guerra non deriva quindi da una deformazione ideologica residuale, ma rappresenta uno dei terreni obbligati per dare maggiore efficacia ed incisività alla lotta stessa, per superare in avanti la sensazione di impotenza risultata dal primo ciclo di mobilitazioni. Se infatti si rifiuta la prospettiva istituzionale che pure in tanti si sforzano di fare imboccare al movimento (come ha dimostrato anche la gestione degli organizzatori dell’ultimo Forum di Parigi), ma anche quella avventurista dell’opposizione militarista ed avanguardistica, non rimane che un rafforzamento della presenza di quelle figure e di quelle rivendicazioni che vanno ad incidere direttamente sull’infernale meccanismo di produzione/riproduzione dei profitti che sta alla base della crescente tendenza verso la guerra.

La correlazione sempre più evidente tra riduzione delle spese sociali ed aumento delle spese militari, tra attacco ai diritti sindacali e politici e crescente militarizzazione della vita sociale, tra sfrenato liberismo che introduce sempre maggiore precarietà nei rapporti di lavoro e nella vita quotidiana e globalizzazione selvaggia che provoca rapine miserie e guerre nei paesi meno sviluppati, crea enormi potenzialità, oltre che la necessità per una convergenza tra lotte sociali e lotta di opposizione alla guerra.

In ultimo, relativamente alla crescente campagna innescata non solo dal governo, ma sempre di più anche tra le forze politiche istituzionali di opposizione, e tesa ad identificare la resistenza irakena con il terrorismo al fine di condannare contemporaneamente guerra e terrorismo, si è discusso su come contrastarla e svelarne la nefasta quanto strumentale valenza mistificatoria.

Si è ribadito che si tratta di condurre una battaglia di controinformazione e di denuncia contro l’intossicazione mediatica in atto. Occorre ristabilire alcune elementari verità: A) non siamo di fronte ad una guerra, che è tale se si confrontano due entità tra di loro commisurabili: in questo caso si è trattato di una aggressione da parte degli stati più potenti e armati del mondo contro un intero popolo disarmato e affamato da un decennio di embargo, con la pretesa della lotta al terrorismo che c’entra come i cavoli a merenda; B) quella in atto in Iraq è una legittima resistenza contro truppe di occupazione presenti sul proprio territorio con scopi di rapina e di oppressione neocoloniale; C) ciò non significa in nessun modo identificazione con le forze e le tendenze politiche che attualmente conducono la lotta contro l’occupazione, ma semplicemente il riconoscimento appunto della piena legittimità di quella resistenza che tra l’altro è costretta a ricorrere a forme di lotta esasperata anche dalla sproporzione dei mezzi a disposizione; D) dietro la pretesa di condannare contestualmente guerra e terrorismo (identificato con la resistenza irakena) si nasconde solo un comodo ed indecoroso alibi per sottrarsi al compito prioritario di rivendicare la fine dell’occupazione ed il ritiro immediato delle truppe senza se e senza ma; E) accettare la condanna del terrorismo e della guerra significa nei fatti accreditare che la guerra sia una risposta magari sbagliata al terrorismo cattivo dei vari bin Laden etc, mentre le cose stanno esattamente all’opposto, sia perché sono le continue rapine e aggressioni imperialiste che suscitano la disperata risposta del terrorismo, come dimostra abbondantemente anche la vicenda palestinese, sia perché di terrorismo ed atti disumani di ben altre proporzioni si sono resi e si rendono quotidianamente -direttamente o indirettamente- protagoniste proprio quelle potenze che pretendono ergersi a paladine della lotta al terrorismo. E quest’ultimo costituisce senz’altro un “nodo” particolarmente delicato perché è uno degli argomenti che fa maggiormente presa sulla “coscienza comune” e va quindi affrontato con il massimo di accortezza, sapendo che se chi lo propone è in perfetta malafede, chi lo subisce e lo assume come proprio punto di vista, spesso parte da un effettivo sentimento di ripulsa di tutte le forme di violenza.

Verificati tali punti di convergenza si è deciso di dare continuità a questo primo momento di confronto realizzato, sia sul terreno della ulteriore discussione da continuare anche in rete oltre che con momenti specifici di incontro fisico, ma soprattutto di promuovere e coordinare iniziative di denuncia e di mobilitazione. Coerentemente con quanto sopra evidenziato queste iniziative saranno orientate e finalizzate alla ripresa del più generale movimento di lotta alla guerra.

La riunione ha deciso l’apertura di una campagna nazionale in Italia per il ritiro immediato delle truppe e di tutti i reparti ausiliari dall’Iraq, qualunque sia l’istituzione o la bandiera sotto cui operano, una campagna contro la spesa militare, per le spese sociali ed il reddito e per la legittimità della lotta popolare irachena.

Proposte scadenze contro le basi americane che stanno non riducendosi, ma raddoppiandosi in Italia (abbiamo constatato grandi ampliamenti in corso a Camp Darby, La Maddalena, Aviano..), in particolare contro le armi atomiche di sterminio di massa presenti ivi. Proposto il raccordo con il network mondiale contro le basi americane.

Infine si è segnalata la scadenza del 9 maggio a Roma contro il progetto di costituzione europea che recepisce al suo interno la Nato, la militarizzazione, e vara una forza militare europea di intervento rapido nello scacchiere mondiale etc.

Le prime ipotesi sono di socializzare materiale documentario da mettere a disposizione di tutti, preparare eventuali mostre da far girare per le varie realtà territoriali, lavorare alla stesura di un testo che sintetizzi in maniera ragionata i punti richiamati in precedenza, da distribuire nelle varie occasioni di mobilitazioni, preparare assemblee cittadine in cui coinvolgere soprattutto i soggetti già attivatisi nel precedente ciclo di mobilitazioni ma naturalmente anche un arco di interlocuzione più ampio. Assumersi nelle varie realtà territoriali un ruolo propositivo per riprendere il confronto e l’iniziativa contro la guerra con una impostazione che, pur tenendo fermi i punti sopra richiamati, coinvolga i settori più ampi possibili con una attenzione particolare ai soggetti già in lotta su tematiche sociali.

Creazione a breve di una mailing-list per facilitare lo scambio di informazioni e della discussione.

Intanto, nel fare propria la scadenza internazionale del 20 marzo lanciata dal Social Forum di Parigi, si è deciso di sostenere l’assemblea nazionale per il 19 dicembre a Caserta con manifestazione nazionale per il 20 a Napoli, proposta dal Comitato contro la guerra di Napoli e la Rete no global campana ritenendo che possano rappresentare un passaggio intermedio verso il 20 marzo e la ripresa della mobilitazione di massa per il ritiro immediato delle truppe “senza se e senza ma”.

Si invitano le realtà che si riconoscono a grandi linee nella sintesi della discussione qui riportata a far ulteriormente girare in rete questo testo e a far arrivare la propria adesione alla partecipazione di questo percorso, in modo da poterle pienamente coinvolgere nei futuri passaggi che si deciderà di affrontare.

Si propone di realizzare un prossimo incontro per il 4 o 6 gennaio da tenersi sempre a Roma.

Invitiamo pertanto a far pervenire al più presto la preferenza per una delle due date che sarà comunicata in via definitiva prima di fine anno.

Provvisoriamente le adesioni si possono far pervenire a Red Link redlink@virgilio.it.

Red Link

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