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Perché sì. Aspettare l'onu è irrealistico

Supporto giuridico, servizi sociali e infrastrutture Così si rinnova la missione (militare) italiana in Iraq

(23 Dicembre 2003)

La cattura di Saddam Hussein ha spianato la strada a una vittoria politica in Iraq, ma non ancora a un completo successo militare. Anzi, è molto probabile che la guerriglia continui e si intrecci - come la bomba di venerdì ha dimostrato - con una catena di vendette tribali e religiose. L'equilibrio tra sciiti e sunniti è stato rovesciato a favore dei primi, il rischio adesso è che si inneschi una spirale di violenza il cui obiettivo è misurare i reali rapporti di forza. Se questo è vero, anche il processo di costruzione del governo provvisorio in vista delle elezioni, è destinato ad accentuare una lotta politica che ha anche una proiezione violenta e armata. Dunque, convivono una guerriglia contro le truppe alleate e violente tensioni tra i gruppi interni, con obiettivi opposti: i feddayin puntano a fiaccare gli americani e i loro supporters con la meta finale di cacciarli; gli altri, invece, competono per il futuro potere iracheno una volta che la devolution sarà completa. Il risultato finale di questa convergenza parallela è una continua instabilità, un livello di tensione più alto, un pericolo più forte.
Il ministro della Difesa, Antonio Martino, è stato chiaro la settimana scorsa nel suo discorso in Parlamento. Ha confermato che l'Italia resterà, quindi la missione andrà rifinanziata; non ha nascosto che i rischi sono altissimi e ha promesso un livello maggiore di protezione e sicurezza (un livello realisticamente possibile). A questo punto, si apre la discussione sul provvedimento (il governo ha deciso di procedere per decreto) che metterà a disposizione le risorse per almeno altri sei mesi. L'opposizione si presenta, come al solito, divisa, anzi frastagliata. Ci sono i sostenitori del ritiro tout court (da Rifondazione al correntone ds). C'è chi vuole che l'Italia si impegni per un passaggio rapido del potere a una autorità locale, in linea con le posizioni dei tedeschi e degli stessi francesi (una parte della Margherita e la destra ds). E chi chiede «una svolta», cioè che l'Onu prenda in mano pienamente il processo di ricostruzione, fino a prefigurare un vero e proprio protettorato delle Nazioni unite, sulla scia di quelli nati durante il processo di decolonizzazione (Massimo D'Alema e alcune frange della Margherita).
La prima linea rappresenta una presa di posizione aprioristica, sbagliata oltre che poco sensata. Ritirarsi nel momento in cui vengono raccolti i primi frutti dell'intervento militare (non solo la cattura di Saddam, ma l'inizio di un processo, certo complicato, che porta a stabilire i primi semi del diritto e della democrazia in Iraq) non ha nessuna logica. Ma anche la terza posizione sembra del tutto astratta. Le Nazioni unite si sono ritirate dopo l'attentato che ha ucciso Sergio Vieira de Mello, inviato speciale di Kofi Annan. Il segretario generale dell'Onu non ha ancora nominato il suo sostituto e non sa che fare: c'è una forte pressione della burocrazia del palazzo di Vetro per non rientrare in Iraq senza adeguata protezione. E nessuna protezione oggi può definirsi adeguata. Altro che protettorato. A parte il fatto che gli Stati Uniti si opporrebbero, l'Onu non lo vuole e sa di non poterlo mai gestire.
Sia chiaro: una svolta per la missione italiana è possibile ed è utile discutere in Parlamento un ampliamento del mandato, nel senso di aggiungere alle funzioni di polizia una dimensione politica e umanitaria diversa. Che cosa potrebbe fare l'Italia nella divisione del lavoro per la ricostruzione irachena? Un contributo importante potrebbe essere dato al processo costituzionale. Un bel garbuglio anche teorico, perché si incrociano tradizioni giuridiche diversissime, da quella islamica a quella anglosassone. C'è in Italia una grande scuola giuridica internazionalmente riconosciuta, e un aiuto a dipanare la matassa sarebbe importante. Anche la costruzione di una rete di servizi sociali e di infrastrutture potrebbe essere un campo in cui far valere una certa esperienza acquisita proprio nei paesi in via di sviluppo. Tutto ciò, accanto alla ricostruzione economica vera e propria.
Al dividendo della pace l'Italia è stata ammessa, insieme agli altri paesi willing. Ma la porta rimane socchiusa anche per russi, francesi e tedeschi. Dunque, la competizione per le spoglie del regime di Saddam è molto aspra e ancor più lo diventerà. Per questo è importante che l'Italia estenda il campo della sua partecipazione.
Altro che ritiro, altro che deresponsabilizzazione. Non si tratta di attendere il casco blu da mettersi in testa. Al contrario, possiamo dare la dimostrazione che il nostro ruolo non è di puro supporto, che non abbiamo una funzione gregaria, come è stato, nella sostanza, finora. Ma siamo in grado di diventare soggetto attivo della ricostruzione su più ampia scala. I carabinieri di Nassiriya non sono morti invano. L'Italia, però, deve ancora dimostrare di saper svolgere un ruolo internazionale pieno, da paese maturo che può suonare le sue note nel “concerto delle nazioni”.

Fonte

  • il riformista, editoriale del 22-12-03

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