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Egitto: la scommessa del gattopardismo

(5 Febbraio 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

Hillary Clinton ha dichiarato alla stampa che ciò che in Egitto deve essere evitato a tutti i costi è un vuoto di potere, che l’obbiettivo della Casa Bianca è quello di una transizione ordinata verso la democrazia, le riforme sociali, la giustizia economica, che Hosni Mubarak è il presidente dell’Egitto e che l’importante è il processo di transizione.

A differenza di ciò che è successo in altre occasioni il presidente Obama non pretenderà la dipartita del leader caduto in disgrazia.

Come non potrebbe essere altrimenti, le dichiarazioni della Segretaria di Stato riflettono la concezione geopolitica che gli USA hanno sostenuto invariabilmente dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, il cui peso è cresciuto dal momento del’assassinio di Anwar el Sadat nel 1981 e con l’assunzione dei poteri dell’allora suo vicepresidente Hasni Mubarak.

Sadat si era trasformato in una pedina chiave per gli Stati Uniti e Israele – di passaggio - concesse all’Egitto la stessa condizione di essere il primo capo di stato di un paese arabo a riconoscere lo stato di Israele e a firmare un trattato di pace tra l’Egitto e questo paese il 26 marzo 1979.

I dubbi e i rancori che ancora covavano in Sadat e nel primo ministro israeliano Menahem Begin come conseguenza di cinque guerre e che rendevano i negoziati di pace interminabili, furono rapidamente messi da parte quando sia loro stessi che il presidente James Carter si resero conto che il 16 gennaio di quell’anno, nella Regione, un alleato strategico per gli Stati Uniti , lo Scià di Persia, era stato spodestato da una rivoluzione popolare e aveva cercato asilo proprio in Egitto.

Alla caduta dello Scià seguì la nascita della Repubblica Islamica sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini che reputava gli Stati Uniti e “l’intera civiltà americana” il “grande Satana” e il “nemico giurato” dell’Islam.

Se la violenta cacciata dello Scià scuoteva il quadro mediorientale, non erano migliori le notizie che provenivano dal convulso “cortile” centroamericano: il 19 luglio 1979 il Fronte Sandinista entrava a Managua e metteva fine alla dittatura di Anastasio Somoza, complicando ancor più il quadro geopolitico nordamericano.

A partire da quel momento il delicatissimo equilibrio del Medio Oriente, avrebbe avuto nell’Egitto l’ancora stabilizzatrice che la politica estera nordamericana si incaricò di rafforzare a qualsiasi prezzo, anche sapendo che sotto il regime di Mubarak la corruzione, il narcotraffico e il riciclaggio di denaro sporco crescevano ad un ritmo che era superato solamente dal processo di impoverimento e di esclusione sociale che affliggeva settori crescenti della popolazione egiziana, e che la feroce repressione di fronte al minimo sospetto di dissidenza e le torture erano cose di tutti i giorni.

Perciò suonano insopportabilmente ipocrite e opportuniste le esortazioni del presidente Obama e della sua Segretaria di Stato affinché un regime corrotto e repressivo – che gli Stati Uniti hanno mantenuto e finanziato per decenni – intraprenda il sentiero delle riforme economiche, sociali e politiche. Un regime, per di più, in cui Washington poteva spedire prigionieri da torturare senza dover affrontare fastidiose restrizioni legali, e la centrale della CIA al Cairo poteva operare senza alcun ostacolo per portare avanti la sua “ guerra contro il terrorismo”. Un regime che, ancora oggi, ha potuto bloccare internet e la telefonia cellulare e che ha appena suscitato una misurata protesta di Washington.

Ci sarebbe stata la stessa reazione se colui che avesse commesso tali nefandezze si fosse chiamato Hugo Chavez?

Poiché Mubarak sembrerebbe aver toccato il punto di non ritorno, il problema che Obama deve affrontare è quello di costruire un “mubarakismo” senza Mubarak, cioè garantire , attraverso un opportuno ricambio dell’autocrate, la continuità dell’autocrazia pro- nordamericana. Come diceva il Gattopardo “ cambiare qualcosa perché tutto rimanga com’è”.

Questa è stata la formula che Washington, senza alcun successo, tentò di imporre nei mesi precedenti al crollo del somozismo in Nicaragua, facendo appello alla figura di un personaggio del regime, Francisco Urcuyo, Presidente del Congresso Nazionale, la cui prima e praticamente ultima iniziativa, come fugace presidente, fu di sollecitare il Fronte Sandinista, che stava sconfiggendo la Guardia Nazionale somozista per i quattrro angoli del paese,a deporre le armi. In effetti le deposero nel giro di pochi giorni e , nel sentire popolare nicaraguense l’ex presidente viene ricordato come “Urcuyo l’effimero”.

Ciò che ora sta tentando la Casa Bianca è qualcosa di simile: ha fatto pressione su Mubarak perché designi un vicepresidente nella speranza che non si ripresenti il fiasco di Urcuyo. La designazione non poteva essere che meno appropriata perché è ricaduta sul capo dei servizi di intelligence dell’esercito, Omar Suleiman, un uomo ancora più refrattario all’apertura democratica dello stesso Mubarak, le cui credenziali non sono precisamente quelle che desiderano le masse che esigono la democrazia. Quando queste ultime sono scese in strada e hanno attaccato numerose caserme della odiata polizia e dei non meno odiati spioni, delatori e organismi di intelligence statali, Mubarak ha nominato il capo di questi stessi servizi nientemeno che per condurre le riforme democratiche.

E’ uno scherzo di cattivo gusto e così è stato inteso dagli egiziani, che hanno continuato a scendere in piazza convinti che il ciclo Mubarak sia terminato e che dovevano esigere le sue dimissioni senza mezzi termini.

Nella tradizione del socialismo marxista si dice che una situazione rivoluzionaria si costruisce quando coloro che sono ai vertici non possono più dominare la base come prima e la base non vuole più essere dominata come prima. I vertici non possono più farlo perché la polizia è stata sconfitta dalle lotte di strada e gli ufficiali e i soldati dell’esercito fraternizzano con i manifestanti invece di reprimerli.

Non sarebbe strano alcune altre infiltrazioni tipo Wikileaks svelassero forti pressioni della Casa Bianca per indurre l’anziano despota ad abbandonare l’Egitto quanto prima per evitare una riedizione della tragedia di Teheran.

Le alternative che si aprono per gli Stati Uniti sono poche e cattive:

a) sostenere il regime attuale pagando un enorme costo politico non solo nel mondo arabo, per difendere le sue posizioni e privilegi in questa cruciale regione del pianeta,

b) una presa del potere da parte di un’alleanza civile\militare in cui gli oppositori di Mubarak saranno destinati ad esercitare un peso sempre maggiore o

c) il peggiore degli incubi, se si producesse il temuto vuoto di potere, che gli islamisti dei Fratelli Mussulmani arrivassero ad assaltare il governo.

Qualunque sia l’ipotesi vincente le cose non saranno più come prima.

Per di più, nella variante più moderata la probabilità che un nuovo regime in Egitto continui ad essere una fedele e incondizionata pedina di Washington è estremamente bassa e, nel migliore dei casi, altamente instabile.

E se l’ipotesi più catastrofica si realizzasse ,quella radicalismo islamico, la situazione degli Stati Uniti e di Israele nella regione diventerebbe estremamente vulnerabile, tenendo conto che l’effetto domino della crisi che è cominciata a Tunisi per continuare in Egitto , si sta già sentendo in altri paesi importanti alleati degli Stati Uniti , come la Giordania e lo Yemen. Tutto ciò può ulteriormente aggravare la disfatta militare nordamericana in Iraq e precipitare una sconfitta in Afghanistan.

Nel momento in cui si saranno avverati questi pronostici, il conflitto israelo-palestinese acquisterebbe risonanze inedite i cui echi arriverebbero fino ai sontuosi palazzi degli emirati del Golfo e la stessa Arabia Saudita, cambiando drammaticamente e per sempre il quadro della politica e dell’economia mondiale.

traduzione a cura di Susanna Angeleri per www.nuestramerica.org

3 febbraio 2011

Atilio Bóron - nuestramerica.org

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