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    SALUTI DELLA FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI AL CONGRESSO
    DELL’UNIONE SINDACALE ITALIANA

    (8 Febbraio 2011)

    Un contributo al Congresso dell'USI tenutosi a Roma tra il 4 ed il 6 febbraio.

    Cari compagni e compagne,
    nel ringraziare i compagni e le compagne dell’USI per l’invito ricevuto e nel portare i saluti della Federazione dei Comunisti Anarchici al congresso, volevo condividere con voi alcuni spunti di riflessione.
    Riflessioni che hanno come filo conduttore il fatto che stiamo attraversando un periodo in cui si assiste all’intensificarsi degli attacchi del Capitale e dello Stato sui vari fronti, politico, sociale ed economico.

    A livello politico assistiamo al tentativo autoritario di concentrazione del potere statale. Se da una parte, infatti, sotto le spinte leghiste si assiste ai tentativi di federalismo fiscale, con un aumento del potere economico delle amministrazioni locali dei territori più ricchi, dall’altra è in atto una concentrazione del potere esecutivo e dell’apparato repressivo e poliziesco.
    Lo scontro tra i poteri dello Stato, a cui assistiamo ultimamente, specialmente tra quello giudiziario e quello esecutivo va visto infatti all’interno di quest’ottica.
    Infatti, al di la dello squallido gossip che condisce la vita di questo sfortunato Paese, sintomo palese dell’ipocrisia del potere, dietro gli attacchi di Berlusconi alla Magistratura si nasconde, in maniera nemmeno tanto celata, oltre al tentativo di sottrarsi al giudizio, anche quello di togliere parti di potere all’istituzione giudiziaria e di trasferirli all’esecutivo, ad esempio sottraendo il controllo di una parte delle forze dell’ordine alla magistratura stessa per ricondurle sotto il controllo diretto dell’esecutivo.
    È chiaro che se questa tendenza passerà, comporterà ripercussioni sulla riorganizzazione dell’apparato repressivo in direzione di una maggiore efficienza e maggiore aggressività.
    Ma ciò che preoccupa è specialmente l’atteggiamento passivo della maggior parte della società italiana, con i lavoratori ridotti a tifosi dell’uno e dell’altro potere dello Stato, con una società del lavoro incapace ancora di esprimere una propria autonomia di classe nei confronti del populismo destrorso o del falso e peloso riformismo del radicalismo chic dei girotondini o dei sinistri viola.
    Sempre in quest’ottica assistiamo ad un parlamento sempre più esautorato delle sue prerogative. Come nel caso del potere giudiziario, non è che questo ci faccia gridare allo scandalo per un’istituzione, quella parlamentare, in cui noi non crediamo, non solo per il suo carattere oligarchico, espressione concretizzata della delega del potere tanto cara e funzionale al Capitale, ma anche perché nelle sue epoche storiche spesso ha rappresentato solo fumo negli occhi per il “popolino”. Un’istituzione il cui unico scopo è stato quello di ratificare, dietro la finta funzione della pratica democratica, le decisioni già prese nei veri centri del potere capitalista, rappresentate dalle organizzazioni degli industriali, dei banchieri e del grande commercio.
    Dal punto di vista ambientale assistiamo alla nuova offensiva nucleare.
    L’offensiva è iniziata prima ancora che salisse al potere questo governo, durante la recente campagna elettorale, dove a favore del nucleare si sono espressi anche autorevoli esponenti della sinistra.
    Il proposito nucleare ha acquistato sempre più forza ed è entrato di diritto nel programma del nuovo governo italiano, mostrandosi con tutta la sua arroganza attraverso la voce dell’allora Ministro Scajola, che con italico ed enfatico orgoglio, di fronte al gota padronale italiano, subito dolo la vittoria elettorale del governo Berlusconi, annunciò che entro questa legislatura avrebbero posto la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione.
    L’atto autoritario si era palesato in un sol colpo, poiché venne cancellato il parere popolare espresso col referendum del 1987.
    Procedendo con ordine ci sono varie precisazioni da fare.
    Prima di tutto c’è da precisare che i cosiddetti impianti di nuova generazione (quelli definiti di IV generazione), di cui parlava Scajola, allo stato attuale non esistono, e saranno pronti non prima di almeno 30 anni. Nel frattempo, se vogliamo tornare al nucleare, ci dovremo accontentare di impianti la cui sicurezza non è assolutamente certificata, ma che anzi sono stati oggetto di numerosi incidenti, la maggior parte dei quali prontamente occultati dai relativi Stati. Fatto sta che dal 1990 a oggi gli incidenti nucleari nel mondo di una certa gravità, per parlare solo di quelli che i governi non sono riusciti a nascondere, sono stati più di trenta. Incidenti che hanno provocato l’inquinamento di falde idriche e territori spesso in maniera irreversibile.
    Ci si dice che il nucleare è la grande occasione italiana per raggiungere l’indipendenza energetica dall’estero.
    Purtroppo però con l'energia nucleare si può produrre solo energia elettrica, che rappresenta meno del 20% dell'energia consumata in Italia, la restante proviene dal petrolio, dal carbone e dal gas. Quindi a meno che non trasformiamo in pochi anni tutto il sistema di autotrazione, di riscaldamento e di approvvigionamento energetico industriale, a ben poco servirà il nucleare per renderci indipendenti.
    D'altronde basti pensare che la Francia, uno dei paesi a maggior densità nucleare con decine di centrali e una conseguente sovrapproduzione di energia elettrica, è costretta lo stesso ad importare gas e petrolio, all’incirca con le nostre stesse quantità.
    Ci viene detto che l’energia nucleare è più economica rispetto alle altre fonti alternative.
    In realtà in questi calcoli viene considerata la sola porzione della filiera produttiva, tralasciando tutti gli altri costi tra cui quello principale, connesso alla gestione delle scorie e quello sempre notevole collegato allo smantellamento degli impianti quando divengono obsoleti. Anche perché questi costi, di solito, vengono scaricati sulla collettività; in Francia ad esempio lo Stato impiega migliaia di persone ché si occupano esclusivamente della gestione dello smaltimento delle scorie, ed in Italia la collettività sta ancora pagando per lo smantellamento, la messa in sicurezza e la gestione delle scorie radioattive della precedente avventura nucleare italiana, attraverso una quota parte della bolletta elettrica.
    E ancora, chi investirà sul nucleare, chi rischierà gli investimenti quando per costruire una centrale nucleare, ad esempio da 1000 MW, bisogna anticipare una cifra superiore ai 2 miliardi di euro? È chiaro che sarà lo Stato, e lo farà ovviamente intervenendo con i soldi pubblici, cioè prevalentemente con quelli dei lavoratori. E in questo senso di liberisti che rifiutano l’intervento statale nell’economia non se ne vista nemmeno l'ombra nel gota padronale italiano, tutto proteso a benedire il nuovo corso nucleare dello Stato. D'altronde quando si tratta di investire soldi altrui per fare affari, i nostri industriali sono tra i migliori del mondo.
    Ma li dove l’oligarchia dominante cerca di lavorare al meglio per nascondere o sviare la realtà delle cose è sul fronte dei rifiuti dei processi di estrazione, arricchimento e sfruttamento dell’uranio. Anche perché è ormai un fatto assodato dalla pubblica opinione che il problema ambientale più grave, associato allo sfruttamento del nucleare, è quello della produzione di scorie radioattive, e nessuno fino ad ora è riuscito ad eliminarlo. Molte di queste scorie, specialmente il combustibile esaurito delle centrali, hanno tempi di decadimento di centinaia di migliaia di anni, e questo pone un problema grave di stoccaggio in sicurezza. Fino ad ora ed in tutto il mondo non è stato identificato nessun sito geologicamente sicuro per ospitare in profondità le scorie per migliaia di anni. La conseguenza è che fino ad ora le scelte di localizzazione dei depositi di scorie sono in realtà frutto della sola ragion di Stato a tutto svantaggio delle comunità locali, che in tali scelte non contano assolutamente nulla, come è successo qualche tempo fa a Scansano Jonico.
    Ma se il rilancio del nucleare pone tutti questi problemi, a chi può realmente giovare? Perché il nuovo corso del governo e della grande borghesia italiana spinge prepotentemente in questa direzione?
    Io penso che siano prevalentemente due i motivi di tanto accanimento mediatico nel convincerci della giustezza di tale scelta.
    Uno è economico, con investimenti di denaro pubblico che serviranno ad arricchire quella lobby nucleare che evidentemente vuol rifarsi economicamente della pesante sconfitta subita negli anni ‘50 ad opera dell’allora più straripante lobby petrolifera.
    E l’altro strategico militare, perché visti tutti i presupposti economici che comportano il necessario intervento dello Stato, non si riesce a pensare ad un nucleare civile svincolato ed indipendente dal settore militare.
    Non a caso infatti i paesi che vantano il maggior numero di centrali sono anche quelli dotati di un notevole arsenale di armi nucleari.
    Non c’è da stupirsi quindi se probabilmente l’italico tentativo di iniziare un nuovo corso nucleare, sia anche quello, in un prossimo futuro, di procurarsi un deterrente politico in grado di rafforzare la propria posizione in campo internazionale. In una congiuntura mondiale dove l’avida spartizione delle ultime riserve di energie fossili diviene sempre più determinante ai fini della conquista e della conservazione del dominio politico ed economico
    Tuttavia, al di la di tutte le considerazioni di buon senso e di geopolitica che si possono fare sulla sua sostenibilità e convenienza, quello che non viene mai rimarcato abbastanza è che l’energia nucleare rappresenta la forma più nobile (o ignobile) di energia del dominio.
    Infatti, controllare centralmente la produzione e la distribuzione dell’energia diviene per il potere fondamentale anche all’interno dei confini del proprio Stato. Disporre del controllo delle materie necessarie alle nostre necessità vitali è sostanziale per il Capitale e per lo Stato perché significa controllare le nostre vite. Ed il nucleare rappresenta la forma migliore di energia da questo punto di vista, perché inaccessibile ai più e per sua natura concentrata.
    Un’altra offensiva a cui assistiamo ultimamente è quella privatistica contro i beni collettivi, e la punta di diamante attuale di questo attacco è nei confronti delle risorse idriche.
    Nei confronti dell’acqua, bene comune irrinunciabile alla nostra vita ed a quella di tutta la biosfera.
    Già da tempo questo attacco ha avuto successo nei confronti di parte delle nostre falde acquifere con la mercificazione delle acque minerali, dove le multinazionali del settore fanno affari d’oro sfruttando privatisticamente una risorsa appartenente a tutta la collettività.
    E non contenti di questo i capitalisti hanno rivolto da tempo le loro mire anche sulla gestione di quelle risorse idriche rappresentate dagli acquedotti comunali, ed in parte sono già riusciti in questo intento.
    Ora, come anarchici, non è che ci difendiamo la gestione statale dei beni comuni.
    Siamo coscienti che la gestione delle risorse e dei beni collettivi ad opera degli enti territoriali statali produce generalmente dei disservizi ed una cattiva gestione delle risorse, a causa della inevitabile lontananza degli apparati burocratici statali dalle istanze ed esigenze delle comunità locali di lavoratori.
    Ma come comunisti sappiamo anche che la gestione delle risorse collettive da parte del capitalismo liberista, produce un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita materiale della classe lavoratrice e dei più poveri, in quanto la gestione privata trasforma una risorsa collettiva e irrinunciabile come l'acqua in una qualsiasi merce da trattare nel mercato capitalista, conseguentemente sottoposta alle leggi del profitto ed alle speculazioni finanziarie di tale mercato.
    E siamo coscienti anche che l'attacco da parte del liberismo capitalista alle condizioni di vita delle classi sociali più povere non si esaurisce e non si esaurirà solo con il tentativo di speculare sull'acqua, ma che tale tendenza è in atto per tutte le risorse collettive ed i beni comuni, come ad esempio la sanità o l’istruzione, e che i soli referendum, non saranno sufficienti a fermare la piovra dalla doppia testa Stato-Capitale.
    Infatti come Comunisti Anarchici siamo coscienti che, affinché l'ambiente in cui viviamo non sia definitivamente e irreversibilmente rovinato dalle brame di profitto delle oligarchie capitaliste o lasciato deteriorare dal burocratismo statalista, l’unica soluzione, anche se la più difficile e apparentemente la più lontana, è nell’autogestione autonoma delle risorse territoriali, attraverso il controllo diretto da parte degli organismi territoriali dei produttori.
    E veniamo all’offensiva economica.
    La crisi finanziaria del Capitalismo di questi ultimi anni, innescatasi a sua volta sulle disfunzioni fisiologiche dell’economia reale, costringe tutti i settori del Capitale a riorganizzare i meccanismi di estrazione del profitto e di accumulazione.
    Gli Stati corrono in soccorso del Capitale finanziario accollandosi i cosiddetti titoli tossici, mentre i lavoratori che sono stati ingannati dalle sirene della speculazione finanziaria rimangono con un palmo di mano.
    La banca europea concede prestiti alle banche private a costo quasi nullo, le quali a loro volta reinvestono in forme di finanziarizzazione degli Stati a tassi molto più elevati.
    In questo modo gli Stati divengono i principali debitori delle banche private. La quali, preoccupate che questi non falliscano, impongono loro politiche restrittive nei confronti del welfare e della spesa pubblica.
    È un circolo vizioso in cui le politiche keinesiane, che in parte potrebbero ritardare gli effetti della crisi, stentano a partire.
    Il settore dell’economia reale, da cui comunque è partita la crisi finanziaria, ne subisce gli effetti più pesanti con un erosione delle plusvalenze. Ma il sistema per continuare a funzionare ha bisogno di garantire a chi investe, cioè ai capitalisti, sempre un margine minimo di profitto.
    È qui che si innesca l’inevitabile conflitto tra Capitale e Lavoro, di cui ne abbiamo un esempio in quello che sta succedendo alla FIAT, con Marchionne che impersonifica l’avanguardia della classe degli industriali. Non ci facciamo illusioni, questo modello di rapporti tra Capitale e lavoro sarà quello che i padroni cercheranno sempre più di imporre da oggi in avanti.
    È palese infatti il tentativo di FIAT e Confindustria di ridisegnare i rapporti sindacali scaricando sulla pelle dei lavoratori i costi della crisi, e con la benedizione di tutto un ceto politico, che va dal Partito Democratico agli uomini del Governo Berlusconi e che, per bocca di Sacconi e dei media complici, già intravedeva nel prossimo futuro rapporti aziendali dove sia per sempre bandita la possibilità dei lavoratori ad organizzarsi collettivamente per contrattare la propria condizione ed il proprio salario.
    Le relazioni sindacali e soprattutto le condizioni di lavoro vengono così riportate indietro di decenni, ed hanno pure il coraggio di decantare la modernità della miseria come requisito e condizione di vita per la classe operaia nei prossimi decenni.
    Tuttavia il risultato del referendum di Mirafiori, dove gli operai pur sotto il ricatto del “o te magni sta minestra o te butti dalla finestra” , hanno espresso una forte opposizione all’accordo capestro, conferma ancora una volta che non vi è più nulla da sacrificare sull'altare dell'aziendalismo e del patriottismo industriale, il terreno su cui indietreggiare è finito.
    Dal punto di vista sindacale dobbiamo sottolineare la completa subalternità della CGIL, il cui gruppo dirigente, Camusso in testa, è impegnato a comprimere la spinta alla generalizzazione del conflitto che viene non solo dalla classe operaia, ma anche da altri settori della società reale, del lavoro e del non lavoro.
    Una subalternità che trova linfa nei riti che puntano alla salvaguardia della burocrazia sindacale e nello squallido legame tra buona parte di questa e il Partito Democratico.
    Ma anche all’interno della parte più conflittuale della CGIL, la FIOM, ci sono resistenze alla generalizzazione del conflitto.
    Infatti, pur se riconosciamo al sindacato dei metalmeccanici l’aver funzionato nelle ultime vicende come catalizzatore del fronte sociale, il pericolo è che le lotte espresse in questo periodo e quelle che verranno siano dirottate dai vertici burocratici verso le viscide paludi dell’elettoralismo, e che tutta questa espressione del conflitto diventi linfa per le future beghe elettorali dei sinistrati, perché questa è la fine a cui abbiamo assistito troppe volte negli ultimi tempi.
    D’altra parte pezzi di sindacalismo di base, nel tentativo di acquisire visibilità, sono spesso bloccati da sterili operazioni di salvaguardia delle proprie sigle di appartenenza, dimenticando troppo spesso che il primo fine sarebbe quello di unificare le lotte dei lavoratori che loro stessi rappresentano e, mettendo per prima la rappresentanza rispetto ai rappresentati, finiscono spesso nel non riuscire a catalizzare le espressioni di conflitto che provengono dalla naturale lotta delle classi.
    Di fronte a questi attacchi, come anarchici pensiamo che purtroppo non esistono scorciatoie.
    Così come i compagni e le compagne dell’USI, pensiamo che esiste una sola strada, anche se è la più difficile, che è quella della presa di coscienza degli sfruttati in prima persona, sia nella lotta quotidiana della conquista e della difesa dei nostri diritti elementari, che nella costruzione di un’alternativa futura di un mondo di liberi ed uguali.
    Senza la spinta rivoluzionaria delle masse degli sfruttati non c’è possibilità di cambiamento e nessuna rappresentanza potrà mai sostituire questa forza.
    Noi non pensiamo di avere la verità in tasca, ma attingiamo dalle lotte quotidiane che scaturiscono dal naturale conflitto tra Capitale e lavoro la linfa vitale per proporre a tutti gli sfruttati il nostro programma. Sempre pronti a confrontarci con qualsiasi settore della nostra classe di riferimento per elaborare nuove tattiche d’intervento.
    Siamo coscienti che non esiste altra via che l’autogestione delle nostre vite, sia a livello individuale che collettivo.
    Come molti compagni e molte compagne qui dentro sanno, il tratto che contraddistingue il comunismo anarchico dalle altre scuole di pensiero anarchiche, è il “dualismo organizzativo”.
    Termini che stanno ad indicare che accanto all’organizzazione generale del proletariato tutto, si sviluppa ed esiste anche l’organizzazione politica dei comunisti anarchici.
    Detta in termini usuali al dibattito all’interno del movimento, significa che accanto all’Organizzazione di Massa deve esistere quella di Specifico e viceversa. Tutte e due importanti e con ruoli diversi ma simbiotici all’interno della lotta sociale ed economica dei lavoratori nei confronti di Stato e Capitale.
    Come C.A. riteniamo necessario, quindi, il nostro impegno all’interno delle organizzazioni dei lavoratori a cui naturalmente apparteniamo, perché riteniamo indispensabile la loro esistenza, non solo per opporsi contingentemente allo strapotere delle classi sfruttatrici, ma anche perché riteniamo che le organizzazioni dei lavoratori siano un’indispensabile fucina sperimentale di autogestione proletaria nella gestione e nella conduzione del processo rivoluzionario di trasformazione della struttura produttiva, sia nel momento dell’auspicato avvento dello stesso, che nella modellazione della società in senso libertario, dopo di esso.
    In tal senso l’Organizzazione di Massa diviene anche più importante dell’organizzazione politica specifica, specialmente nelle fase di trasformazione rivoluzionaria dell’apparato produttivo in senso comunista e libertario.
    È per questo motivo che rifiutiamo sia la concezione (cara ad alcune organizzazioni leniniste) di un sindacato economicista, completamente avulso dalle lotte politiche e sociali, che la concezione di un sindacato ideologico che tende ad escludere settori della classe lavoratrice, invece che unificarli sotto la stessa bandiera di lotta sociale ed economica.
    Ne un sindacato economicista, ne un sindacato ideologico, quindi, ma un sindacato all’interno del quale i lavoratori e le lavoratrici possano sperimentare e mettere a punto i loro strumenti di autorganizzazione, dove possano compiere le proprie esperienze di lotta e sperimentare la solidarietà di classe, al di là della fede politica di provenienza o del credo religioso.
    Un sindacato, questo si è per noi fondamentale, in cui la regola sia la prassi libertaria nella praticità della lotta e nei rapporti tra i lavoratori e le lavoratrici che liberamente vi aderiscono, dove la regola fondamentale sia quella della democrazia diretta vera, che solo una struttura realmente orizzontale e antiburocratica può garantire.
    Per finire e per sintetizzare la nostra idea di sindacato volevo citare un brano di Luigi Fabbri dal suo scritto: “L’organizzazione operaia e l’Anarchia”:
    “… Dunque per noi socialisti-anarchici l’organizzazione operaia deve avere uno scopo ultimo e uno immediato.
    Lo scopo ultimo deve essere l’espropriazione del Capitale da parte dei lavoratori associati, la restituzione cioè ai produttori, e per essi alle loro associazioni, di tutto ciò che il loro lavoro ha prodotto, di tutto ciò che ha prodotto la classe operaia nei secoli, di tutto ciò che senza l’opera dei lavoratori non avrebbe alcun valore.
    Lo scopo immediato è sviluppare sempre più lo spirito di solidarietà fra gli oppressi e di resistenza contro gli oppressori, tenere esercitato il proletariato con la ginnastica continua della lotta operaia nelle sue forme più diverse, conquistare oggi stesso tutto ciò che è possibile strappare, per quanto poco possa essere, al Capitalismo, in benessere e libertà”


    Ed è in tal senso e in questa direzione che i compagni e le compagne della Federazione dei Comunisti Anarchici vi augurano di proseguire per un futuro Comunista e Libertario.

    Roma, 5 Febbraio 2011

    Francesco Aucone della Segreteria Nazionale della FDCA

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