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Salvate la Sanità

Salvate la Sanità

(28 Novembre 2012) Enzo Apicella
Secondo Monti il sistema sanitario nazionale è a rischio se non si trovano nuove risorse

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    A 25 anni dalla riforma sanitaria

    (7 Gennaio 2004)

    In questi giorni un autoferrotranviere della provincia di Bari mi ha inviato un documento in cui, rilevando che su 18 dipendenti della azienda di trasporti per la quale lavora 3 sono deceduti per un tumore, si chiede alle autorità sanitarie ed alle organizzazioni dei consumatori misure preventive per migliorare la qualità dell'aria nei veicoli e nell’ambiente urbano a vantaggio della salute dei lavoratori e dei cittadini. Ormai da tempo non mi stupiscono gli insegnamenti che, a me medico, provengono da lavoratori e cittadini seriamente impegnati a riflettere sulle condizioni dei loro ambienti di vita e di lavoro. A stupirmi è stata invece la coincidenza tra il ricevimento di questo modello di “partecipazione sanitaria” ed un anniversario. Infatti, il 23 dicembre scorso è stato celebrato, per la verità un po’ in sordina, il venticinquesimo anniversario della promulgazione della legge di riforma sanitaria, nota come legge 833 del 1978. Un provvedimento che può essere ben ritenuto il risultato di lotte e rivendicazioni da parte di lavoratrici e lavoratori che non ritenevano più tutelata la propria salute da un groviglio di enti mutualistici più intento ad erogare prestazioni che a porre al centro del proprio interesse le condizioni sanitarie della popolazione.

    Per questo la legge di riforma, unificando in un unico servizio sanitario nazionale la struttura responsabile della salute individuale e collettiva, introduceva il principio del diritto all’accesso in maniera gratuita di tutti i cittadini a tutte le prestazioni necessarie. Inoltre veniva introdotto il principio per il quale il servizio sanitario deve occuparsi non solo della cura delle malattie ma anche della loro prevenzione e della riabilitazione dei soggetti ammalati. La gestione di tale servizio veniva affidata alle unità sanitarie locali, luoghi istituzionali che, nell’intento dei promotori della legge, dovevano essere spazi di partecipazione dei cittadini e di decisione collettiva ma che finirono spesso per rappresentare più le esigenze elettorali dei partiti che quelle di salute della popolazione. In particolare il Sud non riuscì a sfruttare la unificazione del servizio a livello nazionale per recuperare l’arretratezza determinata da decenni di gestione delle strutture sanitarie affidata quasi esclusivamente agli enti locali e naturalmente influenzata dalla carente disponibilità di risorse finanziarie rispetto alle altre realtà del Paese.

    Le varie “lobbies” sanitarie iniziarono a soffiare sul fuoco del malcontento e a rimpiangere i tempi andati, quelli delle mutue, dimenticando o nascondendo i costi più volte sopportati dalla collettività in quei decenni per ripianare gli sprechi inarrestabili di un sistema di assistenza particolaristico, riservato solo ad una parte della popolazione, foraggiatore di privilegi corporativi. Accanto a questa azione denigratoria condotta dall’interno del sistema, un’altra forza di segno contrario alla riforma democratica della gestione della sanità emerse tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, caratterizzata dalla idea ossessiva della limitatezza delle risorse da destinare ai servizi pubblici e dalla presunta necessità di introdurre le leggi del mercato e della competizione anche nel campo della salute. Sotto queste spinte giunse la prima controriforma del 1992, legata al nome ministro De Lorenzo – destinato a diventare presto tristemente famoso per la gestione delle autorizzazioni dei farmaci - i cui principi fondamentali furono la trasformazione delle unità sanitarie locali in aziende e l’introduzione di elementi privatistici nel sistema, sia nel campo dell’erogazione dei servizi che in quello dei rapporti di lavoro.

    Le ultime riforme in ordine temporale, quella Bindi e quella Veronesi, hanno rafforzato la tendenza all’aziendalizzazione ed alla gestione monocratica della sanità anche se recuperano tra le righe qualche spazio per la partecipazione dei cittadini. Grazie al sistema universalistico le condizioni di salute degli italiani sono notevolmente migliorate nei decenni successivi alla introduzione della riforma ma questo effetto è oggi il risultato a lungo termine di quel cambiamento mentre dovremo attendere diverso tempo per valutare gli effetti sanitari delle politiche liberiste in atto dagli anni 90 in Italia. La “mucca pazza” è solo un esempio dell’effetto delle politiche liberiste dell’Inghilterra negli anni ottanta e delle conseguenti riduzioni di sorveglianza e di obblighi nel settore del trattamento dei mangimi per allevamento. L’idea neoliberista della necessità di ridurre le risorse per la sanità pubblica cozza con l’introduzione, da essa stessa propugnata, del privato nell’erogazione delle prestazioni. Infatti il privato realizza un incremento dei costi rispetto ad un sistema sanitario pubblico per il semplice fatto che deve produrre anche il profitto per l’imprenditore. Inoltre l’idea aziendalistica della gestione della sanità non permette di percepire il ruolo che la prevenzione, quella vera naturalmente, può esercitare sulla riduzione delle malattie e quindi, a lungo termine e in maniera duratura, sui costi della cura delle stesse.

    Studi di comparazione internazionale, pubblicati su riviste scientifiche, mostrano che la riforma sanitaria in Italia ha prodotto i migliori risultati di salute a bassi costi e che sistemi sanitari pubblici garantiscono migliori condizioni di salute per tutti. D’altra parte si comprende che, se la salute diventa una merce, per gli ospedali, o aziende che dir si vogliano, soprattutto privati, sarà più “conveniente” che ci siano molti ammalati, clienti o utenti come significativamente si preferisce chiamarli. L’interesse di un sistema sanitario aziendalistico finisce per diventare opposto a quello della popolazione. Al contrario, ad un sistema pubblico partecipato conviene ridurre il numero di malati ed investire in prevenzione. Solo l’espansione del sistema pubblico e gratuitamente accessibile a tutti e lo sviluppo delle attività di vera prevenzione possono migliorare il livello di salute collettivo.

    Nel campo dei tumori alcuni studiosi ritengono che un’azione efficace in tema di prevenzione contro i cancerogeni negli ambienti di vita e di lavoro può portare in dieci anni ad una riduzione del 30% dei nuovi casi di cancro con conseguenti risparmi sulle cure. Non vi è dubbio che la salute rimane una questione politica, nell’accezione più elevata del temine, e non una questione asetticamente tecnica come si tende a far credere. Così come l’AIDS e la mortalità infantile sono maggiormente diffuse nelle parti più povere del mondo, così anche le malattie del mondo occidentale, quelle cronico degenerative, sono diffuse soprattutto nelle categorie sociali meno protette e la vita media non è uguale per tutti le classi sociali. Basterebbe questo dato per comprendere come sia urgente e necessario riavviare processi partecipativi che, con l’ausilio di tecnici, analizzino i rischi per la salute ed indichino le priorità di intervento sanitario, sociale ed economico.

    Brindisi 28 dicembre 2003

    dr. Maurizio Portaluri
    Medicina Democratica BRINDISI
    maporta@libero.it

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