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Mezzogiorno di fuoco

Mezzogiorno di fuoco

(2 Marzo 2011) Enzo Apicella
Gli USA preparano l'invasione della Libia

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Le rivolte nell'Africa del nord

(24 Febbraio 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

Ben Ali e Mubarak si sono dimessi. Ciò che solo qualche mese fa sarebbe sembrato impossibile anche alla più fertile delle immaginazioni è avvenuto. E il terremoto non sembra essersi fermato. Una ventata di mobilitazione popolare sembra stia per realizzare quel passaggio alla democrazia cui i paesi arabo-islamici sembravano geneticamente negati.

Una soddisfazione neanche troppo celata si respira nell’entourage di Obama. Nelle cancellerie europee i toni sono più contenuti. In Cina c’è silenzio, evidentemente preoccupato. Anche negli ambienti della sinistra anti-capitalista le sollevazioni sono state accolte da un generale compiacimento.

A prescindere da quel che succederà all’immediato, queste mobilitazioni un’acquisizione positiva l’hanno già determinata facendo irrompere sul terreno dello scontro politico alcuni elementi che sembravano sepolti negli anfratti di una storia lontana: 1. la mobilitazione di massa è in grado di agire su un terreno rivoluzionario, superando il livello di semplice rivolta e non facendosi ingabbiare in processi democratico-elettorali; 2. La mobilitazione delle masse può diroccare anche un potere ferocemente armato e sostenuto dai peggiori briganti mondiali.

Per comprendere davvero cosa sta accadendo e le direttrici lungo le quali può svilupparsi, è necessario, però, cercare di andare oltre un certo impressionismo e indagare le forze in campo, ciò che le spinge in movimento e gli ostacoli che si trovano innanzi.

Una ricerca e una riflessione necessariamente collettiva, cui proviamo ad offrire soltanto degli spunti, mettendo insieme le informazioni che circolano (in verità non particolarmente esaurienti) con i problemi pre-esistenti, focalizzandoci anzitutto sull’Egitto.

Unità di popolo

La rivoluzione ha ottenuto il suo obiettivo di cacciare Mubarak perché è riuscita a suscitare la mobilitazione di gran parte delle classi sfruttate. All’inizio le piazze erano riempite in modo prevalente da giovani, studenti, ceti sociali “riflessivi”, ossia quel variegato mondo sociale che potrebbe essere contenuto nella definizione di “lavoro cognitivo”, che esercita, cioè, o aspira ad esercitare, attività il cui contenuto non è manuale. La rivendicazione principale di questi era, ed è, essenzialmente legata agli obiettivi di “libertà e democrazia”. Invocata è la libertà di opinione, movimento, opportunità. Aspetti intrinsecamente legati: a cosa serve, infatti, possedere un bagaglio di conoscenze ed esperienze se non vi sono opportunità per metterle a frutto, e poterle esprimere spostandosi liberamente laddove le condizioni sono più promettenti?

Il “regime”, di suo, non offriva grandi possibilità. Il sistema economico di tutti i paesi post-coloniali è, infatti, pesantemente bloccato nel suo sviluppo capitalistico da una divisione internazionale del lavoro imposta dall’imperialismo occidentale, che riserva a questi paesi il ruolo di produttori di materie prime, con un’industria debole ed etero-diretta e giganteschi debiti esteri che invece di promuovere sviluppo hanno assoggettato le intere società al pagamento degli interessi sul debito, cioè a finanziare le rendite dei “prestatori” occidentali. Le uniche riforme post-coloniali che hanno prodotto conseguenze sono state quelle dei servizi sociali (che i “piani di aggiustamento strutturale” del FMI hanno già, in buona parte, smantellato) e la scolarizzazione di massa. Quest’ultima ha prodotto una moltitudine di diplomati e laureati che, però, i mercati locali –causa il blocco dello sviluppo- non riescono ad assorbire. Per alcuni decenni lo sbocco obbligato di questi ceti era l’emigrazione. Solo una minoranza, però, è riuscita a far valere sui mercati di destino il proprio bagaglio di conoscenze, il resto ha ottenuto solo lavori manuali, e nelle peggiori condizioni. La crisi ha iniziato a prosciugare anche questa valvola di sfogo. Trovare lavoro è divenuto molto difficile anche nei mercati europei. Chi già lavorava ha ora difficoltà a conservare le condizioni di prima. I salari diminuiscono (e, con essi, le rimesse verso il paese d’origine) e, inoltre, le politiche securitarie e anti-immigrati stanno rendendo sempre più difficile anche emigrare.

Le restrizioni agli emigrati si sono combinate con una ulteriore diminuzione, causata dalla crisi, delle “opportunità” anche in patria, determinando una rabbia crescente verso un regime che riservava le poche opportunità esistenti nel paese alle sue cricche affaristiche e clientelari.

Al “ceto medio riflessivo” si è, nel corso della rivolta, affiancato anche una buona parte dei ceti artigianali e commerciali. Questi hanno costituito a lungo un elemento di stabilità per il potere di Mubarak, ma anche loro, sotto i colpi della crisi, cominciavano a sperimentare sulla loro pelle i meccanismi di selezione degli affari dominati dalla cricca mubarakiana.

Per entrambi questi settori, insomma, libertà ha il significato preciso di possibilità di esercitare le proprie capacità professionali e imprenditoriali (il che implica impiegare forza-lavoro altrui) in un mercato che non sia oppresso dall’arroganza rapinatrice delle cricche di potere che esercitano la dittatura, attraverso il delegato-dittatore Mubarak. La loro, insomma, è una rivendicazione del tutto interna al sistema capitalista, che può realizzarsi solo se esso viene gestito in modo democratico, ossia consentendo a tutti di mettersi alla prova egualitariamente sul mercato, evitando che sia dominato da posizioni di potere o di rendita.

Per tutto un primo periodo della rivolta i ceti più poveri (e parliamo della maggioranza numerica della popolazione), quelli che per sopravvivere possono contare solo sulla propria forza-lavoro manuale, senza titoli e conoscenze per affrontare “liberamente” anche il più “egualitario” dei mercati, si sono tenuti a distanza dalla mobilitazione osservandola con scetticismo, quando non proprio con ostilità. Il motivo è fin troppo comprensibile: chi non ha nulla da “investire” può solo sperare di trovare qualcuno disposto ad acquistarne la nuda forza-lavoro, sperando, allo stesso tempo, che ci sia uno stato che tenga almeno un po’ sotto controllo il dispotismo dell’acquirente (padrone). Dallo stato dipendono ancora di più coloro che non riescono neanche a vendere stabilmente la loro forza-lavoro o la esercitano nelle campagne per l’auto-produzione e un poco di mercato locale. Gli operai hanno bisogno dello stato per cercare di contenere almeno un po’ il dispotismo padronale, il sotto-proletariato dai lavori occasionali e i contadini poveri hanno bisogno dello stato per i (miseri quanto si vuole) sussidi alimentari e finanziari (che nonostante tutto Mubarak teneva ancora in piedi, fosse solo per evitare agitazioni e rivolte di questi strati sociali). Per tutti costoro la parola d’ordine “libertà e democrazia” non solo rischia di avere un significato astratto, ma contiene anche dei risvolti pericolosi: una crisi dello stato minaccerebbe le loro certezze, piccole, ma decisive per sopravvivere.

Tuttavia, è stato proprio il proletariato manuale a decidere le sorti dell’insurrezione. Nel momento in cui ha cominciato a credere che dal sollevamento generale avrebbe avuto la possibilità di conquistare anch’esso un po’ di libertà di organizzazione per poter lottare per condizioni migliori, di lavoro e salario, si è inserito nella lotta, con i propri autonomi obiettivi, riprendendo, peraltro, le rivendicazioni (salari, migliori condizioni di lavoro, libertà di organizzazione sindacale) che erano state all’origine dei primi sommovimenti di massa nelle industrie tessili del Nord dell’Egitto manifestatesi fin dal 2008 e approfonditesi l’anno scorso, represse nel sangue e con le promesse inattuate del governo.

Il moltiplicarsi degli scioperi dei lavoratori rischiava di far precipitare completamente la crisi e trasformarla in un moto politico-sociale che avrebbe bruciato ogni possibilità di compromesso. A quel punto non bastavano più vaghe promesse di avviare il “processo democratico”, ma urgeva un segnale più forte: Mubarak ha gettato la spugna, spinto dai suoi sponsor interni ed esterni.

Padrini occidentali

La destra Usa (e tutta Israele) avrebbe affrontato a muso duro la rivolta, spingendo gli apparati di sicurezza e l’esercito egiziano a reprimerla in un bagno di sangue. Obama ha scelto, invece, un approccio diverso. Perché? Reprimere duramente una mobilitazione con quelle dimensioni ed estensione sociale, avrebbe significato metter nel conto una guerra civile che molto difficilmente gli apparati interni di sicurezza avrebbero domato (anche perché le condizioni finanziarie di certi stati non consentono di allestire eserciti totalmente affidabili; la bassa truppa rischia, insomma, di farsi assorbire dalla rivolta, come già nell’Iran del 1979). Un supporto esterno è, dunque, essenziale per bloccare processi rivoluzionari di questo tipo. Obama, molto realisticamente, è consapevole di non potervi impegnare la forza militare Usa. In questo momento, dopo le esperienze in Afghanistan e Iraq, gli Usa non possono onorare il loro ruolo di gendarme militare della stabilità mondiale, nell’interesse del sistema capitalistico e del predominio dell’intero Occidente. Il suo profilo, infatti, è stato, sul piano militare basso (solo invio di navi per garantire la “libertà di transito” nel canale di Suez), mentre è stato piuttosto alto sul piano politico, in cui ha cercato di accreditarsi come il paladino della transizione dell’Egitto verso una vera democrazia.

Messa nel conto l’insostenibilità di Mubarak dinanzi alla sommossa, Obama ha ripiegato sul dialogo a distanza con le masse in rivolta, giocando anche la carta dell’esercito, fortemente legato agli Usa per forniture e addestramento, aiutandolo a diventare il “garante della transizione”.

Il carattere sociale della mobilitazione è venuto in sostegno a Obama. Internet, Facebook, Twitter, la telefonia a basso costo, sono degli straordinari mezzi di comunicazione di massa, nel senso proprio del termine, ossia che consentono alle masse di comunicare (per lo meno quelle che hanno la possibilità economica e tecnica di avervi accesso) e non solo di essere oggetto della comunicazione altrui. Ma sono anche uno strumento fenomenale per veicolare un’idea del mercato come la migliore forma della democrazia (il che, in fondo, è assolutamente vero: mercato capitalistico e democrazia politica sono inestricabilmente connessi), e, in ultima istanza, propagandare gli Usa, creatore e sommo profeta di tali mezzi, come il migliore dei paesi possibili, soprattutto per quel che riguarda l’apertura egualitaria alle opportunità “per tutti”.

Gli elementi che Obama mette in campo per cercare di non perdere un alleato importante, ed evitare che nasca un nuovo problema per Israele, sono, quindi, due, l’esercito e la naturale simpatia di certi ceti sociali verso gli Usa, meglio ancora gli Usa diretti da lui (a distanza di due anni capitalizza anche il discorso de Il Cairo di apertura all’Islam e al mondo arabo). Con questo approccio ha evitato, finora, che la rivoluzione assumesse toni apertamente anti-Usa, ma anche che “degenerasse” (dal suo punto di vista, che si radicalizzasse per il nostro) sul piano politico-sociale. Ha, inoltre, surclassato l’Europa (in totale ritardo politico nel comprendere in tempo da che lato buttarsi e spaventata dall’emergere di una rivolta generalizzata nel Nord Africa, cui non sarebbe affatto in grado di opporre reazioni politico-economico-militari decisive) e messo decisamente all’angolo la Cina, che per svariati motivi (non ultimi anche di ordine interno) non può dare appoggio alle rivoluzioni in nessuna parte del mondo.

Gestire il cambio di regime in modalità diverse da quelle cui gli Usa sono ricorsi per quasi un secolo (da ultimo in Afghanistan e Iraq) è, senz’altro, una prova della loro attuale debolezza. La capacità di Obama di bilanciare, però, efficacemente l’attualmente incerto utilizzo dell’hard power con il soft power, ha riconfermato in pieno l’indispensabilità degli Usa per garantire la stabilità mondiale, a petto dell’assoluta incapacità di farlo di Europa e Cina. D’altronde non bisogna dimenticare che gli Usa avevano fatto già, prima di Obama, una certa esperienza nelle “rivoluzioni colorate”, dove riuscite (Serbia, Georgia, Ucraina) dove no (Iran, almeno finora). Anche lì non si trattava dei soli cospicui investimenti dei vari Soros e Usa Aid per organizzare gruppi di “esperti” in rivoluzioni filo-Usa, ma si trattava di cavalcare istanze politiche di ceti sociali attratti dal “libero mercato” made in Usa. Quelle accadute in Tunisia ed Egitto non hanno nulla a che vedere con le rivoluzioni colorate (anche se il Movimento 6 aprile, tra i promotori delle mobilitazioni, ha dichiarato in un’intervista alla Botteri di TG3 di aver studiato l’esperienza serba di Oktopor…)promosse dall’esterno e inscenate, per lo più, per (o da) i media occidentali, tuttavia l’esperienza fatta sulle scene di quei teatrini è stata utile per affrontare una rivolta vera (e tanto più utile si rivelerà quando dovesse scoccare l’ora dell’Iran).

È, d’altra parte, noto che gli Usa si stessero preparando da tempo a promuovere e gestire la transizione da Ben Ali a Gannouchi e stessero promuovendo contatti (e finanziamenti…) con l’opposizione in Egitto. E sono pronti adesso a intervenire con i loro mezzi per condizionare il processo che si è aperto. Georges Soros, grande finanziere ed esperto di “rivoluzioni colorate” (padrino di Oktopor) ha scritto su The Washington Post del 3 febbraio 2011: “Benché il potere e l’influenza americana nel mondo stiano declinando, i nostri alleati e le loro forze armate guardano a noi per decidere il da farsi... Il presidente Obama personalmente e gli Usa come paese hanno molto da guadagnare… dallo schierarsi con la richiesta pubblica di dignità e democrazia. Questo aiuterebbe a ricostruire la leadership Americana e rimuovere una persistente strutturale debolezza nei nostri alleati che deriva dall’essere associati con regimi impopolari e repressivi. Io sono, per regola generale, diffidente con le rivoluzioni. Nel caso dell’Egitto vedo una buona possibilità di successo. Come impegnato difensore della democrazia e della società aperta, non posso aiutarla (di sicuro non può dichiararlo! n.) ma condividere l’entusiasmo che sta dilagando in Medio Oriente. Spero che il Presidente Obama decida di sostenere al più presto ed efficacemente il popolo dell’Egitto. Le mie fondazioni (distribuite in 70 paesi!, n.) sono pronte a contribuire per quel che possono. In pratica, ciò significa fondare centri di ricerca per sostenere la legalità, le riforme costituzionali, lottare la corruzione e rinforzare le istituzioni democratiche in quei paesi che richiedono aiuto per edificarle, mentre stanno fuori da quei paesi dove tali sforzi non sono benvenuti”. Probabile che Mubarak rifiutasse questi filantropici aiuti, mentre tra i rivoltosi attuali più d’uno ne dipende.

Tuttavia, che abbia o meno accettato i consigli di Soros, Obama è riuscito a chiudere con un leggero vantaggio il primo round (perde Mubarak, ma conserva il ruolo dell’esercito e conquista simpatie nel cuore di parti significative dei rivoltosi). Ma la partita non è chiusa. Nulla, infatti, può dare la certezza che il successo possa arridere agli Usa anche nei rounds successivi. La mobilitazione delle masse non è, infatti, programmabile e anche le strutture più preparate, finanziate e strutturate per indirizzarla secondo i desideri americani non danno la certezza di successo (v., per esempio, Ucraina e Georgia). La radicalizzazione dello scontro in Egitto, o la diffusione del moto in tutta l’area, potrebbero portare il nuovo Egitto a prendere le distanze dalla politica di sottomissione ad Israele perseguita da Mubarak. Ciò porrebbe agli Usa un problema enorme, anche se qualcuno in Usa potrebbe, prima o poi, cominciare a pensare che è meglio una stabile alleanza con un mondo arabo-islamico democratizzato a la maniera Usa piuttosto che appoggiare Israele nelle sue mire espansioniste, spingendo, di conseguenza, quest’ultimo ad accordarsi seriamente con i palestinesi per i “due stati”.

Se poi la rivoluzione prendesse, sul piano sociale, un carattere ancor più marcato dal punto di vista delle classi sfruttate, allora la situazione, per Obama e gli Usa, si farebbe persino più difficile.

Un conto, infatti, è elargire un po’ più di “libertà e democrazia” ai ceti “riflessivi” e piccolo-imprenditoriali: questo si può fare senza peggiorare le attuali condizioni di crisi, anzi, in certa misura, contribuendo alla “ripresa”, soprattutto del settore finanziario che non vede l’ora di poter intervenire direttamente per finanziare, senza il filtro degli stati “accentratori”, l’imprenditoria e il consumo privato. Altro conto è andare incontro alle richieste di milioni di lavoratori. Il rischio per il sistema capitalistico diventerebbe enorme, perché verrebbero messe in discussione la divisione internazionale del lavoro e il dominio dei mercati occidentali nello sfruttare liberamente il proletariato arabo e, per effetto domino, il proletariato di tutti i paesi oppressi, e, a cascata, anche quello dei paesi oppressori.

Obama gioca sul filo del rasoio. Per lui era decisivo bloccare la rivoluzione al punto in cui era giunta, impedire che le rivendicazioni economico-sociali del proletariato si radicalizzassero ed evitare che la rivoluzione arrivasse fino al punto di prendere fisicamente possesso dei palazzi del potere, cosa che avrebbe reso più difficile incanalare il processo sulla strada di una democrazia controllabile.

Con la gestione obamiana gli Usa provano, dunque, a piegare a loro favore le istanze di libertà e democrazia che crescono nei paesi nord-africani e nel mondo arabo per riconfermare il loro ruolo mondiale. Come negli anni ’50 si fecero paladini dell’abbattimento del colonialismo europeo, si fanno oggi paladini dell’affermazione della democrazia. Si aprono, così, la strada per riconquistare egemonia politico-culturale, riscattarsi dall’immagine di potenza arrogante e militaresca, ma anche per erodere mercati all’Europa e, più ancora, alla Cina che è andata costruendo una sua propria trama in giro per il mondo con le sue iniziative economiche e finanziarie. Dopo il Sudan (secessione del Sud), Tunisia ed Egitto. Nel giro di due mesi gli Usa hanno gettato tre sassi pesanti nel motore di espansione cinese in Africa. Anche in Egitto pare che la Cina era divenuto ormai il primo investitore estero. L’investimento cinese, come si sa, conserva tuttora dei caratteri diversi dall’imperialismo tradizionale. Mentre questo, infatti, si distingue per un carattere di estrema rapina, soprattutto tramite le grandi istituzioni finanziarie, quello cinese punta su rapporti più egualitari, mettendo in piedi attività produttive reali e costruendo vere infrastrutture.

Alla prova dei fatti, è probabile che i cinesi (e, forse, gli stessi europei) beneficino del nuovo clima politico per incrementare i propri affari, per lo meno sul piano industriale e commerciale. Ma ciò a cui gli Usa puntano è la piena riconquista del predominio sul piano finanziario. Su questo terreno la potenza di fuoco della finanza americana (supportata da hard e soft power)è ancora inarrivabile. Il piano di riconquista si basa sugli enunciati dell’ultima Davos (Il sole24 ore del 26.1.2011): estendere il mercato mondiale dei prestiti dagli attuali 103.000 miliardi di dollari a 223.000 nel 2020, dirottandoli dagli stati in affanno ai nuovi mercati emergenti, nei quali figurano a pieno titolo le “nuove democrazie”. In questo modo si perseguono due obiettivi: scaricare altrove un po’ della crisi Usa, e, soprattutto, riconfermare l’egemonia del dollaro, consolidandone il signoraggio e il correlato potere di prelevare una tassa su tutta la produzione mondiale, finanziando la spinta auto-imprenditoriale dei ceti “riflessivi” e micro-imprenditoriali delle “nuove democrazie” e, eventualmente, anche i consumi essenziali delle popolazioni sfruttate (forte dell’esperienza già realizzata, per esempio, con i sub-prime). Questa è l’apertura della società che interessa i Soros, e per la quale Obama si sente investito come una missione divina.

Nei confronti dei padrini occidentali l’insurrezione tunisina ed egiziana sono apparse quasi del tutto silenti. Nelle piazze non si è visto nulla di esplicitamente rivolto contro gli Usa, Israele ed Europa. Questo ha due spiegazioni. La prima: chi guarda agli Usa (e, in subordine, all’Europa) come il regno delle possibilità e l’esempio di società che permettono di realizzare le aspettative di riscatto individuale di ciascuno, non ha grande interesse a metterne in discussione la politica imperiale, se non negli aspetti arroganti: Bush non avrebbe mai potuto scaldare i cuori neanche della piccola-borghesia araba. Obama può provarci, e, infatti, trova se non il consenso, almeno il silenzio, e suscita, tuttalpiù, l’aspettativa di un edulcoramento delle politiche troppo filo-israeliane. La seconda: dopo una serie di esperienze fallimentari di riscatto, c’è necessità di concentrarsi sugli “affari interni”, per mandare a casa regimi che avevano costruito la loro oppressione e i loro apparati repressivi anche utilizzando i sentimenti anti-israeliani e anti-Usa delle masse come mezzo per dirottarne la rabbia e la delusione. “Fare pulizia al proprio interno”, prima di occuparsi dei rapporti con l’esterno, è, in fondo, la premessa per mettere sui binari giusti anche la lotta per la liberazione dall’oppressione imperialista, elaborando e superando il fallimento delle politiche precedenti del post-colonialismo, del nazionalismo arabo e dell’islamismo.

Due soluzioni antitetiche, che difficilmente potranno convivere a lungo. Ci sarà, prima o poi, da affrontare il nodo della questione palestinese, ma ci sarà da affrontare anche quello dei prestiti esteri: continuare a ripagare quelli pubblici e incrementare fortemente quelli privati vuol dire tenere sotto strozzatura l’intera economia nazionale, e, dunque, poter utilizzare ben poche delle risorse interne per soddisfare le esigenze delle classi che si sono messe in movimento.

Organizzazione

La mobilitazione delle masse si è servita in modo preponderante delle reti informatiche. Queste si sono rivelate utilissime nel far circolare le informazioni, per la discussione degli obiettivi e per organizzare le iniziative di protesta. Quando, poi, si è passati all’azione, il terreno dello scontro è divenuto quello delle piazze, delle strade e, con gli scioperi, dei luoghi di lavoro. Le decisioni su come proseguire la mobilitazione si sono spostate dalla rete e sono finite nelle grandi assemblee di piazza e di luogo di lavoro. L’organizzazione da virtuale è divenuta fisica, e quest’ultima è stata la forma che ha deciso dello scontro.

A rigore, dunque, non si può parlare di una mobilitazione dis-organizzata o “spontanea”. L’organizzazione c’è stata sotto tutti i punti di vista: obiettivi, programma, strutture organizzate della miriadi di gruppi, più o meno informali, che hanno promosso o aderito alla mobilitazione (tra quelli meno informali e più organizzati c’erano senz’altro gli alunni di Oktopor).

Organizzazione, soprattutto, è stata quella realizzata in piazza. Una grande comunità si è riconosciuta unita e si è unitariamente assunta la responsabilità di decidere senza delegare a chicchessia e smentendo chiunque si ergesse a suo rappresentante nei confronti del potere. Una vera comunità reale che, proprio per questo, non aveva necessità di emulare lo stato con l’elezione di apparati separati da essa, né aveva bisogno di costituirsi, al proprio interno, in partiti, ossia, come dice la parola, organizzazioni di “parte”.

Era, essa stessa, il tutto e chi vi partecipava faceva parte di quel tutto in modo indissociabile, al punto tale di non esser minimamente sfiorato dalla fregola di pesare come testa individuale con il suo personale voto per eleggere qualcuno o prendere qualche decisione.

Era, essa stessa, il partito che sentiva di rappresentare tutto il popolo in contrapposto al partito del potere.

La grande forza di questa comunità/partito è stata la sua profonda unità e determinazione nel raggiungere gli obiettivi che s’era prefissati o, meglio, che si sono precisati nel corso stesso dell’insurrezione: mandare a casa Mubarak, abolire lo stato d’emergenza, avviare una seria lotta contro i corrotti e la corruzione, godere di libertà piena di opinione e d’organizzazione.

Il primo obiettivo è stato raggiunto, gli altri non ancora. La mobilitazione, quindi, non può scemare, e l’organizzazione va tenuta in piedi. Tuttavia, la sua unitarietà diviene già più difficile, tra chi si fida ciecamente dell’esercito (come uno dei celebrati “capi” della rivolta, Ghonim, che, funzionario di Google, ha deciso di tornare nella lussuosa villa che aveva abbandonato per andare in piazza, soddisfatto per il cambio di governo effettuato a pro dell’esercito) e chi non può affatto fidarsene. Inevitabilmente, lo diverrà ancora di più quando si dovrà mettere mano agli altri obiettivi fin qui unitari: sciogliere il parlamento ed eleggerne uno nuovo, modificare la costituzione per ridurre il potere presidenziale, e, a maggior ragione, per affrontare anche le questioni economico-sociali e quelle dell’indipendenza dall’imperialismo.

L’apertura di un processo democratico, in condizioni di libertà maggiori di quelle precedenti, costringerà, anch’essa, a misurarsi con la necessità di organizzare dei partiti. Un piano sul quale le vecchie elite sono, peraltro, avvantaggiate, disponendo delle strutture già esistenti e riciclabili in nuove organizzazioni, dell’esperienza necessaria e di un certo consenso che non è solo delle clientele, ma anche di strati sociali che si sentivano protetti dal precedente regime.

Ma il problema dell’organizzazione/partito viene in luce anche per un altro aspetto. L’assenza di grandi forze organizzate sul piano politico in grado di assumere su di sé l’intero potere (il che presuppone una grande capacità di mobilitare in modo disciplinato una parte decisiva della società) ha costretto il movimento a cercare qualcosa che le surrogasse, finendo per puntare su quello tra i poteri costituiti che aveva assunto nei confronti della rivolta un profilo più tollerante, l’esercito.

Ora, l’esercito è stato scelto da buona parte delle masse in rivolta nella convinzione di poter riporre fiducia nelle sue intenzioni patriottiche e “dalla parte del popolo”, ma è anche stato scelto dagli Usa, ovvero da chi ha tirato in questi ultimi trent’anni le fila della politica estera e fortemente condizionato la politica interna dell’Egitto.

Si troverà, dunque, a fare i conti con questa duplice e contrastante pressione.

La politica dei vertici dell’esercito sarà, prevedibilmente, in continuità con gli input nord-americani sulla scena internazionale (a partire dai rapporti con Israele e con i palestinesi) e cercherà in tutti i modi di contenere le riforme economico-sociali nell’ambito delineato dagli Usa e dalla rediviva UE: qualche concessione agli strati di piccola borghesia, riflessiva o imprenditrice, (soprattutto se ben disposta ad accettare i “generosi” prestiti che gli amici democratici d’oltre-Oceano o d’oltre-Mediterraneo erogheranno), poco o nulla in termini di salari, condizioni di lavoro e welfare state per l’insieme del proletariato manuale, al fine di creare un “ambiente accogliente” per i capitali nazionali e, soprattutto, internazionali (altra cosa su cui una piccola-borghesia non in grado di svilupparsi in proprio aspira, nella speranza di beneficiare in proprio di qualche briciola che ne deriva, consenso italico a Marchionne docet).

La resistenza popolare e la determinazione a non farsi scippare la rivoluzione potrà anche portare a una lotta interna all’esercito e alla formazione di fazioni più favorevoli alle spinte popolari. Ma ciò non risolverà il problema dell’organizzazione/partito, al contrario lo renderà ancora più stringente, perché si tratterà di risolvere anche il problema di chi comanda sulla forza militare, e, in ultima istanza, sull’opportunità di una forza militare separata dall’insieme della società.

Il passaggio successivo al defenestramento di Mubarak sarà, dunque, inevitabilmente quello di procedere alla formazione di organizzazioni politiche, di partiti. In teoria tutte la classi sfruttate (dai contadini poveri alla piccola borghesia) avrebbero interesse a mettere in atto un programma di trasformazioni economico-sociali che affranchino l’Egitto dalla soggezione ai mercati mondiali. In pratica, il fronte ha già iniziato a divaricarsi nei primi giorni successivi alla rivoluzione. Migliaia di lavoratori hanno continuato la mobilitazione e gli scioperi per rivendicare maggiori salari e libertà d’organizzazione, ma sono stati lasciati soli dagli alleati di sole poche ore prima, i quali ultimi non hanno protestato neanche contro la durezza degli ammonimenti dell’esercito contro i lavoratori in sciopero, invitati a tornare a casa per non peggiorare la situazione economica dell’Egitto. Nuovi partiti devono, dunque, nascere, ma, date le premesse, non potranno che essere partiti fondati su interessi di classe distinti.

Di sicuro ai nuovi appuntamenti si presenteranno partiti che pur dichiarando di assumere in carico l’interesse di tutti gli egiziani, finiranno con il sostenere gli interessi delle classi possidenti o aspiranti tali, sollecitando anche la piccola borghesia a salire sul carro di un rilancio dello sviluppo e degli affari.

Bisognerà vedere se le classi sfruttate saranno capaci fin da subito di costituire propri partiti, che si battano sulla base di programmi autonomi di classe sul terreno anti-imperialista e anti-capitalista. Non si può, comunque, escludere che dinanzi alle difficoltà a procedere su questo terreno le loro istanze finiscano, almeno all’immediato, con l’essere prese in carico dall’islamismo militante.

Tuttavia, il sorgere di tali forze, gli esiti dello scontro a venire, e delle sue forme organizzate, non sono prevedibili né predeterminabili. La capacità della rivolta di trasformarsi in rivoluzione anche degli assetti economici e sociali capitalistici non è visibile nella sfera di cristallo, anche perché dipende essenzialmente dalla dimensione internazionale del conflitto.

Internazionalismo

E qui veniamo all’ultima, non per importanza, delle questioni aperte dall’insurrezione egiziana e tunisina.

La simpatia che ha suscitato in tutto il mondo oppresso è fuor di discussione. Nella regione araba il sentimento è stato più che una semplice simpatia, molto più vicino a quello di un vero e proprio contagio: in Algeria, Yemen, Libia, Marocco, Bahrein e, forse, nella stessa Arabia Saudita, l’insurrezione ha risvegliato la possibilità di fare i conti con elite di potere oppressive e svendute agli interessi occidentali. Tra i palestinesi e in Libano è stata accolta come una potente occasione per iniziare a invertire l’impotenza nel contrastare le permanenti manomissioni da parte dell’imperialismo occidentale e della sua longa manus israeliana.

Il processo contiene, dunque, i germi di un rilancio degli Usa e di una nuova sottomissione all’imperialismo occidentale, ma contiene, allo stesso tempo, anche quelli di un rilancio di un pan-arabismo che saldi insieme lotta all’imperialismo e soluzione della questione economico-sociale. Da questi secondi può partire un percorso che potenzialmente può fare i conti con i fallimenti del passato e vedere tornare in campo il protagonismo delle masse, liberate da rappresentanze politiche che, in nome di un pan-arabismo di facciata, hanno costruito le loro fortune infeudandosi all’imperialismo. Allo stesso tempo può iniziare la liberazione anche dall’islamismo, che ha avuto il pregio di tenere viva l’esigenza di unità contro un nemico potente, mentre ha dimostrato la stessa connaturata impotenza a sconfiggerlo davvero, tanto nelle sue varianti di massa, quanto nelle sue varianti di nuclei d’avanguardia combattenti una “guerra santa” in nome di un Islam in lotta contro i miscredenti.

Il secondo tempo della rivoluzione anti-coloniale è, molto probabilmente, iniziato, con tutte le contraddizioni che comporta ma anche con la certezza che è divenuto molto più difficile replicare la pacificazione dell’area sotto i diktat occidentali dominante negli ultimi cinquant’anni. Un equilibrio si è rotto, due forze contrastanti cominciano ad organizzarsi. Da un lato una borghesia convinta di poter usufruire di una maggiore crescita e che, per questo, aspira a ricontrattare con l’imperialismo gli assetti dell’area, senza aspirare a sconvolgerli del tutto. Dall’altro lato le forze proletarie, ridotte numericamente, ma non del tutto insignificanti e le immense moltitudini in lotta quotidiana per sopravvivere che rischiano di perdere anche quelle minime certezze che gli stati post-coloniali, anche nelle loro versioni più filo-occidentali, gli garantivano. Nel mezzo un ceto medio, molto più debole sul piano economico rispetto al suo omologo occidentale, ma che sta vivendo una stagione di risveglio e di protagonismo che, al momento, è attratto dalle sirene di avanzamento sociale che giungono dall’Ovest, ma che potrebbe, dinanzi alla delusione delle sue aspettative, e dinanzi al crescere politico e organizzativo delle istanze proletarie, saldare i suoi destini a queste ultime in un moto unitario di reale riscatto, politico, economico e sociale dall’oppressione imperialista e dal sistema capitalista.

Il rilievo internazionale delle insurrezioni non può che avere un effetto benefico sull’evoluzione della lotta nei singoli paesi. Un’estensione delle insurrezioni avrebbe, infatti, il sicuro effetto di radicalizzarle tutte ancora di più su ogni piano, e di rendere la situazione sempre più ingestibile per i paesi oppressori.

In Occidente la simpatia, sul piano di massa, non è mancata, ma non ha prodotto alcun contagio e nemmeno moti di visibile sostegno e solidarietà. Questa mancanza si rivelerà, inevitabilmente, un handicap per tutti i soggetti che in Nord Africa e nell’area araba si battono per cambiare lo stato delle cose.

Questa circostanza rivela, purtroppo, il persistere di un’intrinseca debolezza. I movimenti di resistenza contro le politiche di destrutturazione del welfare, contro l’abolizione di ogni organizzazione dei lavoratori che non si sottometta supinamente ai desideri del mercato, contro la privatizzazione dei beni comuni, ecc. non vedono come dalle insurrezioni in Nord-Africa si possa sviluppare un fenomenale alleato per la propria resistenza. D’altra parte la stessa cecità non permette di raccogliere gli analoghi segnali che provengono dalle lotte in Sud America e, meno ancora, dalla mai pacificata e im-pacificabile classe operaia cinese.

Una seconda, non meno importante, cecità porta a non vedere come quelli che promuovono qui le politiche di maggiore sfruttamento della vita umana e dell’ambiente sono gli stessi che hanno tirato i fili dei Mubarak e dei Ben Ali, e che oggi si preparano a sfruttare la nuova situazione per sottomettere quei paesi a nuove dissanguanti terapie per alimentare le asfittiche vene del sistema capitalista occidentale.

Quanto tempo ancora dovrà passare perché si inizi a comprendere che lo scenario di lotta e di organizzazione non può rimanere nei confini nazionali, soprattutto dal momento in cui il capitale se ne è, per i suoi movimenti, completamente liberato?

22 febbraio 2011

Comitato lavoratori contro la guerra di Como

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