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[Euskal Herria] Beatriz Etxebarria denuncia di essere stata torturata dalla Guardia Civil

(17 Marzo 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.caunapoli.org

[Euskal Herria] Beatriz Etxebarria denuncia di essere stata torturata dalla Guardia Civil

foto: www.caunapoli.org

Quando si parla di torture, di violenze fisiche e psicologiche ai danni dei detenuti si è sempre portati a pensare a luoghi lontani, geograficamente e non solo.

Dici tortura e pensi a Guantanamo, ad Abu Ghraib, alle dittature che hanno insanguinato l’America Latina nel corso degli anni Settanta o ai regimi fascisti del Novecento. Eppure, nel cuore dell’Europa la tortura continua ad essere praticata. La Spagna, uno degli stati che viene posto come esempio di transizione riuscita dal fascismo franchista ad una compiuta democrazia liberale, si rende ogni giorno autore di atroci crimini contro i prigionieri politici baschi. Al momento in galera ce ne sono quasi 800.

La testimonianza che segue è solo l’ultima in ordine di tempo. Beatriz Etxebarria è stata arrestata insieme ad altri tre compagni lo scorso 1 marzo. Lo stato spagnolo li accusa di essere membri dell’ETA e di aver dato vita ad una serie di azioni di stampo terrorista tra il 2006 ed il 2009. Nel testo che ha scritto una volta che è stata trasferita in carcere, riporta le torture subite durante i cinque giorni in cui è stata sottoposta al regime di isolamento. Si tratta di abusi terribili che non possono non far stringere il cuore e suscitare indignazione. Ma questa da sola non serve a far cambiare le cose. Occorre capire, interrogarsi, denunciare, affinché lo stato spagnolo metta fine a questa guerra sporca contro il popolo basco, affinché raccolga la sfida lanciata dalla sinistra abertzale (indipendentista) basca di risoluzione pacifica e democratica del conflitto.

fonte: kaosenlared.net

La detenzione

Intorno alle 4 del mattino dell’1 marzo del 2011 fecero saltare la mia porta. Mi afferrarono per i capelli e mi trascinarono di fretta nel salone. Avevo solo il reggiseno e mi impedirono di indossare dei vestiti durante la perquisizione.

Nel salone, mi fecero sedere con violenza sul divano, cercando di mettermi le manette. Si arrabbiarono perché mi stavano piccole. E mentre ero ancora seduta sul divano mi dissero: “Vedrai cosa ti aspetta in questi 5 giorni” (si tratta del periodo di “incomunicación”, cioè di isolamento, cui sono sottoposti i prigionieri politici, NdT).

Durante la perquisizione c’erano molti poliziotti (Guardia Civil). Ad un certo punto, durante la perquisizione, uno di loro mi disse di aver trovato delle targhe della Guardia Civil. Erano le sue.

Durante la perquisizione dello stanzino, mi sentii svenire. Mi afferrarono forte il braccio, lasciandomi dei segni. Mi misero delle manette di corda che mi stringevano sempre di più.

Quando uscimmo di casa, mi minacciarono affinché non guardassi né parlassi con il mio compagno. Mi portarono alla macchina, impedendomi di assistere al resto della perquisizione.

Fui portata dinnanzi al giudice (forense) di Bilbo (Bilbao), lì mi osservarono per bene. Avevo dei segni sui polsi causati dalle manette, vene gonfie, graffi, le braccia rosse e irrigidite.

Il viaggio

Mi fecero entrare nella volante. Mi obbligarono a chiudere gli occhi, coprendoli con una mano. Li sentii parlare di un incontro con le altre auto. Si fermarono. Uno di loro, che si faceva chiamare il “commissario”, mi fece scendere dalla volante per entrare in una macchina normale. Subito iniziò ad urlarmi all’orecchio e a minacciarmi: “Sono un militare e sono addestrato per uccidere”. Mi disse che avevo solo due opzioni: parlare subito o meno. Poi prese un sacchetto e me lo mise in testa (si tratta di uno dei metodi di tortura più usati dai poliziotti spagnoli: al detenuto\a viene chiusa intorno alla testa una busta di plastica. Quando il detenuto perde conoscenza viene tolta la busta. La sensazione che provoca nel detenuto è stata descritta come “quello che c’è di più vicino alla morte”, NdT).

Durante il viaggio verso Madrid, mi picchiarono, mi diedero degli schiaffi sulla testa, mi minacciarono costantemente. Mi dissero: “ti faccio spogliare e rotolare nella neve. Ti scavo la fossa”, arrestando la macchina con questo proposito. Il commissario si tolse la giacca, iniziando a sfregarsi contro il mio corpo. L’altro poliziotto, che stava al suo fianco, cercò di “placare” il “commissario”, che comunque mi minacciò. Durante il viaggio verso Madrid, mi avvolsero due volte la testa nella busta, continuando ad urlarmi nelle orecchie e a minacciarmi su quello che avrei passato a Madrid.

In commissariato

C’erano diverse stanze: una da cui provenivano le urla degli altri detenuti e un’altra, situata al piano inferiore, che sembrava isolata e con un trattamento più duro. La prima la chiamerò la “stanza dura”, la seconda la “più dura”.

Seguirono le minacce e il “commissario” mi mise in una cella, dicendomi che avrei dovuto pensare molto bene a quello che avrei fatto. Mi fecero uscire dalla cella e mi portarono davanti al “forense”. Erano circa le 20:30 del martedì. Denunciai la tortura e mi riportarono in cella.
Mi portarono nella “stanza dura”. Lì sentii le grida degli altri detenuti e delle altre detenute. Mi fecero sedere su una sedia e mi bagnarono le mani, intanto sentivo i rumori di qualcosa che mi sembravano elettrodi. Sentivo gli stessi rumori anche dalla cella. Mi dissero che dovevo parlare e iniziarono a togliermi i vestiti fino a lasciarmi completamente nuda. E mentre ero nuda mi tirarono acqua fredda addosso. Mi rimisero la busta in testa per tre volte consecutivamente. Minacciarono di sottopormi alla bañera (altra tecnica di asfissia. La testa del detenuto viene introdotta a forza in un recipiente pieno d’acqua, a volte il water. Spesso i detenuti, dopo essere svenuti si sono risvegliati a terra, in stato di semincoscienza, NdT). Mentre ero nuda, mi misero carponi su una sorta di sgabello. Applicarono della vaselina nell’ano e nella vagina, introducendovi un oggetto. Mi lasciarono nuda, mi avvolsero in una coperta e iniziarono a colpirmi. Mi afferrarono, mi schiaffeggiarono e poi mi alzarono di peso dal suolo.

Mi riportarono in cella dove rimasi fino alla mattina del mercoledì, quando tornai dal forense. Gli raccontai quello che stavo subendo ma la sua reazione non fu per niente positiva. Ritornai in cella dove tentai di “riposare”. Ma dopo poco, arrivò il “commissario”, mi fece uscire dalla cella e mi riportò nella “stanza più dura”. Mi spogliò di nuovo. Mi prese per i capelli, mi picchiò e mi urlò all’orecchio che era un militare addestrato per uccidere, aggiunse che avrebbe “distrutto tutto ciò che avevo dentro affinché io non potessi mai avere dei piccoli etarras (militanti di ETA, NdT)”.

Mi riportò in cella e, poi, di nuovo, dal forense (terza visita). Non gli dissi niente, vista la reazione dell’ultima visita in cui gli avevo parlato delle torture.

Durante gli interrogatori c’era sempre molta gente, una volta contai più di 7 voci differenti. Mi minacciavano costantemente sul mio compagno (mi dicevano che mi avrebbero fatto sentire come lo torturavano). Minacciavano di detenere anche mio fratello. Mi dicevano che non lo avrebbero preso solo ma con la mia famiglia, che avrebbero preso anche mia nonna “in mutande e che l’avrebbero scopata”.

Il penultimo giorno “il commissario” mi spogliò di nuovo. Mise una coperta a terra e disse che mi avrebbe violentata un’altra volta. Ebbi l’impressione che si stesse spogliando, lo sentii togliersi la cintura. A questo punto, quello che chiamano Garmendia cercò di tranquillizzarlo, lo fece uscire dalla stanza, li sentii parlare. Garmendia entrò di nuovo nella stanza e mi disse che gli aveva promesso che avrei parlato. L’ultimo giorno ebbi sei interrogatori. La seconda dichiarazione alla polizia la feci il sabato alle 5:40. Dopo questa non mi fecero più spogliare.
Dopo le dichiarazioni erano meno aggressivi e mi chiesero addirittura se volevo incontrare Iñigo (il compagno di Beatriz, arrestato nel corso della stessa operazione della Guardia Civil, NdT).

Le minacce non cessarono fino all’Audiencia Nacional, e, anche nel furgone che mi trasportava al tribunale, il “commissario”, che stava seduto al mio fianco, continuava a dirmi che avrei dovuto confermare la mia dichiarazione davanti al giudice.

Durante l’intero periodo di “incomunicación”, ad eccezione degli incontri con il forense, ebbi sempre gli occhi tappati con più maschere. Alcune erano di lattice e avevano una polverina che dicevano che se avessi aperto gli occhi mi avrebbe reso cieca. Io notavo che quando me la toglievano, per andare dal forense, mi bruciavano gli occhi per un po’. Quando stavo con il “commissario” mi mettevano un’altra maschera che era simile al velluto.

Durante la “incomunicación” stetti soprattutto con tre poliziotti, anche se durante gli interrogatori c’era sempre molta gente nella stanza. Da una parte, i due che si facevano chiamare il “commissario” e l’“ispettore”. C’era una sorte di competizione tra i due, per chi riusciva ad ottenere più informazioni. Dall’altro “Garmendia”, meno selvaggio, che però ugualmente mi minacciava e mi faceva pressioni affinché dichiarassi quello che mi dicevano.

In uno degli interrogatori il “commissario” mi chiese quale corpo militare (Guardia Civil, polizia spagnola o Ertzaintza) torturasse meglio. Ripeteva sempre che era un militare e che era addestrato per uccidere.

Davanti al giudice negai la dichiarazione rilasciata alla polizia e denunciai le torture.

Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

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