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Come diceva Archimede...

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Gli accordi di Ginevra e la posizione della maggioranza dirigente del PRC

(5 Febbraio 2004)

L’ambiguità del nostro partito rispetto alla questione palestinese diventa ogni giorno più insopportabile, mentre il dibattito ed il confronto promesso, anche su questa materia, viene costantemente eluso dal gruppo dirigente. L’analisi politica della situazione palestinese e il posizionamento del PRC rispetto ai possibili sbocchi sono andati di pari passo per un verso con il drammatico peggioramento della situazione in Palestina per l’altro con la precipitazione verso l’abbraccio mortale del partito con il centrosinistra. Questa concomitanza, se da una parte spiega le scelte di politica internazionale del gruppo dirigente, risulta incomprensibile rispetto alla necessaria mobilitazione che la drammaticità della contingenza richiederebbe.

Mentre il governo sionista del criminale Sharon senza tentennamenti porta avanti il programma di “soluzione finale” per la Palestina e tutto il popolo palestinese, assommando crimini a crimini, in Italia quello che dovrebbe essere il Partito Comunista impone un ulteriore freno alla giusta solidarietà verso la lotta di liberazione del popolo palestinese, alla mobilitazione, alla sensibilizzazione rinunciando finanche ad una corretta e doverosa controinformazione su quanto realmente accade in Palestina.

Il PRC in questi ultimi due anni ha sempre tentato di boicottare qualsiasi iniziativa significativa per la Palestina; ha tentato di emarginare tutti quei movimenti, quelle associazioni, quelle organizzazioni che hanno lavorato e lavorano per la Palestina e che non potevano essere controllate o addomesticate. Questa operazione non è comunque riuscita, prova ne sono i 40.000 compagni in piazza l’8 novembre scorso. Manifestazione spudoratamente boicottata dal partito, che non ha esitato a spaccare il suo maggiore organismo dirigente, in nome della strenua difesa della teoria della “spirale guerra terrorismo” e della svolta verso un pacifismo oltranzista. Manifestazione nata dalla sollecitazione delle ONG palestinesi che attraverso un appello chiamavano alla mobilitazione internazionale contro il “muro della vergogna” che si sta costruendo in Palestina.

Al di là comunque dell’atteggiamento ambiguo ed ipocrita sulla Palestina - atteggiamento purtroppo non solo di oggi - è sicuramente preoccupante l’entusiasmo che ha dimostrato il gruppo dirigente del nostro partito rispetto agli accordi di Ginevra del primo dicembre scorso. La segreteria nazionale si è acriticamente allineata al coro di consenso che si è levato da tutto lo schieramento di centrosinistra; cori di giubilo che hanno obiettivamente posto in secondo piano l’emergenza stringente che pone la costruzione del muro per la mera sopravvivenza del popolo palestinese all’interno dei territori e di Gaza. Se questo atteggiamento è comprensibile da parte di forze sociali e politiche che rispetto al problema palestinese si sono da sempre poste su un terreno di equidistanza - nei fatti di complicità e contiguità con i governi israeliani (vedi i DS) - diventa grave e indecifrabile l’appiattimento del PRC su queste posizioni se non interpretato funzionalmente ad altri disegni politici.

Il sostegno che il nostro partito ha dimostrato agli accordi di Ginevra non si è infatti minimamente distinto. Il partito non ha aderito alla manifestazione dell’8 novembre contro il muro ma risultava tra i promotori dell’iniziativa di pochi giorni fa al Panteon, iniziativa che si è concretizzata nella presenza di qualche decina di burocrati di partito e poche altre partecipazioni.

Riteniamo che l’accordo di Ginevra, di cui peraltro non si conoscono appieno i dettagli ed in particolare il famoso allegato che viene menzionato ma che nessuno ha ancora visto, vada respinto totalmente perché nei fatti rappresenta un grave arretramento rispetto alle legittime rivendicazioni del popolo palestinese.

In primo luogo viene negato il “Diritto al Ritorno” per i profughi palestinesi, che nel documento non viene neanche menzionato mentre al suo posto compare il termine “scelta di un luogo di residenza permanente”. Si offrono ai rifugiati tre opzioni possibili: lo Stato di Palestina, le zone di Israele che saranno trasferite alla Palestina nell’ambito dello scambio di territori, paesi terzi. Rispetto all’ultima opzione si intendono i paesi di attuale accoglienza ed anche Israele, secondo quote concordate ed accettate dai paesi stessi. Quindi Israele viene equiparato a tutti gli altri paesi disposti ad accettare quote di palestinesi profughi. Questa affermazione implica la rimozione di qualsiasi responsabilità di Israele di fronte alla storia rispetto alla pulizia etnica perpetrata ai danni del popolo palestinese dal 1948 ad oggi. Tali opzioni saranno praticabili per i rifugiati palestinesi all’interno di un periodo limitato (5 anni) pervenendo all’assurdo che per coloro che rifiutando gli accordi non esercitassero alcuna scelta si prospetterebbe una vita da apolide senza Stato e senza Status.

Come già accennato, rispetto a questioni di primaria importanza, si rimanda ad un fantomatico allegato di cui nessuno ha potuto verificarne la sostanza. Nel merito, per quanto riguarda i tempi e i modi di evacuazione dei coloni dagli insediamenti interni a quello che dovrà essere lo Stato di Palestina, le aree da cui dovranno ritirarsi gli israeliani, i confini e le modalità di controllo degli stessi, si parla di una presenza militare all’interno della Valle del Giordano i cui particolari sono descritti nel famoso allegato, e sempre all’allegato si rimanda per la definizione “delle due postazioni di vigilanza al nord ed in Cisgiordania” (postazioni militari naturalmente israeliane). L’unica cosa che si evince con chiarezza dall’accordo è che la Palestina sarà uno Stato totalmente smilitarizzato mentre Israele manterrà una consistente presenza armata sul suo territorio.

Per quanto riguarda infine il controllo delle risorse idriche, di vitale importanza per tutto il territorio, nell’accordo si riporta la semplice dizione “da definire”.

Ma aldilà delle considerazioni fin qui fatte circa il documento, tutte talmente gravi da rendere inconsistente nei fatti l’operazione a cominciare dalla negazione del “diritto al ritorno” per gli oltre 4 milioni di profughi, quello che dovrebbe rendere inaccettabile per il nostro partito il documento, qualunque siano i contenuti, è quanto esplicitato nel preambolo.

Preambolo che testualmente riporta il “…riconoscimento del diritto del popolo Ebreo ad uno stato…”: viene quindi riconosciuta la legittimità di uno stato fondato su basi etnico-religiose, un popolo ed uno stato le cui basi fondative sono solo ed unicamente la comune religione. Assunto dal quale si sviluppa, dalla seconda metà del ‘800, la teoria sionista, inaccettabile da qualsiasi punto di vista proprio perché fondata su un principio che porta sistematicamente verso degenerazioni profondamente razziste. Le suggestioni “socialisteggianti” che nella storia dello stato di Israele sono state utilizzate e sono utilizzate anche da certa “sinistra” italiana come crediti verso la legittimazione del sionismo - si pensi all’esperienza dei Kibbutz - altro non sono che folli degenerazioni. Il socialismo per un popolo solo (per gli “eletti” di religione ebraica forme di socializzazione, per gli “altri” razzismo, emarginazione sociale ed economica fino alla definizione, per regola statutaria, di cittadini di serie “B”). Si veda inequivocabilmente il trattamento riservato al milione e mezzo di cittadini arabi dello stato di Israele come ai circa 500.000 lavoratori immigrati non di religione ebraica che si continua ad ignorare rispetto a qualsiasi forma di tutela sociale.

La teoria di “uno stato per il popolo ebreo” e le sue degenerazioni razziste sono utili a comprendere anche l’ossessione demografica che percorre tutta la storia di Israele e che è alla base di tutte le operazioni di pulizia etnica di cui quello stato e tutti i governi che si sono succeduti a partire dal governo di Ben Gurion si sono macchiati. La base fondativa etnico-religiosa di Israele, presuppone uno Stato il più etnicamente puro e quindi la necessità di definire una “soglia di tolleranza” per gli “altri”. Da qui la necessità di spingere masse di ebrei verso Israele, di cui le immigrazioni dai paesi dell’Est e dall’Africa sono un chiaro esempio, e i tentativi di imporre attraverso le persecuzioni quotidiane l’esodo ai cittadini arabi. Operazione portata avanti sistematicamente non solo dentro i confini del ‘67 ma rispetto a tutta la Palestina storica.

Ultima ma non ultima riflessione in merito all’accordo: ritengo sia necessario sfatare il mito, accreditato anche dai dirigenti nazionali del Prc, che l’accordo rappresenti la sintesi delle pulsioni di parte della società civile Israelo-palestinese – un accordo nato dal basso – come se questo possa rappresentare un titolo di credito al di là del merito. Peraltro non è neanche vero: i due capi delegazione Rabbo per la parte palestinese e Belin per la parte israeliana, sono entrambi ex ministri, ceto politico fortemente screditato e da anni ai margini della vita politica, come tutti coloro che seguono minimamente la situazione mediorientale sanno. Infine, per quanto riguarda la parte palestinese, le palesi contestazioni che tutti abbiamo potuto vedere alla partenza della delegazione per Ginevra dimostrano il livello di popolarità di questi personaggi tra la popolazione.

Chiediamo infine al segretario come al responsabile esteri del partito, Gennaro Migliore, quali sono i nostri interlocutori palestinesi, con chi confrontiamo, in Palestina, le nostre convinzioni in merito al destino della Palestina stessa. C’è la consapevolezza tra il gruppo dirigente che nessuna voce realmente autorevole di parte palestinese si è levata in favore dell’accordo di Ginevra? Non un intellettuale, non una organizzazione politica laica o islamica, non l’Autorità Palestinese che non ha avuto il coraggio di sottoscrivere l’accordo. Nessun palestinese dentro o fuori i territori potrà mai sottoscrivere un accordo che nega il Diritto al Ritorno. Nessuno tranne quella parte minoritaria di borghesia palestinese che vede sempre più minati i propri interessi personali, e non vede l’ora di poter ricominciare in piena tranquillità i traffici economici e commerciali (leciti ed anche illeciti) con Israele ed il resto del mondo ed ha per questo bisogno di una pacificazione, quale che sia e a qualsiasi costo. Sono forse questi i nostri interlocutori?

Letizia Mancusi (Cpn del Prc)

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