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Il referendum fa paura: dopo quello sul nucleare, il governo vuole bloccare i quesiti sull'acqua. La torta da spartire fa gola

(22 Aprile 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

Il referendum fa paura: dopo quello sul nucleare, il governo vuole bloccare i quesiti sull'acqua. La torta da spartire fa gola

foto: www.radiocittaperta.it

22-04-2011/12:26 --- L'appuntamento referendario del 12 e 13 giugno fa paura. Il Governo, dopo il tentativo di bloccare il quesito sul nucleare ha mostrato l'intenzione di voler evitare la consultazione anche sui due quesiti per l'acqua pubblica. Un business troppo conveninete per essere intaccato dalla volontà dei cittadini. Sull'acqua infatti c'è una partita miliardaria che le società private che gestiscono il servizio idrico non vogliono perdere, tant'è che nei giorni scorsi la Federutility, l'associazione di categoria che riunisce le società che gestiscono la rete, aveva chiesto al governo un intervento legislativo preventivo per bloccare i due referendum sull'acqua.
Richiesta ben accolta dal ministro per lo sviluppo economico Romani che a promesso un approfondimento legislativo ad hoc. Come ha dichiarato Andrea Palladino de 'il Manifesto' ai microfoni di Radio Città Aperta: “lo scippo del voto, rimaneva l'ultima arma da usare per difendere i capitali speculativi pronti a conquistare l'acqua italiana”.
E la posta in gioco è chiara: “proprio martedì scorso l'assemblea dei soci di Acea Ato 2 spa annunciava l'utile record di 58,9 milioni di euro per il solo 2010. Una cifra che colpisce – prosegue Palladino - visto che lo scorso anno decine di comuni del Lazio serviti da Acea si sono trovati a far fronte all'emergenza arsenico. La Provincia di Roma, che rappresenta la quota minoritaria dei comuni serviti, aveva proposto di destinare metà dei dividendi agli interventi urgenti sulle reti idriche ma la risposta dei principali soci (Comune di Roma, Caltagirone e Suez) è stata netta: i profitti non si toccano”.
Una riforma della rete idrica è tuttavia necessaria. A dimostrarlo sono i dati del Censis di fine 2010, secondo cui gli acquedotti italiani perdono per strada 47 litri ogni cento trasportati, con un forte danno economico. I picchi di spreco sono altissimi: a Bari per esempio, bisogna mettere in rete 206 litri di acqua per farne uscire 100 dai rubinetti, a Palermo 188, in un contesto eruopeo in cui la media dell'acqua persa è di 13 litri. Un primo tentativo fallito è stato quello del '94 con la legge Galli che introdusse la gestione industriale delle risorse idriche togliendola ai Comuni.
Abrogando quella legge, come vorrebbero i movimenti referendari per l'acqua pubblica, si bloccherebbe di fatto l'introduzione di fondi speculativi nella gestione degli acquedotti. Dunque il tentativo del Governo di bloccare i quesiti referendari sull'acqua, dietro le spinte delle società private, è comprensibile, essendo la gestione del servizio idrico un vero e proprio business. Sarebbe proprio il mercato delle bollette già aumentato del 65% negli utlimi otto anni, ad arrivare alle stelle.
Ma il boccone più ghiotto sono quei 64 miliardi di interventi necessari per la ristrutturazione dei servizi che solo per il 14%, stima il Censis, arriveranno da fondi pubblici. Il resto sarà pescato dalle bollette, con un aumento nei prossimi dieci anni che le stesse aziende del settore idrico, attraverso il centro studi Utilitatis, stimano in un +18%.

Marina D'Ecclesiis, Radio Città Aperta

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