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Osservare le foto della Nakba mette ancor’oggi tristezza. La stessa di altre peregrinazioni forzate di famiglie disperse da guerre e fame. Sono l’altra faccia di quello che Israele racconta: un abbandono volontario di terre e case da parte di un popolo. Quell’evento, che i palestinesi definiscono catastrofico, fu tutt’altro che spontaneo. Seguiva il progetto di pulizia etnica (il piano Dalet) che il sionismo di Ben Gurion aveva programmato sin dagli anni Trenta e che storici come Walid Khalidi e più di recente Ilan Pappe hanno meticolosamente ricostruito. Ciò che maggiormente rappresenta un insulto per l’essenza di un popolo perseguitato come fu quello ebraico è l’ossessivo mascheramento del disegno di invasione degli spazi, di distruzione della vita e delle radici palestinesi proprio mentre si rivendica il diritto all’esistenza e alla memoria della propria gente. Un comportamento su cui si dibatte da anni, ma forse non ancora abbastanza, se non si ricorda come quello Stato di Israele che fa vanto della sua democrazia prese vita dalla soppressione della vita altrui coi massacri (Deir Yassin, Tantura) e la cancellazione di villaggi (oltre cinquecento). Quanto è iniziato alla fine degli anni Trenta con le azioni terroristiche dell’Irgun e poi dell’Haganà rivolte contro i civili arabi ha continuità con le stragi dei nostri tempi definite “Piombo fuso” o col tiro al dimostrante che domenica che ha riversato nuovo sangue sui confini siriano e libanese e nuovamente a Gaza e in Cisgiordania.

Eppure tutti i passi trascorsi dell’irrisolta questione palestinese non riescono a celare il dramma d’un popolo esiliato, mortificato, perseguitato da un altro popolo che ha costruito la sua nazione sulla spinta dello sdegno prodotto dall’immane orrore per la Shoa. E che al tempo stesso ha elevato il proprio dolore a giustificazione suprema del suo operato qualunque esso sia, anche il più disumano possibile. Così negli anni e nei decenni successivi lo scempio si è ingigantito, la crudeltà è diventata politica reale che tutto ammette e nell’ipocrisia più degenere armonizza la beffa e il danno. Non siamo qui a discutere sulla componente patologica, se ne esiste una, di questa linea che ha riunito in un fare omogeneo ogni governo d’Israele di qualsiasi colore. Guardiamo gli effetti d’un realismo politico che continua a perseguire la guerra chiamandola sicurezza e la frode definendola accordo. Col tempo parecchi errori ha compiuto la stessa leadership palestinese, sia fra le sue componenti settarie o corrotte, sia nella più ampia famiglia araba in tante occasioni matrigna verso i fratelli. Ma ciò che ha vanificato qualsiasi futuro dignitoso per gli abitanti di quella terra che non si vuole più chiamare Palestina è il perpetuato disegno messo puntualmente in atto da ciascun politico di Tel Aviv. Questo ha creato l’immenso puzzle dell’illegalità legalizzata contro cui la Comunità Internazionale lancia solo impotenti proclami.

Pensiamo all’occupazione civile che ha seguìto quella militare della Guerra dei sei giorni. L’occupazione coloniale, ben peggiore di quella del collettivismo kibbutzino ch’era motivato socialmente. Proprio la “conquista delle colline” con la costruzione sistematica d’insediamenti è diventata l’arma per eccellenza di una riconquista dei territori, occupati militarmente e poi “ceduti” a un surrogato di Stato palestinese cui si limita in ogni modo l’autodeterminazione. E’ con l’edilizia civile che le cosiddette “ascensioni” operate dal partito religioso di Gush Emunim presero piede, diventando poi politica ufficiale coi primi Esecutivi del Likud fino al primo e secondo governo Netanyahu. Oggi in Cisgiordania vivono 400.000 coloni. Gli insediamenti tagliano la continuità dei luoghi palestinesi come e peggio dell’aggressività del Muro, i campi, i frutteti diventano inaccessibili ai contadini e dalla seconda Intifada diventano, dopo tre anni di non coltivazione, “terra statale” che Israele incamera. Si possono raccontare mille piccoli o giganteschi inganni con cui anche la Corte di Giustizia avalla la real-politik dello scippo perpetuo. Sino a definire “umanitarie” i terminal, le barriere, i check-point dove i bambini palestinesi imparano presto cosa siano esclusione, vessazione, violenza. E’ questo stato dell’apartheid con cui Israele crede di consolidare il proprio Stato - assediando se stesso e i suoi figli cui chiede di sparare nel mucchio, come s’è visto nell’ennesima Domenica del Sangue - che deve chiudere il suo ciclo di morte.

16 maggio 2011

Enrico Campofreda

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