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"I morti della Marlane meritano giustizia come quelli della Thyssen"

(7 Giugno 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

"I morti della Marlane meritano giustizia come quelli della Thyssen"

foto: www.radiocittaperta.it

06-06-2011/19:30 --- Gli ottanta operai dell'ex Marlane-Marzotto di Praia a Mare morti negli ultimi anni per tumore ed altre malattie degenerative sono stati ''uccisi come i lavoratori della Tyssen Krupp di Torino'' e per questo ai 13 imputati nel processo in corso a Paola (in provincia di Cosenza) deve essere contestato il reato di omicidio volontario con dolo eventuale.

A chiederlo sono i familiari delle vittime e le associazioni che si sono costituite parte civile nel procedimento, rivendicando per i responsabili della morte dei loro cari lo stesso trattamento inflitto dai giudici di Torino ai manager della multinazionale tedesca riconosciuti colpevoli della morte degli operai uccisi nel rogo.

Nel processo in corso sulla Marlane sono imputati, tra gli altri, funzionari e dirigenti dell'azienda tessile ai quali attualmente sono contestati i reati di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ambientale. I legali di parte civile hanno però presentato un'istanza alla Procura di Paola ed alla Procura Generale di Catanzaro attraverso la quale chiedono di modificare il capo d'imputazione e di spostare la competenza del processo dal tribunale alla Corte d'assise.

A difendere gli imputati, in questi anni, un pool di avvocati che sono anche esponenti politici: tra questi gli avvocati Nicolò Ghedini (parlamentare PDL), Guido Calvi (parlamentare PD) e Giuliano Pisapia (appena eletto sindaco di Milano per il centrosinistra).

I familiari degli operai morti sono invece assistiti da un gruppo di legali, capeggiato dall'avvocato Lucio Conte, che per diverso tempo hanno analizzato gli atti dell'indagine e le consulenze disposte dalla Procura di Paola. Dagli atti emergono una serie di elementi secondo i quali i dirigenti della Marzotto sin ''dal 1970 - come dichiara l'avvocato Conte - sapevano che l'uso senza precauzioni di alcune sostanze tossiche avrebbe provocato tumori. Emerge quindi un comportamento doloso e per questo motivo abbiamo chiesto che venga contestato il reato di omicidio volontario''. Dalle numerose consulenze tecniche disposte dalla Procura emerge inoltre che esisteva la ''consapevolezza, da parte dell'azienda, del rischio di morte degli operai''. Aggiungono i legali di parte civile: gli operai di Praia a Mare sono ''stati uccisi come quelli dello stabilimento della Thyssen Krupp di Torino. E visto che la situazione è praticamente identica allora è bene che anche nel processo in corso a Paola ci sia la stessa linea giuridica adottata a Torino''. Gli avvocati rivolgono anche un'esortazione alla Procura di Paola: è ora, dicono, di ''aprire gli occhi perché in passato ci sono state enormi responsabilità da parte di chi doveva vigilare su questa vicenda''.

Dalle numerose testimonianze di ex operai emerge inoltre un quadro agghiacciante delle condizioni di lavoro nell'ex stabilimento di Praia a Mare. ''Gli operai - racconta ancora l'avv. Conte - lavoravano senza alcun tipo di protezione e non sono mai stati sottoposti a visita medica. Dal reparto tintoria si propagavano sostanze tossiche e cancerogene e l'unica difesa concessa agli operai era un busta di latte per disintossicarsi. Dai fusti dei colori utilizzati nella tintoria venivano staccate le etichette per non far conoscere i prodotti utilizzati e le controindicazioni''. Ammine aromatiche, altamente cancerogene, venivano sprigionate dai coloranti azoici usati senza nessuna protezione o cautela, mentre polveri d’amianto venivano sparse dai sistemi frenanti dei macchinari.

Tutto continuò così fino all’87 quando lo stabilimento venne acquisito dalla Marzotto di Valdagno, che negli anni ’90 decise l'introduzione delle vasche a chiusura, dove i coloranti potevano bollire senza spargere veleni ovunque. Nel ’96, poi, la tintoria - che gli operai chiamavano già il 'reparto della morte' - fu chiusa per sempre. Ma per tanti lavoratori era ormai troppo tardi: una cinquantina di morti a causa di patologie tumorali, altrettanti ammalatisi di patologie causate dall'esposizione a sostanze tossiche. Ora i malati e i loro parenti pretendono giustizia, e non si accontentano di capi d'accusa poco più che simbolici. Vedremo nella prossima udienza del 24 giugno se almeno una parte delle loro richieste verranno soddisfatte. Sul procedimento incombe la prescrizione imposta dalle normative del governo sul processo breve che evidentemente non mirano solo a salvare il premier e i suoi compari.

Tra i gruppi che si sono costituiti parte civile c'è anche il sindacato di base Slai Cobas che denuncia: “se l’azienda ha potuto violare reiteratamente, sistematicamente e per decenni ogni norma di legge a tutela della vita dei lavoratori nonché dell’ambiente, ciò è potuto avvenire solo in conseguenza di una strutturale e fattiva complicità trasversale dell’intero quadro politico istituzionale e sindacale che, nonostante qualche centinaio di operai morti per cancro, in questi decenni ha remato contro e tentato di insabbiare la strage".

Marco Santopadre, Radio Città Aperta

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