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(21 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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"Jail job"

Oltre i co.co.co: le nuove frontiere dello sfruttamento

(5 Marzo 2004)

Il lavoro interinale e' una cosa bellissima, se fai il cococo' sei un ragazzo felice, piantiamola di cercare il pelo nell'uovo e basta con queste accuse assurde di "precarieta'".

Non e' Tremonti a dirlo e neppure D'Alema: e' proprio quel che penso io e credo che nel giro d'un paio d'anni lo penserai anche tu. Qua nella vecchia Europa facciamo ancora gli schizzinosi: in America invece hanno superato da un pezzo lo stadio del lavoro temporaneo e stanno gia' applicando su larga scala i "nuovi" contratti a tempo lungo: minimo tre anni, ma puoi arrivare anche a venti.

L'unico particolare e' che, per ottenere un contratto del genere, devi stare in galera.

Gia', perche' il lavoro dei carcerati ("jail job") e' il nuovo trend negli Stati Uniti: e' stato gia' adottato da dieci Stati su cinquanta e, dove lo e' stato, va dando ottimi risultati. Il che e' logico, tenuto conto che la popolazione carceraria globale in quel Paese e' vicina ai due milioni d'individui e che, tolti i vecchi, le donne, i white collars, i militari e i bambini, non si capisce dove le aziende dovrebbero andare a cercare i lavoratori di cui hanno bisogno, se non nei penitenziari. I quali ultimi, in buona parte gia' privatizzati, costituiscono gia' di per se' un bel giro d'affari.

Qualche anno fa desto' sensazione (s'era all'inizio della new economy) l'outsourcing spinto di parecchie multinazionali che cominciarono a spostare non solo gli stabilimenti industriali ma anche gli uffici amministrativi, i call-center ecc. in paesi in cui la manodopera anche impiegatizia costava meno.

La prima a spostare gli uffici prenotazione a Delhi fu la Swissair (poi fallita); quanto ai call-center, a un certo punto divento' uso abbastanza comune quello di trasferirli aumma aumma in India, non senza pero' aver sottoposto le ragazze ad accurati corsi di dizione (dovevano parlare non solo in inglese, ma anche con uno specifico accento West Coast o New England, secondo i casi) e ordinar loro di presentarsi ai tele-clienti con nomi anglosassoni e false localita' di chiamata.

Adesso cominciano a spuntare i primi call-center fisicamente ubicati non a Bangalore o a Delhi ma nel cuore dell'Oregon, dentro un penitenziario statale.
I clienti, naturalmente, non lo sanno (come non sapevano che Nancy o Paulette in realta' chiamavano da Bangalore): risponde una cortese voce da funzionario, da' le informazione richieste, rimane educatamente in attesa, e quando non hai piu' niente da chiedergli, prima di riattaccare, ti saluta.
Rispetto ai call-center normali (che gia' costano un quarto dei lavoratori di prima) il cococo' carcerario costa un niente: Insides Oregon, societa' di lavoro "da dentro", ai suoi dipendenti fattura a partire da 0,15 dollari l'ora; e non c'e' sindacato.

Non c'e' il minimo dubbio che questa bellissima riforma prima o poi sbarchera', come le rimanenti, anche in Italia. Verranno istituiti i Cococa' (Contratti di Collaborazione Carceraria) rispetto ai quali i vecchi Cococo' sembreranno dei privilegiati, con la fortuna di poter essere in qualunque momento rispediti con un calcio nel sedere in mezzo alla strada. Mentre i poveri Cococa', per riveder la strada, dovranno aspettare il fine-contratto, cioe' il fine-pena.

riccardo orioles (tanto per abbaiare - 1 marzo 2004 n. 220)

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