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Il referendum su acqua e servizi pubblici locali visto da Roma

(16 Giugno 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

Il referendum su acqua e servizi pubblici locali visto da Roma

foto: www.radiocittaperta.it

La vittoria del Sì ai referendum del 12 e 13 giugno è un giudizio tombale su ogni decisione di privatizzare i servizi pubblici locali. La sconfitta è clamorosa per il Governo Berlusconi e per gli amministratori delle varie città che hanno puntato in questi anni a vendere se possibile l’intero patrimonio pubblico.
Ma a Roma viene assumendo un significato molto particolare.
Giunte locali di centrodestra e centrosinistra hanno avuto l’identico comportamento nel chiudere ogni prospettiva alla gestione pubblica delle aziende cittadine. I problemi di bilancio cittadino sono stati la chiave di volta per giustificare scelte che oggi si dimostrano impopolari.
Accecati dagli interessi personali nonché dall’ideologia del libero mercato e dalla servitù all’Unione Europea, gli amministratori susseguitisi in questi anni, hanno pensato bene di non fare opposizione a leggi e normative dettate dagli assertori del libero mercato.
La tattica usata è stata quella di far peggiorare le cose, facendo mancare del tutto gli investimenti statali o rendendoli inadeguati così che la conseguente rilevazione sull’inefficienza dei servizi consentisse di chiamare in aiuto capitali privati o multinazionali; affidando le aziende a dirigenze incapaci e anche corrotte che hanno privilegiato il clientelismo negli affari con i privati.
Le aziende pubbliche sono state prima privatizzate giuridicamente, sottoponendole al diritto privato con la trasformazione in Società per azioni e non cambia il fatto che a detenere l’intero capitale sia l’amministrazione locale.
La privatizzazione si è poi altrettanto concretizzata con la partecipazione azionaria di soci privati. L’obiettivo finale ovviamente è quello del controllo dominante dei privati ed è questo che i referendum hanno fatto saltare. Per i promotori il voto referendario raggiungerà l’obiettivo però se le aziende tornano sotto il diritto pubblico, e qui il punto vero di svolta perché già si addensano nuvole e problemi concreti derivanti dalle varie normative vigenti e le questioni tecnico-giuridiche che entrano in gioco.
La Giunta Alemanno ha incentrato la politica capitolina sulla governance economica del Campidoglio attraverso le dismissioni di varie aziende e tagli ai servizi e al personale benché mascherati, ma soprattutto la creazione di una Holding delle società capitoline che apre il vaso di pandora degli affari pubblici ai privati. I comitati che hanno vinto i referendum hanno sconfitto Alemanno che non si dimetterà di certo per questo. La presa d’atto del voto non può tradursi in un’inversione totale di rotta che significherebbe una Caporetto. Ma il fallimento è certificato e dunque il problema è quello di dare corso al giudizio dei romani che sono andati alle urne ed hanno stravinto e con una delle più ampie partecipazioni.
Ai referendum ha votato per il Sì anche una parte del ceto medio che sta cadendo nella scala sociale, senza capire dove questa corsa possa arrestarsi, in termini di condizioni di vita preoccupata di servizi pubblici gestiti per far profitto pagati con aumenti delle tariffe.
Lo smottamento sociale ed economico di una parte rilevante dei cittadini di Roma ha influito sul voto ed è quello che stanno intercettando da mesi in modo crescente i Movimenti contro la crisi, l’Usb e Roma Bene Comune con due scioperi metropolitani e numerose iniziative di lotta contro la politica capitolina, contro condizioni di vita sempre più dominate dalla precarietà non solo più dei giovani, dalla disoccupazione, dal lavoro nero, dai licenziamenti, dell’erosione dei redditi da lavoro e da pensione, dalla penuria di soluzioni abitative accessibili, dallo sfruttamento dell’ambiente.
Questa composita esperienza si colloca in una fase nuova che la crisi internazionale ha prodotto ma il suo fatto distintivo è quello di essere un movimento con proposte radicali e inconciliabili con le mediazioni politiciste e dotato di un’autonomia dai partiti dominanti dell’arco costituzionale nazionale e centrale.
Un’autonomia che contraddistingueva del comitato contro la crisi che possiamo ritrovare in quella che portò ai referendum cittadini svoltisi nel 1997.
Roma ha già visto nel 1997 un referendum contro la privatizzazione di aziende pubbliche nel caso si trattava di Acea e Centrale del Latte. Quel referendum era a carattere locale vinse il No (51%) che esprimeva il voto a favore della privatizzazione, ma il Sì (49%) perse per un’incollatura per poche migliaia di voti divisero i due schieramenti.
La Giunta capitolina (sostenuta da Pds, Verdi, P.P) con Rutelli sindaco di Roma decise per la vendita di centrale del latte e dell’Acea. Lo stesso Rutelli appena noto l’esito di quel referendum dichiarò che era la giusta “Sconfitta politica per chi ha scelto la faziosità' e la demagogia (Corriere della Sera 17 giugno ’97) ".
Oggi l’ex primo cittadino romano cambia casacca e cavalca la vittoria del voto sull’acqua e sul nucleare.

In queste settimane la Centrale del latte è tornata come una patata bollente in mano al Comune di Roma dopo che venne regalata per diversi miliardi in misura inferiore al suo reale valore a Cagnotti travolto da illeciti economici, che la rigirò alla Parmalat di Tanzi condannato dai giudici come sappiamo. Il centro-sinistra dunque è facile a far fare affari ai privati e quando è al governo a dare corso alle liberalizzazioni.
Il risultato di questo appuntamento dimostrò già allora, in una fase non certo favorevole alla difesa dei beni pubblici, che il progetto delle privatizzazioni era avversato dai settori popolari. Il comitato promotore (composto soprattutto allora come oggi da strutture di base: Rdb ora Usb, l’Unione popolare, i Cobas, parti dei Verdi, il Prc, Codacons e comitati vari quartiere) mancò soprattutto l’impegno vero di un’ancora forte Prc dominato dai bertinottiani che preferì la strada dimostratasi fallimentare del centrosinistra, “incappò”nella dimenticanza del giornale il Manifesto e nella disattenzione dei centri sociali.
Pagò l’avversa campagna della Repubblica di Scalfari e altri giornali che indebolì il fronte della lotta contro la svendita di Acea e Centrale del Latte.
Oggi Bersani, Rutelli, e tanti altri sono contro le privatizzazioni. Il partito-quotidiano Repubblica canta vittoria per l’esito del voto di giugno.
Possono questi personaggi e quotidiani come quello citato essere credibili quando festeggiano contro le privatizzazioni? La classe politica che allora sosteneva a spada tratta le liberalizzazioni è sempre lì, sono bene o male sempre gli stessi, la radice dell’albero è sempre la stessa, e considerano decisivo dare spazio ai privati nelle attività pubbliche se hanno la fortuna di essere chiamati al Governo.
Nel 1997 la città si divise tra settori popolari operai e impiegati e pensionati che rifiutavano la vendita delle aziende pubbliche e i settori agiati e borghesi. Assistemmo ad una divisione tra classi.
Quell’esperienza segnalò come il perseguimento di un coerente percorso politico e di lotta in difesa delle condizioni di vita popolari non era impossibile e che il problema vero non era semplicemente l’arretramento dei settori sociali, ma la mancanza di una riconoscibile rappresentanza partitica degli interessi collettivi.
Oggi le cose sono strutturalmente diverse, a fronte di una borghesia in crisi, c’è un blocco sociale da ricostruire e qualcosa sta già succedendo, i referendum a Roma ce lo hanno confermato ed è quello che pensano i vari componenti della coalizione Roma Bene Comune.

Vincenzo Bellini - Contropiano

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