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L'Italia tripudia la guerra

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(5 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Per uno spezzone anticapitalista nel corteo del 20 marzo 2004

Una sorta di rendiconto e un rilancio

(6 Marzo 2004)

Dopo l'appello degli americani alla manifestazione mondiale del 20 marzo, balzò subito in evidenza che molte forze pacifiste italiane, legate direttamente o indirettamente all'Ulivo, erano orientate a farlo cadere nel vuoto. Del resto, proprio in Italia si era registrata la paralisi di qualsiasi iniziativa contro l'occupazione militare dell'Irak, paralisi alla quale non poco avevano deliberatamente contribuito le predette forze, trincerandosi dietro l'enfatizzazione delle difficoltà del “movimento” (smentite da altre manifestazioni tenutesi nel resto del mondo).

L'orientamento alla passività era emerso a Parigi, allorché venne ripreso l'appello americano, rifiutato in buona sostanza dal "tavolo per la pace" e dintorni.

L'appello mondiale di Mumbai ha però fatto definitiva chiarezza. Non potendo più opporre una passiva resistenza, i nostri pacifisti istituzionali si sono messi al lavoro per renderlo i1 più possibile innocuo. Va bene il ritiro delle truppe, ma deve essere aggiunta la condanna del terrorismo (cioè della resistenza) e la richiesta dell'intervento dell'Onu (cioè il ritiro delle truppe non può essere immediato). Questa posizione non è stata smussata neanche a seguito della difficile mediazione fatta dal "social forum" all'assemblea nazionale di Bologna, messa in discussione esplicitamente dal cartello Cisl-Acli-Tavolo della pace, dalla Cgil quasi esplicitamente e da RC implicitamente.

Il primo cartello ha denunciato senza mezzi termini il fatto che la manifestazione del 20 marzo non vede come centrale il ruolo dell'Onu e indulge, sia pure genericamente, in un riferimento alla resistenza irakena: quindi, questo cartello sfilerà con una propria e separata identità.

La Cgil ha pubblicato un documento di netta condanna di ogni violenza. RC, pur chiedendo il ritiro delle truppe, intrattiene rapporti fraterni con un sedicente “partito comunista irakeno”, che a tale ritiro si oppone, e sta tenendo assemblee al cui centro è posto il ruolo che l`Onu dovrebbe avere in sostituzione dell'occupazione americana.

Occorre però aggiungere che tutte le forze sopra indicate stanno subendo acute lacerazioni, che rendono difficile la tenuta delle loro posizioni. La posizione di RC, per dirne una, è espressa solo da una risicata e sempre più imbarazzata maggioranza.

In tale quadro, ci è sembrato sbagliato e suicida per le forze anticapitaliste partecipare alla manifestazione del 20 marzo con le stesse modalità del 15 febbraio 2003. Il 20 marzo non avremo solo una grande massa di uomini e donne spinti solo dal proprio rifiuto della guerra e dell'occupazione dell'Iraq, ma specifiche e ben visibili forze politiche che cercheranno di surdeterminarne la mobilitazione in senso contrario agli appelli del movimento mondiale. Per dialogare da sinistra con questa marea umana sarà perciò necessario organizzarsi per far valere lo spirito di Mumbai.

A tal fine, abbiamo partecipato ad un primo incontro informale, il 21 febbraio, con i Cobas, le RDB, Progetto Comunista, insieme ad altre realtà locali (collettivi e centri sociali), per concordare una partecipazione unitaria anticapitalista al corteo del 20 marzo che si terrà a Roma. I partecipanti alla riunione si sono tutti trovati d'accordo sulla necessità di dialogare con detto corteo proponendo in modo visibile e organizzato alcuni fondamentali punti politicamente qualificanti, quali

- la denuncia dell'occupazione coloniale dell'Irak da parte degli Usa e dei loro alleati, compresa l'Italia;

- il ritiro immediato delle truppe di occupazione senza se e senza ma, da pretendere in forza di una strenua battaglia di demistificazione di tutte le posizioni a sostegno del rilancio del ruolo del Onu, dietro cui si nasconde non solo un disprezzo razzistico nei confronti della popolazione irakena, ma anche l'esigenza di dare ingresso ad un'occupazione a maggior partecipazione europea, nonché la falsificante pretesa di legittimare l'Onu stessa quale effettivo organo super partes ed autonomamente deliberante sul piano del diritto internazionale sino ad oggi calpestato dalla guerra permanente preventiva, scatenata unilateralmente su scala planetaria dall'amministrazione Bush;

- la piena legittimità della resistenza irakena, così come di qualsiasi popolo militarmente soggiogato da potenze straniere, a qualsiasi forma di resistenza, contro le pretese sanzionatorie in salsa ultrapacifista, che ulivisti e rifondaroli vanno sbandierando per riproporre l'occupazione militare "ma umanitaria", sotto la foglia di fico dell'egida Onu;

- l'assoluta autodeterminazione dell'Irak;

- l'intrinseco quanto indispensabile raccordo della lotta contro la guerra con la lotta sul fronte interno, articolata sul crinale dello scontro di classe.

Certo non sottovalutiamo il rischio che uno spezzone di corteo possa esporsi a più o meno pretestuose ed interessate accuse di settarismo minoritaritaristico da parte delle componenti filouliviste del "movimento" (eventualità che non a caso ha fatto sorgere alcune perplessità all'interno stesso dei partecipanti alla riunione del 21 febbraio), ma riteniamo che le questioni poste all'ordine del giorno impongano la rottura di un unanimismo che, a questo punto, tenderebbe oggetttivamente ad essere strumentalizzabile come utile copertura per squallide manovre di promotion filoistituzionalistica. Ed è per questo, che pur nell'"eterogeneità" delle diverse soggettività promotrici dell'"Appello per lo spezzone anticapitalista", confermiamo la necessità di portare avanti l'obiettivo posto nella riunione del 21 febbraio:

lo spezzone di corteo che noi proponiamo (e non solo noi) non si pone il compito velleitario, in questa fase, di fusioni organizzative e/o di accordi totalizzanti. Esso va verificato solo sulla condivisione dei punti sopra accennati o di altri che non siano in contraddizione con essi. Opporre a questo accordo, che ci è sembrato indubitabile il 21 febbraio, ogni altra differenza, per quanto sia presentato come esigenza di maggiore chiarezza, può portare solo a due conclusioni: o lo scioglimento critico dietro posizioni non condivisibili e in contrasto con quanto espresso dagli appelli provenienti dagli Usa e da Mumbai, o una rassegnata passività.

Queste conclusioni possono anche essere plausibili, ma non possono essere celate dietro "altre" argomentazioni, che potrebbero solo servire a inquinare la chiarificazione. Né si può opporre che la mediazione raggiunta nel social forum rappresenta una buona base per la partecipazione unitaria più ampia. Ormai, non sfugge più a nessuno che i diretti patrocinatori di quella piattaforma si stanno muovendo in modo autonomo, enfatizzando sempre di più il ruolo dell'Onu, dietro cui si cela di fatto la trattativa europea con gli Usa per un'occupazione condominiale dell'Irak. Fortunatamente però la loro posizione non è fortissima, anche perché appare sempre più in contrasto con gli appelli mondiali, per cui l'unica possibilità che hanno di farla valere è quella di non essere troppo disturbati. Anche per questo non appare comprensibile il pessimismo trapelato sulla possibilità di organizzare alcune decine di migliaia di manifestanti dietro uno striscione magari dal titolo "ritiro immediato delle truppe senza se e senza ONU". Al riguardo, richiamiamo l'attenzione sulla manifestazione del 22 novembre tenutasi a Roma sul reddito, che assunse come obiettivo anche il "ritiro delle truppe". Pure a non voler considerare quei 30 o 40 mila manifestanti come uno zoccolo duro, suscettibile di aggregare automaticamente altre migliaia di soggetti, essi però rappresenterebbero un importante e ben chiaro segnale.

Tanto maggiore diventa la necessità di dare visibilità e voce alle tendeze che si battono per il ritiro incondizionato delle truppe d'occupazione dall'Iraq, nel momento in cui giunge voce che le forze moderate sono orientate ad evitare che il corteo del 20 marzo attraversi il centro di Roma per farlo girare in aree assolutamente periferiche. Il tentativo di depotenziare la mobilitazione del 20 per non disturbare l'ulivo e le sue manovre preelettorali diventa sempre più forte e va contrastato duramente. Non è da escludere a questo punto che si possa arrivare addrittura a due cortei se il ricatto posto in essere dagli ulivisti mascherati da pacifisti non sarà bloccato.

In tale prospettiva, riteniamo di dover dunque portare avanti la proposta di uno spezzone unitario anticapitalista che dia piena visibilità alla piattaforma mondiale di Mumbai, all’insegna di tali parole d’ordine imprescindibili:

1) "Ritiro immediato delle truppe senza se e senza ONU!"
2) "Piena autodeterminazione per il popolo iracheno"
3) "Diritto di resistenza per qualsiasi popolo oppresso militarmente"
4) "Guerra per nessuno, reddito per tutti, tagliamo le spese militari"
5) "Via le basi militari, no alle scorie"
6) "Contro la guerra infinita del capitale, lotta di classe"


Esprimiamo il massimo sforzo perché la giornata del 20 marzo giunga a costituire il segnale di un salto qualitativo verso una mobilitazione permanente contro il militarismo di un capitale sempre più rabbiosamente consapevole delle proprie ormai destabilizzanti contraddizioni interne.

Facciamo in modo che questa giornata non sia soltanto un isolato sia pur intensissimo momento di testimonianza critica, ma l’inizio di un nuovo percorso di critica teorico-pratica di massa dello stato presente delle cose, contro ogni recupero di un sogno riformistico ormai consumatosi sotto la durezza di una crisi di sistema di incontrovertibile evidenza, contro la farsesca simulazione di un conflitto di ordine meramente etico-morale, per la definitiva ed operante costruzione di un nuovo mondo possibile e sempre più drammaticamente necessario, lungo il crinale dello scontro di classe.

3 marzo 2004

I/le compagni/e di Red Link
La redazione di Vis-à-Vis

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