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L'america chiede il conto dell'occupazione a baghdad

La richiesta da un membro del Congresso Usa in visita in Iraq: ridateci indietro i soldi che il governo statunitense ha speso dal 2003 ad oggi. Una pretesa irricevibile alla luce degli immensi profitti registrati dagli Usa con ricostruzione e petrolio sulle ceneri di un Paese devastato.

(5 Luglio 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nena-news.com

L'america chiede il conto dell'occupazione a baghdad

foto: www.nena-news.com

DI EMMA MANCINI

Roma, 04 luglio 2011, Nena News – Qual è il colmo per un iracheno? Subire un’occupazione militare lunga otto anni e vedersi presentare il conto delle spese. Potrebbe essere una freddura neppure troppo divertente, se non stesse accadendo davvero. E in veste semi-ufficiale.

A chiedere indietro al governo iracheno i miliardi di dollari spesi per la guerra voluta da George W. Bush nel 2003 è stato il membro del Congresso Dana Rohrabahcer, in visita all’inizio di giugno a Baghdad. Al primo ministro dell’Iraq, Nuri Al-Maliki, ha domandato indietro l’ammontare del denaro speso dal giorno dell’invasione, il 21 marzo 2003.

Ma gli americani, si sa, sono un popolo generoso. Rohrabacher, membro della Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, ha sottolineato che i “mega-dollari” che gli Stati Uniti dovrebbero avere indietro potranno essere restituiti “una volta che l’Iraq diverrà un Paese ricco e prosperoso”. E si tratta davvero di “mega-dollari”: dall’inizio della guerra contro il regime di Saddam, gli Stati Uniti hanno speso un trilione di dollari (un miliardo di miliardi).

Non sono ancora giunte dichiarazioni ufficiali dalla Casa Bianca in merito alla richiesta di Rohrabacher, ma l’ambasciatore statunitense in Iraq, James Jeffrey, avrebbe detto alla stampa che un simile intervento non rispecchia la volontà dell’amministrazione Usa. Richiesta “irresponsabile” anche per Baghdad: il portavoce del governo, Ali Al-Dabbagh, ha fatto sapere che una domanda di questo genere non merita attenzione tanto che nessuna protesta ufficiale o richiesta di chiarimento è stata presentata al governo Usa.

Una simile pretesa arriva in un momento delicato dei rapporti tra i due Paesi: è di qualche giorno fa l’accusa da parte irachena al governo americano di aver rubato 17 miliardi di dollari dal Fondo per la ricostruzione dell’Iraq, evaporati secondo Baghdad tra le pieghe corrotte delle istituzioni statunitensi.

In ogni caso, l’uscita del congressman sfiora la comicità alla luce degli enormi e difficilmente quantificabili guadagni che l’America ha ottenuto a scapito della stabilità economica e sociale irachena. Uno su tutti, i profitti del petrolio: se l’Iraq non ha ricevuto mai alcun compenso per la sofferenza e le distruzioni subite, le compagnie petrolifere americane ed europee hanno fatto grossi affari sulle ceneri di una nazione occupata.

L'america chiede il conto dell'occupazione a baghdad

Dipendenti di compagnie petrolifere americane al lavoro in Iraq - foto: www.nena-news.com

E i profitti continuano a crescere. Sabato scorso il New York Times ha reso noto che le compagnie americane stanno incassando decine di miliardi di dollari dalle loro nuove attività in Iraq, in particolare dall’implementazione di progetti di sviluppo dei pozzi petroliferi. Inoltre, compagnie russe e internazionali arricchiscono le casse Usa accettando contratti di “subaffitto” di tali progetti da quattro società petrolifere americane: Halliburton, Weatherford International, Baker Hughes e Schlumberger.

L’Iraq di oggi è un Paese devastato. Come sottolinea in un editoriale il settimanale egiziano Ahram, non è possibile quantificare i costi umani, finanziari e politici di un’occupazione militare lunga otto anni con centinai di migliaia di civili uccisi e feriti e quattro milioni di iracheni rifugiati. Il costo reale e concreto della guerra del presidente Bush è visibile nella distruzione delle infrastrutture necessarie a risollevare il Paese, nell’aumento vertiginoso dei tassi di povertà e disoccupazione, nella mancanza di servizi sanitari efficienti, di infrastrutture elettriche, di sistemi fognari, di acqua corrente.

È visibile nell’incremento spaventoso dei casi di cancro e leucemia dovuti alle armi poco convenzionali utilizzate dall’esercito americano durante la guerra contro Saddam. È visibile nell’aumento della violenza e del terrorismo, ma soprattutto nell’intensificazione della divisione storica tra sunniti e sciiti, esacerbata dalla presenza straniera e ostacolo all’unità nazionale.

E, infine, è visibile nei livelli di corruzione delle nuove istituzioni irachene: secondo l’organizzazione non governativa Transparency International, dal 2006 ad oggi l’Iraq è il terzo Paese al mondo per corruzione, classifica poco onorevole che preoccupa prima di tutto il popolo iracheno, conscio di non appartenere ad una nazione indipendente e sovrana. La famosa democrazia a stelle e strisce di Bush non è stata esportata.

Nena News

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