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(28 Novembre 2011) Enzo Apicella

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La dittatura mondiale di Shylock

(19 Agosto 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

La Civiltà ha accresciuto di almeno cento volte
la capacità produttiva dell’uomo, ma a causa di
una cattiva gestione gli uomini che di questa Civiltà
fan parte vivono peggio delle bestie e possiedono
meno da mangiare, meno da coprirsi, meno da
proteggersi del selvaggio Innuit che, in un clima polare,
vive come viveva diecimila anni fa, nell’età della pietra.

Jack London, “Il popolo dell’abisso”, cap. XXVII

Lo stato – spiega Engels – non nasce da un’imposizione esterna, ma è frutto dei contrasti di classe interni alla società. “Perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ “ordine”; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre di più è lo stato”.(1) Crescenti sintomi indicano che questa capacità dello stato di porsi in apparenza al di sopra della società si sta esaurendo, e che resta soltanto la repressione e la menzogna.

Lo stato è l’espressione della classe più potente, quindi, nell’età contemporanea, della borghesia, ma i rapporti all’interno di questa classe cambiano: ormai ha la prevalenza assoluta l’aristocrazia finanziaria, e lo strumento attraverso cui controlla e ricatta sempre più lo stato è il credito pubblico. L’indebitamento dello stato è il segreto del potere dei banchieri. Il debito pubblico, per un lungo periodo, favorì lo sviluppo della produzione, diede la possibilità a capitali altrimenti improduttivi di essere investiti, facilitò la nascita delle società per azioni, ma incoraggiò anche l’aggiotaggio e il gioco in borsa.

Nell’epoca imperialistica questo potere s’accresce a dismisura. La finanza può chiedere allo stato di distruggere il welfare, di spostare l’età pensionabile, di aumentare le imposte dirette o indirette, di facilitare i licenziamenti, di reprimere e criminalizzare le manifestazioni popolari. Può costringere uno stato a entrare in guerra, o a continuarla, suo malgrado. Già Trotsky denunciava lo “Shylock delle rive della Senna che agitava furiosamente tutte le sue tratte”, cioè i banchieri francesi che costringevano la Russia, dopo la rivoluzione di febbraio, a riprendere l’offensiva, pur essendo il suo esercito ridotto allo sfacelo. Nei cedimenti di Berlusconi a Sarkozy sulla questione libica e sull’acquisto di imprese italiane da parte francese ha inciso il fatto che le banche d’oltralpe possiedono una grossa fetta dei titoli di stato italiani.

Una prova della forza della finanza la vediamo negli “aiuti” statali alle banche, vere e proprie rapine ai danni dei lavoratori e delle classi povere, che ne devono fare le spese. Petrella sul Manifesto scrive che nel 2010 il PIL dei 27 paesi dell'Unione europea è circa 16.106 miliardi di dollari, quello dell'Italia 2.036 miliardi, e che, come risulta dal rapporto del Gao (Government Accountability Office) “la Federal Reserve Bank ha dato in segreto, tra dicembre 2007 e giugno 2010, a banche e imprese americane e non, prestiti per circa 16 mila miliardi di dollari senza interesse e a condizioni di rimborso del tutto fluide... per “salvarle”. “... è inaccettabile, per la democrazia e la giustizia sociale, che un organo tecnocratico come la Federal Reserve Bank sia politicamente autonoma dal governo e dal Congresso degli Stati Uniti. Anche ammesso che non lo abbiano saputo, questo significa che il governo e il Congresso sono, a ogni modo, responsabili politicamente delle azioni della Federal Reserve Bank. Ma non è successo nulla. Nessuno, alla Federal Reserve Bank, al governo, al Congresso ha dovuto rispondere del malfatto.”(2) E dire che molti, compreso qualche giornalista del manifesto, si aspettavano che Obama, questo commesso delle banche e delle industrie militare, operasse a vantaggio della povera gente!

Il fervorino di Petrella sulla democrazia è accorato, ma anacronistico. Lo stato si evolve in senso oligarchico, travolgendo gli ultimi resti della democrazia borghese. Ormai la finanza ha un potere che neppure il Re Sole poteva vantare. Ostaggio dell’aristocrazia finanziaria non è più soltanto lo stato, ma l’intera società. Non ha senso sognare un ritorno al passato democratico, all’epoca in cui era possibile qualche temperamento di questo potere a livello istituzionale. La democrazia borghese è ormai un puro simulacro. Una volta lo stato poteva sviluppare una politica economica, non certo alternativa a quella del capitale finanziario, ma che teneva conto degli interessi della piccola e media borghesia, con qualche concessione all’aristocrazia operaia. Oggi, ogni freno è scomparso, ogni sia pur modesto welfare si avvia a scomparire nella maggior parte degli stati, e gli interessi del capitale finanziario si presentano nella loro oscena nudità. Metterli in questione è come bestemmiare lo Spirito Santo. Lo stato si riduce quasi ovunque a un mero esecutore della volontà della finanza, a un caporale addetto a procurare la manodopera con le buone o con le cattive. Con ciò rinuncia alla sua funzione di mediazione tra le classi, e non resta che la pura repressione. Nonostante le apparenze, questo comportamento brutale non è un segno di forza, perché la violenza e la menzogna, in assenza di un qualsiasi seppur modesto riformismo, non sono sufficienti. Per questo la ribellione incombe nelle piazze. E vediamo protagonista la parte più emarginata della società, un nuovo “popolo dell’abisso”.
“Il popolo dell’abisso” di Jack London, non era solo un’inchiesta giornalistica sull’estrema povertà dell’East End londinese, era anche un presagio della caduta dell’impero britannico. La causa era l’estremo squilibrio sociale, per cui in tutto il Regno Unito vi erano “due poli opposti e complementari, di cui uno vive di dissolutezza e dissipatezza, l’altro agonizza di fame e malattie – scriveva nel 1902 - La macchina politica nota al mondo col nome di Impero Britannico sta andando a pezzi.” Oggi assistiamo alle premesse del fallimento degli Stati Uniti, e del cosiddetto sistema occidentale. La rivolta britannica ne è un segno inequivocabile. Un diverso popolo degli abissi, non rassegnato, ma combattivo, capace di usare i moderni strumenti di comunicazione, non più confinato nell’East End di Londra, ma diffuso, porta la lotta direttamente nelle grandi città.

Più giornalisti italiani hanno detto che la repressione non è la soluzione migliore, ma i suggerimenti non richiesti a Cameron sono merce d’esportazione, perché si sono ben guardati dall’adottare tale atteggiamento “tollerante” quando la lotta si sviluppava nelle nostre città. Anche il superpoliziotto statunitense Bill Bratton, chiamato in Inghilterra a scorno di Scotland Yard, ha detto: “Non puoi risolvere il problema a colpi di arresti... Puoi arrestare i più violenti, recidivi, ma poi bisogna trovare altri modi di affrontare la cosa e non è un problema di polizia, è una questione sociale” (manifesto, 14 agosto 2011). Questo in un’intervista alla TV ABC. Belle parole, ma saranno dimenticate non appena entrerà all’opera.

Cavour diceva che la politica dello stato d’assedio è la politica degli imbecilli, ma l’amico di Murdoch Cameron non è neppure in grado di capire questo antico consiglio. La classe dirigente dell’età imperialistica senescente è frutto di una selezione alla rovescia, come avviene in tutti i periodi di decadenza, che producono gradassi, furfanti oppure deboli.

Il problema sociale è insolubile nell’ambito del capitalismo, ci troviamo di fronte a un nodo gordiano da tagliare. Gli stati hanno salvato le banche e gli speculatori, che hanno ripreso la loro azione devastante, e pretendono che siano i lavoratori a pagare.

Contro lo strapotere della finanza, in Grecia è nato un Comitato contro il debito. Chiede un Audit sul debito. Un articolo di Chesnais ci informa sugli obiettivi: “Il primo obiettivo di un audit è di fare chiarezza sul passato (...). Cosa n'è stato del denaro di tale prestito, a quali condizioni questo prestito è stato concluso? Quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, quale proporzione del principale è già stata rimborsata? Come è stato gonfiato il debito, senza che esso fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? Come ha fatto lo Stato a trovarsi impegnato, su quale decisione, presa a che titolo? Come sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti, chi ha spinto in questa direzione, chi ne ha approfittato? Sono stati commessi delitti, o crimini, con questo denaro? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, penali e amministrative? (...). Un audit del debito pubblico non ha nulla a che vedere con la sua caricatura, che si riduce a una semplice verifica delle cifre, fatta da contabili abitudinari. I sostenitori dell'audit invocano sempre due bisogni fondamentali della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini.”(3)

Sappiamo da Lenin che un controllo effettivo delle banche, senza la loro nazionalizzazione e fusione in un’unica banca nazionale, è impossibile: “e impossibile seguire quei complicatissimi, imbrogliati e astuti provvedimenti di cui si fa uso nello stendere i bilanci, nel formare imprese fittizie e filiali, nel far intervenire uomini di paglia e così via.”(4) Così come si configura, quella del comitato greco è un’operazione legalitaria e interclassista, ma se radicalizzata può avere un contenuto esplosivo. Una richiesta dell’abolizione del segreto bancario e una prima serie di rivelazioni delle malefatte dei banchieri può essere il detonatore di una più vasta campagna contro le banche, che persegua la loro espropriazione. Quando si muove un settore della società non strettamente proletario, o dove i proletari agiscono insieme con la piccola borghesia, il corretto atteggiamento non consiste nel ritirarsi in disparte in attesa delle lotte proletarie “pure”, occorre invece presentare rivendicazioni più radicali. Scrivevano Marx ed Engels: “...quando i piccoli borghesi proporranno di acquistare le ferrovie e le fabbriche, gli operai dovranno reclamare che tali ferrovie e fabbriche siano confiscate dallo stato puramente e semplicemente, senza risarcimento, come proprietà di reazionari... Se i democratici proporranno essi stessi un’imposta progressiva moderata, i lavoratori insisteranno per un’imposta così rapidamente progressiva, che il grande capitale ne sia rovinato; se i democratici reclameranno che si regolino i debiti dello stato, i proletari reclameranno che lo stato faccia bancarotta”.(5)

Queste parole furono scritte al tempo di una rivoluzione borghese che poteva trascrescere in rivoluzione proletaria (ciò che ci si aspettava dalla rivoluzione quarantottesca in Germania si verificò invece in Russia nel 1917). Oggi, nel pieno dell’età imperialistica, le condizioni sono diversissime, ma il metodo rimane quello, perché sono letali due errori complementari:
1) restare indifferenti nei confronti delle lotte, perché guidate dalla piccola borghesia.
2) accodarsi supinamente alla piccola borghesia. I lavoratori devono invece cercare di prendere la testa del movimento, e imporre le proprie rivendicazioni.

Con la bancarotta dello stato i lavoratori sarebbero liberati dall’enorme debito che li schiaccia. Il debito non incombe solo su chi ha chiesto un mutuo per la casa o si è indebitato per tirare avanti, ma su ogni persona, lattanti compresi. La bancarotta reale degli Stati Uniti farebbe strage dell’aristocrazia finanziaria mondiale, e spezzerebbe le armi dell’imperialismo e dell’oppressione.

Bancarotta dello stato! Fa paura ai più anche soltanto a parlarne. Eppure è l’unica soluzione a favore dei lavoratori e delle masse sfruttate. L’alternativa é sacrificare generazioni e generazioni ridotte in schiavitù per debiti fatti da altri. Le banche sono state risarcite dagli stati per i disastri delle loro avventure finanziarie, e pretendono di stabilire anche chi deve pagare il debito così procurato allo stato. Nessuno in realtà può pagare quel debito, una spada di Damocle perennemente puntata sull’intera umanità e sulle generazioni future. E ci prendono pure in giro, ci dicono che il futuro di figli e nipoti è messo in pericolo dall’egoismo dei lavoratori anziani, che non vogliono rinunciare ai loro privilegi, che vogliono andare in pensione a 60 anni, e altre simili idiozie. In realtà è il capitale che ha interesse a mantenere un forte livello di disoccupazione e d’incertezza tra i giovani, per poterli ricattare e rimangiarsi tutte le concessioni che a partire dal dopoguerra aveva dovuto fare ai lavoratori. La politica di freno dei salari, mai adeguati al crescente costo della vita, la mancata riduzione dell’orario di lavoro, l’impegno particolarmente gravoso imposto alle donne, hanno indotto moltissime coppie di lavoratori a rinunciare ad avere figli o a limitarsi ad uno solo. Di fatto, il capitale ha sottratto ai lavoratori quella parte di salario che doveva rendere possibile il ricambio generazionale dei salariati, che è stato perciò parziale. Per questo, il capitale promuove l’immigrazione e nello stesso tempo discrimina gli immigrati, perché, solo riducendoli alla condizione di paria riesce a imporre salari da fame, lavoro nero e straordinari a non finire.

Da Ferrero giungono parole che scandalizzano i benpensanti, ma che sono tutt’altro che rivoluzionarie: “Le borse stanno crollando. Si tratta di un'ottima notizia perché i valori nominali della borsa sono totalmente gonfiati dalla speculazione finanziaria e non hanno più alcuna relazione con l'andamento dell'economia reale”. “Bene quindi - prosegue - che la borsa crolli e con essa si riduca la speculazione finanziaria, che è all'origine della drammatica crisi che sta colpendo milioni e milioni di famiglie. Il crollo della borsa, accanto ad una positiva riduzione della rendita finanziaria, determinerà anche una maggiore propensione ad investire in titoli di stato, cioè a finanziare il funzionamento dello stato, delle scuole, della sanità, etc”.(6) Ferrero sogna il ritorno a uno stadio anteriore all’età imperialistica - in cui l’aspetto produttivo prevaleva su quello finanziario - e il rafforzamento dello stato borghese, finanziato con i titoli di stato. Noi comunisti questo stato borghese vogliamo gettarlo nella pattumiera della storia, e sostituirlo con la repubblica dei consigli. Come possiamo chiamare la posizione di Ferrero? Socialismo dei BOT?

Una posizione ancor più riformista è espressa da Pitagora sul manifesto: “Ci vogliono indirizzi di politica economica, fiscale e industriale volti a irrobustire il tessuto produttivo aumentandone la produttività, accrescere i consumi delle famiglie, ridistribuire il reddito e la ricchezza.”

Quando capiranno che l’egemonia della finanza non è il frutto di una politica sbagliata, ma dell’evoluzione del capitalismo che, per la crescente difficoltà di ottenere profitti nel campo industriale (la legge della tendenziale caduta del saggio di profitto), deve necessariamente impiegarsi nel settore finanziario?
Si prospetta persino un sostegno della Cina, “che detiene circa il 40% delle riserve monetarie globali e ha in portafoglio circa 1200 miliardi di dollari di titoli dello stato americano. La Cina ha interesse a sostenere il sistema finanziario mondiale non solo per preservare la stabilità dei suoi mercati di sbocco (l'Italia riceve quasi il 2% delle sue esportazioni)...”.(7) Non sarebbe una grande trovata neppure da un punto di vista borghese, perché la Cina sostiene gli Stati Uniti da anni, e non li ha certo salvati dalla crisi. Da un punto di vista proletario, è evidente il carattere reazionario della direzione politica cinese, pronta ad accorrere in soccorso degli stati borghesi e dell’aristocrazia finanziaria.

Mai come ora la piccola borghesia sente il pericolo, le sue proteste sono continue, ma le sue soluzioni consistono nel tentativo di far girare all’indietro la ruota della storia: via l’euro e ritorno alle monete nazionali, o addirittura monete locali integrative, che avrebbero lo scopo di far rimanere il denaro speso nelle immediate vicinanze. I rivoluzionari che prendono sul serio questi mezzucci rischiano di perdere la bussola. Ogni giorno si spostano da ogni parte del mondo capitali in quantità superiore al PIL della Francia o dell’Italia. Come può la gattina delle monete locali porre un limite alla tigre della speculazione mondiale?

Un bruco di una farfalla, chiamata Thisbe irenea, secerne una sostanza che rende dipendenti le formiche: “Una formica che ne subisce l’influenza balza in aria con le mandibole spalancate e diventa aggressiva, molto più decisa ad attaccare, mordere e pungere qualunque oggetto che si muova eccetto, naturalmente, il bruco che l’ha drogata. Per di più una formica asservita al suo spacciatore di droga entra in uno stato chiamato “vincolato” in cui diventa inseparabile dal suo bruco per parecchi giorni...il bruco usa le formiche come guardie del corpo”.(8) Nell’età imperialistica, il parassita che sfrutta l’intera società, mille volte peggiore della Thisbe Irenea, si chiama capitale finanziario. E’ ora di lottare per la sconfitta di questo odioso prevaricatore, per una liberazione che non sia quella fittizia dei borghesi.


16 agosto 2011

Note

1) Friedrich Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, “Barbarie e civiltà”
2) Riccardo Petrella, “La grande abbuffata di miliardi della Fed, Sedicimila miliardi di dollari in prestiti senza interesse dagli Usa alle grandi banche mondiali: come il pil dell'intera Ue”, Manifesto 2011.08.11.
Ma ci sono anche reazioni più dure: Giulietto Chiesa, a proposito dei 16.000 miliardi concessi dalla FED alle banche, contro la finanza e i suoi manutengoli italiani scrive: “...li sbalziamo di sella o loro ci distruggeranno. Sicuramente molti di noi, insieme ai milioni che non si possono difendere. Ci porteranno via gli ultimi residui di democrazia, ci renderanno schiavi. Vogliono cancellare la storia di 150 anni di diritti conquistati. Sono la peste moderna. Se vogliamo guarire dobbiamo rispondere alla loro dichiarazione di guerra.”
3) François Chesnais. “E se il modo di non pagare il loro debito in realtà ci fosse ? ”ComeDonChisciotte, Ago 07, 2011
4) Lenin, “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa”.
5) “Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti”, Londra, marzo 1850.
6) Paolo Ferrero: “Le borse crollano? È un'ottima notizia” Liberazione 13 Agosto 2011
7) Pitagora “E se fosse la Cina a finanziare il nostro debito?” www.ilmanifesto.it 13.08.2011
8) Richard Dawkins, “Il gene egoista”, cap.13.

Testi utilizzati:
Karl Marx, “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, e “Il Capitale”, vol. I, “La cosiddetta accumulazione originaria”. Vol. III, “La legge della tendenziale caduta del saggio di profitto”, “Cause antagonistiche”.

Michele Basso

Fonte

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