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(14 Agosto 2013) Enzo Apicella

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Assad, un vicino imbarazzante per i turchi

(18 Agosto 2011)

Esercito turco

Esercito turco

Bashir Assad s’è mostrato per l’ennesima volta sorridente davanti alle telecamere nel ricevere gli applausi dei fidati sostenitori di apparati di governo e repressione però il suo isolamento internazionale si fa totale. Non solo l’Occidente e i nemici storici, ora anche vicini importanti come la Turchia, rimasti per mesi a guardare, non sembrano più disposti a tollerare una situazione che può introdurre scenari destabilizzanti in una regione già piena di tensioni. Il governo di Ankara è preoccupato non solo dai profughi alle frontiere ma da una possibile esternalizzazioni delle violenze. Il misurato ministro degli esteri Davutoglu, l’uomo che ha fondato parte delle sue fortunate teorie neo ottomane sullo slogan “zero problemi coi vicini”, con l’incontro diplomatico della scorsa settimana ha ficcato pesantemente il naso nello Stato limitrofo. La stigmatizzazione della repressione prelude a passi futuri che possono essere presi in sede internazionale. Infatti Davutoglu ha avuto un colloquio riservato col Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki moon. In questi giorni anche Russia e Cina, due nazioni con diritto di veto all’Onu, hanno palesemente raffreddato le posizioni verso il regime di Assad che appare decisamente isolato. Domani il governo di Ankara riunisce il proprio Consiglio di Sicurezza, composto da politici e militari. Accanto a quello che aveva già anticipato all’omologo siriano (“se le operazioni militari non si fermeranno non ci sarà nient’altro da dire sulle misure che potrebbero venir intraprese”) il ministro turco sottolinea come dopo i fatti di Latakia e Deir ez-Zor la nazione si renderà disponibile alle iniziative decise dagli apparati internazionali (Onu e Nato).

Restando ferma l’accettazione di ciò che verrà deciso in quelle strutture, il Consiglio di Sicurezza discute di due possibili scenari. Il peggiore riguarderebbe un’estensione della repressione militare di Assad sull’intero territorio nazionale, con un ulteriore incremento del già tragico spargimento di sangue che a tutt’oggi conta tremila morti e oltre diecimila persone considerate dalle organizzazioni umanitarie desaparecidos. Non è dato sapere se in qualità di prigionieri o eliminati a sangue freddo. L’altra ipotesi spera in un ravvedimento dell’ultim’ora del leader di Damasco e dell’attuazione delle agognate riforme. Sicuramente il governo Erdogan, di concerto con la comunità internazionale, andrà a elaborare un suo piano di tutela. Finora Ankara mantiene l’ambasciatore a Damasco, non foss’altro per continuare a perorare una soluzione della crisi. Né è stata avanzata alcuna richiesta di dimissioni per il presidente Assad ma appunto l’andamento potrebbe mutare per decisioni internazionali. Uno dei punti critici delle zone di confine siriano è il Libano, che ha visto di per sé crescere negli ultimi tempi tensioni interne con attacchi ai militari dell’Unifil italiani (feriti) e francesi (uccisi). E la recente ricomparsa di attentati dinamitardi nella stessa Beirut. In questa zona, a Simakayeh, si sono registrati gli scontri più recenti e, famiglie locali in fuga con l’aggiunta di quelle palestinesi di alcuni campi, sono state respinte dai soldati libanesi. Un timore diffuso è che futuri sconfinamenti potrebbero non essere solo quelli di profughi ma degli stessi militari delle famigerate Quarta Divisione e Guardia Repubblicana poste sotto il controllo di Mahir Assad, fratello e uomo forte del regime.

17 agosto 2011

Enrico Campofreda

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