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(20 Agosto 2010) Enzo Apicella
L'esercito usa si ritira dall'Iraq

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    (Iraq occupato)

    Iraq: aggredito giornalista curdo

    Ennesimo caso di violenza nella regione autonoma a Nord, da tempo focolaio di protesta contro la corruzione del governo di Baghdad. Una corruzione che impedisce al Paese una ricostruzione efficace, mentre la violenza interna diventa la scusa statunitense per non lasciare l’Iraq.

    (2 Settembre 2011)

    anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nena-news.com

    Iraq: aggredito giornalista curdo

    il giornalista Asos Hardi dopo l'aggressione - foto: www.nena-news.com

    EMMA MANCINI

    Beit Sahour (Cisgiordania), 1 settembre 2011, Nena News (nella foto, il giornalista Asos Hardi dopo l'aggressione) – A governare l’Iraq sotto occupazione militare sono violenza e corruzione. Oltre 100mila morti dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 si accompagnano al poco onorevole quarto posto nella classifica dei Paesi più corrotti del pianeta. E quanto successo lunedì scorso a Sulaimaniyah, città della regione curda nel Nord dell’Iraq, né è esempio lampante.

    Asos Hardi, noto giornalista curdo del quotidiano Awene, è stato aggredito e picchiato con il calcio di una pistola fuori dal suo ufficio. Appena uscito dalla redazione, si stava avvicinando alla sua auto quando è stato preso di sorpresa da un giovane che lo ha sbattuto a terra e lo ha picchiato con il calcio della pistola, per poi fuggire con una macchina.

    Il giornalista ha riportato sei ferite alla testa. “A causa del Ramadan, la strada era vuote, non c’era nessuno”, ha raccontato Hardi all’agenzia di stampa AFP. L’organizzazione Human Rights Watch ha definito l’aggressione l’ultima di una serie di “attacchi e minacce, l’ennesimo esempio dei gravi rischi corsi dai media indipendenti” nella regione curda a Nord dell’Iraq, chiedendo indagini serie e indipendenti.

    Ma lo stesso Hardi ci crede poco, sicuramente la polizia non troverà l’assalitore nonostante la promessa del governatore di Sulaimaniyah, Buhruz Mohammed, che durante la visita in ospedale ha assicurato ad Hardi l’apertura di un’inchiesta. “Sono sicuro che non lo prenderanno – ha commentato il giornalista – Sono dozzine le aggressioni di questo tipo contro la stampa”.

    Il Kurdistan è stato quest’anno il centro di proteste contro la corruzione e il nepotismo all’interno del governo di Baghdad. Un governo malato, incapace di superare disfunzioni politiche e violenza interna. Nonostante due elezioni democratiche dopo la caduta di Saddam Hussein, i morti dal 2003 sono stati oltre 100mila, un conflitto interno che non permette la ricostruzione efficace di infrastrutture fatiscenti e di un’economia instabile.

    “Se nel 2003 e nel 2004 le cose fossero andate come speravamo, avremmo potuto realizzare importanti riforme economiche e molti degli investimenti sarebbero arrivati dall’interno del Paese”, ha spiegato Sami al-Araji, presidente della Iraq's National Investment Commission. Ma ancora oggi l’Iraq è alla caccia di 86 miliardi di dollari di privati investitori per la ricostruzione di infrastrutture, abitazioni, centrali elettriche.

    Iraq: aggredito giornalista curdo

    Nessuna exit strategy: le truppe americane resteranno in Iraq ben oltre il 2011 - foto: www.nena-news.com

    Funzionari di Washington e di Baghdad hanno più volte sottolineato come il vero ostacolo alla stabilità interna sia la dilagante corruzione interna al governo e alle istituzioni irachene. Una corruzione che le Nazioni Unite hanno definito “il maggior impedimento agli investimenti, la crescita e la creazione di posti di lavoro”. A ciò si aggiunge la lunga disputa con la regione autonoma del Kurdistan, etnicamente lontana da Baghdad, ma estremamente ricca di risorse petrolifere: quello di cui avrebbero bisogno Iraq e Stati Uniti.

    È vero però che la produzione di greggio è incrementata, toccando i 2,7 milioni di barili al giorno (nel 2006 erano due). Con il prezzo del petrolio arrivato a 100 dollari al barile, nel 2011 l’Iraq ha già superato le entrate dello scorso anno, con un anticipo di quattro mesi.

    Questo spiega perché l’occupazione militare non sembra dover finire. L’exit strategy statunitense si trascina senza alcuna soluzione, le truppe a stelle e strisce resteranno nel Paese ben oltre la fine del 2011, nonostante la palese incapacità di porre fine alle violenze. Le forze irachene e americane non sono in grado di garantire la sicurezza dei confini e degli spazi aerei. E così, come annunciato qualche giorno fa da Baghdad, Iraq e Usa avrebbero aperto un tavolo per discutere il mantenimento di truppe e equipaggiamenti americani nel Paese mediorientale.

    A spaventare non è più Al Qaeda, indebolita a partire dal 2007: “Credo che Al Qaeda tra il 2005 e il 2007 abbia rappresentato la maggior minaccia al Paese – ha detto il generale maggiore Jeffrey Buchanan, portavoce delle forze americane in Iraq – Ma in questo momento non sono più così presenti, non sono più quel pericolo che erano in passato”. A preoccupare sono le milizie sciite, che da tempo promettono di attaccare le truppe Usa perché abbandonino l’Iraq. Nena News

    Nena News

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