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Erdogan "riparte" dall'egitto

Inizia oggi al Cairo la tre giorni del premier turco nei paesi della “primavera araba”: il preludio per stabilire una serie di alleanze politiche nella regione.

(14 Settembre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nena-news.com

Erdogan "riparte" dall'egitto

foto: www.nena-news.com

DI GIORGIA GRIFONI

Gerusalemme, 12 settembre 2011, Nena News - Per alcuni si tratta di una mossa dedita a isolare completamente Israele nello scacchiere mediorientale. Altri credono che si tratti di un braccio di ferro turco-israeliano sull’accaparramento dei ricchi giacimenti di gas scoperti nel Mediterraneo orientale. E c’è addirittura chi taccia le scelte diplomatiche di Ankara di volontà egemonica in stile neo-ottomano. Fatto sta che la visita-lampo di Erdogan in Nord Africa iniziata oggi non smette di sollevare le più disparate interpretazioni sulla nuova linea politica della potenza turca nella regione.

Una tre giorni che toccherà i paesi rivoluzionari del Maghreb, partendo dall’incontro al Cairo tra il premier turco e il comandante supremo della giunta militare Tantawi, che proseguirà alla volta di Benghazi per una riunione con il leader del governo transitorio libico Muhammad Jibril, per poi concludersi il 15 settembre con un meeting con il governo provvisorio di Tunisi.

“Il tour della Primavera araba”, com’è già stato soprannominato, sarà il preludio di una serie alleanze politiche tra Ankara e il “nuovo mondo arabo”: i paesi rivoluzionari del Nord Africa hanno infatti più volte indicato la Turchia come paese di riferimento –islamico nel cuore, ma laico nella forma- per i loro futuri governi. Ankara ha incoraggiato molto i giovani rivoluzionari a tenerla in considerazione grazie alle sue svolte diplomatiche degli ultimi mesi, a cominciare dal suo iniziale rifiuto di partecipare alle operazioni militari in Libia nell’ambito della missione Nato “Odissea all’alba”, manifestando le sue remore sui bombardamenti occidentali sul paese.

Ha però cambiato opinione dopo l’inasprirsi della repressione gheddafiana – e dopo essersi assicurata che la sua posizione di neutralità non avrebbe comunque potuto salvare i miliardi di dollari di investimenti nel paese firmati con Gheddafi se questi fosse caduto. E’ entrata nella coalizione con cinque navi da guerra, un sottomarino e alcuni basi aeree sul proprio suolo, ponendo però precise limitazioni alla Nato per quanto riguardava l’occupazione del territorio e l’accaparramento delle risorse dei libici. Decisiva è stata anche la condanna della repressione siriana: uno strappo alla politica “zero problemi con i vicini” propugnata proprio da Erdogan, che ha di fatto reso la Turchia un importante interlocutore per i paesi più isolati della regione, ma che è stata abbandonata al primo vento di cambiamento degli assetti. Dulcis in fundo, la rottura dei rapporti diplomatici e militari con Israele, che arriva proprio nel momento in cui le masse arabe, hanno rovesciato –e sembra che continueranno a farlo- i loro dittatori e preso in mano il proprio destino.

Ma oltre che sul piano politico, la triade rivoluzionaria guarda a nord-est soprattutto in chiave economica: non a caso Erdogan sarà accompagnato nel suo viaggio dal ministro dell’economia Zafer Caglayan e da uno stormo di ricchissimi uomini d’affari turchi, oltre che dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu. Ankara, che aveva già stanziato milioni di dollari per la ricostruzione della Libia, potrebbe ora cominciare a vagliare le opzioni energetiche del paese. Una mossa che sarebbe fruttuosa per entrambi: l’opinione pubblica libica –ma anche quella araba- potrebbe tranquillizzarsi al pensiero che le sue risorse non vengano spartite tra gli “avvoltoi” occidentali, e che quindi il paese non diventi una copia carbone dell’Iraq, ma vengano negoziate con l’amica Turchia.

Ma se il petrolio libico è importante, altrettanto lo è il gas egiziano. La Arab Gas pipeline, un gasdotto lungo 1200 km che dal terminal di Al-Arish nel Sinai rifornisce Giordania, Siria e Libano con una seconda linea diretta in Israele, potrebbe spingersi fino alla Turchia e da lì arrivare sul mercato europeo. La risorsa che ha reso l’Egitto un’importante piattaforma energetica nella regione potrebbe essere uno degli oggetti di discussione con la Turchia. La linea separata che rifornisce Israele è stata attaccata da ignoti quattro volte negli ultimi mesi. Con l’opinione pubblica egiziana che chiede una revisione del trattato di pace con Israele e del prezzo di vendita del gas allo stato ebraico, Ankara potrebbe uscirne premiata, soprattutto visti gli esordi di un’altra battaglia energetica che si è scatenata tra Israele e i suoi vicini: quella dei vasti giacimenti di idrocarburi scoperti nel mediterraneo orientale. Dalit, Tamar e soprattutto Leviathan si trovano proprio al centro dei confini marittimi tra Israele, Libano e Cipro, e sono già oggetto di una disputa tra Tel Aviv e Beirut per il diritto al loro sfruttamento, che incrementerebbe sensibilmente il Pil dei due paesi. Se però Cipro ha negoziato le proprie quote separatamente con lo stato ebraico, la porzione settentrionale dell’isola occupata dalla Turchia è stata tagliata fuori da qualsiasi trattativa, non essendo riconosciuta internazionalmente ed essendo i suoi confini marittimi ancora in definizione. La Turchia si sente quindi chiamata in causa, e non è escluso che si allei al Libano nella rivendicazione di eventuali quote di estrazione.

Non bisogna inoltre dimenticare il ruolo morale che la Turchia sta avendo nei recenti scontri diplomatici con Tel Aviv. L’intransigenza ostentata da Erdogan verso le mancate scuse di Netanyahu per l’uccisione dei 9 turchi sulla Mavi Marmara sta facendo di Ankara un punto fermo per il posizionamento del nuovo mondo arabo nei confronti di Israele e del conflitto israelo-palestinese. Se le masse egiziane hanno già cominciato a manifestare contro la prepotenza dello stato ebraico –che, oltre ad aver ucciso sei militari egiziani in uno scontro a fuoco nel Sinai, pretende la smilitarizzazione egiziana della penisola salvo poi gridare all’inaffidabilità del Cairo per il controllo della penisola stessa- gli altri paesi limitrofi non saranno immuni da questo crescente malcontento. A cominciare dalla Giordania, dove le dispute territoriali per il presunto luogo del battesimo di Gesù e della spartizione delle acque saranno anche sopite ma non morte: domani è prevista ad Amman una marcia verso l’ambasciata israeliana, e gli organizzatori hanno già promesso che eguaglieranno quella di venerdì scorso al Cairo. Se la Siria riuscirà a liberarsi del suo dittatore, è facile che anche lì riesploda il rancore per l’occupazione israeliana delle alture del Golan.

La data fatidica è però il 20 settembre, quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina chiederà il riconoscimento del proprio stato alle Nazioni Unite. Sia Egitto che Turchia stanno invitando molti paesi a votare a favore, e in molti prevedono grandi manifestazioni anti-israeliane all’esito del voto, sia esso negativo o positivo. I palestinesi hanno dalla loro soprattutto i nuovi stati del Medio Oriente: oltre all’annunciata visita di Erdogan a Gaza (poi cancellata però), anche il leader del Consiglio di transizione libico Mohammad Jibril potrebbe visitare la Striscia, su invito formale del governo di Hamas.

E mentre Israele cerca di fronteggiare la Turchia minacciando un eventuale sostegno ai suoi nemici interni –curdi e armeni- Ankara gongola nel suo momento di maggiore attivismo regionale, in cui è forte non solo del sostegno delle masse arabe, ma anche degli Stati Uniti e dell’Europa per il suo ruolo di mediatrice, senza dimenticare i suoi rapporti con Teheran. E’ lei la superstar di questo autunno mediorientale. Nena News

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