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La caccia

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Per un incontro / discussione su legge 146/90 e legge “Biagi”

(5 Aprile 2004)

La priorità delle classi dominanti è quella di neutralizzare la saldatura dei momenti di opposizione concreta alle ristrutturazioni e privatizzazioni che stanno ridefinendo l’intero apparato produttivo, in particolare, nel settore dei servizi. La realizzazione di questi processi è il perno della politica economica del paese; un’esigenza preminente che associa il centrodestra al centrosinistra.

Questa pressante esigenza di vigilanza, dopo gli inattesi blocchi del servizio pubblico dello scorso dicembre, procede attraverso le proposte di legge volte ad inasprire maggiormente la già deterrente “legge antisciopero” (146/90) e gravare la condizione, sino al licenziamento, dei soggetti promotori delle agitazioni sindacali, dei militanti di base e dei lavoratori in lotta.

In questa fase di profonda crisi economico-istituzionale (PIL in costante diminuzione, inflazione fuori controllo, divisioni dell’oligarchia politica, crollo di pezzi rilevanti del sistema industriale e finanziario) e di ripresa dello scontro sociale, un ruolo sempre più rilevante è stato assunto dai mezzi di “informazione di massa”, con mirate campagne per orientare l’opinione pubblica al sostegno del nuovo modello di relazioni industriali.

Di conseguenza, ogni comportamento che cerca di bloccare questo programma viene criminalizzato e messo alla gogna, attraverso un abile linciaggio propagandistico basato sulla calcolata antitesi tra le “ esigenze generali del paese” e gli interessi “particolari” dei lavoratori in lotta.

Dopo ogni risultato conseguito, alle reazioni indignate del padronato e alle ingiurie dei media, si aggiungono minacce vere e proprie del potere politico e interventi puntuali delle forze dell’ordine dentro le aziende, anche attraverso un costante monitoraggio, preventivo, degli elementi più combattivi.

Se questa fase del conflitto è segnata dall’agire di un governo di destra che usa in modo integrato la propaganda e la repressione poliziesca, altrettanto insidiosa per i lavoratori è la prospettiva politica dell’asse Margherita/DS, che vuole proseguire, seppur gradualmente e in modo narcotizzato, sulla strada delle c.d. “riforme strutturali”, con un ulteriore affondo sull’occupazione, pensioni e sanità, con il pieno consenso dei tre sindacati confederali.

Un sindacato che continua a riorganizzarsi per svolgere al meglio un ruolo istituzionale dentro lo Stato, sia in qualità di finanziatore del sistema (TFR, Gestione Fondi Pensione, Assicurazioni, Agenzie Interinali, ecc.) che per incanalare e far defluire le ondate di lotta in divenire. Il rilancio di un nuovo patto di stabilità (con il superamento degli accordi sindacali separati), l’azzeramento dei conflitti e delle lotte rivendicative con la drastica riduzione del potere interno alla CGIL dei metalmeccanici “dissidenti”, il pieno sostegno alla redditività aziendale, che in periodo di crescita zero significa l’avallo a nuovi licenziamenti, sono i confini delineati per l’accordo programmatico-elettorale del “Triciclo” di centrosinistra con i nuovi vertici di Confindustria.

Nell’attuale scenario, i percorsi di lotta maggiormente significativi nelle aree metropolitane, per quanto rivendicativi e circoscritti, hanno dovuto scontrarsi direttamente con la tendenza alla “militarizzazione” del conflitto sociale, che vorrebbe, tra l’altro, porre i lavoratori gli uni contro gli altri, in una sorta di guerra civile simulata (autoctoni contro immigrati, pubblici/privati, precari/precarizzati, “utenti” lavoratori/pendolari contro categorie di operai in sciopero…)

I metalmeccanici in lotta per il precontratto, il settore aeroportuale mobilitato contro la pesante ristrutturazione, i vigili del fuoco in agitazione per impedire la militarizzazione del corpo, per non parlare degli autoferrotranvieri, sono stati al centro dello stringente tentativo di ridefinire i rapporti tra le classi.

La rapida evoluzione delle singole vertenze, talvolta aspre, dure ed estese territorialmente, ha portato le stesse a tratteggiare forme di non ordinaria gestibilità da parte delle direzioni aziendali e una certa ingovernabilità dello Stato (Regioni, Comuni, Prefetti…), e sebbene esse si siano sviluppate lungo linee differenti e interrotte dal livello attuale della coscienza di classe dei lavoratori e dalle capacità di riassorbimento di Cgil-Cisl-Uil, l’azione stessa ha superato gli angusti limiti dei regolamenti legislativi, i canali dello sciopero programmato e compatibile; ha mostrato la volontà di gestire dalla base la lotta contrattuale sfuggendo al controllo delle burocrazie sindacali.

Queste esperienze, nelle forme di lotta messe in pratica (congestione delle arterie di traffico, blocco del lavoro pendolare) hanno portato alla luce la fragilità dell’attuale organizzazione economico/sociale, predisposta sulla circolazione delle merci e su processi lavorativi altamente mobili e flessibili.

La stessa articolazione del mercato del lavoro più elastico d’Europa, che vede e prevede violenti e rapidi passaggi da un’azienda all’altra e da un settore lavorativo all’altro, ci può sostenere, in prospettiva, a riprendere l’iniziativa politica, attraverso il superamento delle logiche d’appartenenza; l’assunzione consapevole di questa nuova realtà ci può inoltre consentire di riprodurre in modo allargato (lavoro/territorio), le esperienze maturate in precedenza e le nostre capacità critiche.

Gli scioperi di massa all’ATM, e in tutte le aziende di trasporto pubblico, hanno avuto la capacità di socializzare un disagio avvertito collettivamente, e che è ritornato ai lavoratori sotto forma di un’attiva solidarietà e di comprensione generale delle ragioni della lotta. Questi momenti, oltre che capaci di valicare i limiti imposti dalle leggi antisciopero, hanno mostrato con chiarezza l’abisso esistente tra le istanze affiorate dalla base e le linee generali del movimento sindacale; la contraddizione tra i limiti delle rivendicazioni salariali/normative e la condizione complessiva di vita del proletariato nelle metropoli.

E’ emersa, soggettivamente, la volontà di uscire dal ragionamento interno al singolo luogo di lavoro per affrontare i problemi di tutti: la precarizzazione, la busta paga sempre più saccheggiata dagli affitti/mutui, il rincaro dei generi alimentari, la perdita di 1/3 del potere d’acquisto del salario, i servizi pubblici privatizzati e a pagamento…..

Senza voler, a tutti i costi, caricare di significati impropri queste manifestazioni, partite con l’intento prevalente del recupero dei “residui inflazionistici” spettanti, abbiamo colto al loro interno, durante un percorso più complesso di quanto potessero prevedere e che ha toccato con mano l’articolazione del potere, un’esigenza di risposte, di prospettive rivendicative generali, ma che, anche in questo caso, nascono, si sviluppano e si spengono nel breve termine imposto dalle dinamiche aziendali e dall’azione sindacale. Occorre cogliere questi limiti, per cercare insieme di superarli; raccogliere quanto è rimasto per metterlo in comune, anche come contributo ad un vuoto esistente di riflessione, iniziativa politica ed informazione.

E’ necessario sostenere ogni fase dello scontro sociale e tutti i compagni che hanno diretto le mobilitazioni, ponendosi il problema di generalizzare le lotte e dare uno sbocco non categoriale alle vertenze e che si troveranno, presumibilmente, a subire “punizioni esemplari “e provvedimenti giudiziari.

Ogni azione vede nascere una reazione: essere protagonisti d’esperienze “rinnovate”, in grado di pesare sulle dinamiche “tranquillizzate” del conflitto tra le classi nello scenario dell’attuale crisi imperialista, porta con sé la conseguenza d’essere prima isolati e poi colpiti, al fine soprattutto, di indebolire la resistenza collettiva. Si cerca di impedire apertamente che dalle avanguardie di lotta si formi un corpo militante in grado di porsi domande sempre più complessive e, allo stesso tempo, di ostacolare quel processo storico di trasmissione e socializzazione di un patrimonio condiviso di pratiche di lotta. Non scordiamoci che il “nostro paese” è un paese in guerra, e che, essendo in guerra, deve avere un retroterra pacificato per lanciarsi nelle proprie scorribande imperialiste.

Un fronte interno che, malgrado ogni sforzo repressivo/demagogico e un sindacato, sempre più, forza ausiliaria nel mantenimento dell’ordine sociale, è in pieno fermento: dalla scuola alla sanità, dall’opposizione alla separazione di rami d’azienda e ai licenziamenti previsti nei trasporti ferroviari, al settore energia sino al nuovo giro contrattuale per gli Autoferrotranvieri.

Risulta evidente che la crisi dell’imperialismo (politica/economica/militare), non consente più, allo stesso, di mantenere stabili le pratiche d’integrazione dei lavoratori e la relativa pace sociale, aumentando principalmente il tasso di sfruttamento del proletariato esterno ai paesi dell’occidente. Conseguentemente, il livello d’oppressione e d’ineluttabili risposte, anche all’interno delle nostre metropoli, è destinato a crescere. Un impatto, già percepibile, che vede impegnata, per arginarlo con ogni mezzo disponibile, l’intera direzione politica del capitalismo. Verificato questo elemento, appare chiaro che questa organizzazione sociale e del lavoro, o anche solo le parti più sgradevoli di essa (legge 30, 146/90..), possa essere affrontata solo attraverso rotture politiche. L’azione sindacale, seppur dinamica e di classe, non è, da sola, sufficiente a dare risposte adeguate a condizionare davvero i piani di sviluppo del capitale. Inadeguata, proprio perché, anche se i soggetti più attivi dentro il conflitto di classe percepiscono la natura non solo economica dello scontro, il sindacato non può che assumere e riflettere la coscienza dei lavoratori, che non esprimono ancora stabilmente delle “consapevoli esigenze politiche”.

Per questi motivi ci sembra importante valorizzare, in questa fase, ogni esperienza di conflitto metropolitano, raccoglierle dal livello in cui si esprimono e cercare di collocarle nella prospettiva di obiettivi unificanti: cominciare a muoversi, sia nel sostegno della costruzione degli elementi di autogestione delle lotte, che nell’individuazione degli elementi generali; promuovere, senza la ricerca ad ogni costo dell’omogeneità politico/ideologica, momenti di crescita comune e d’intervento articolato su temi come la legge antisciopero, la repressione dei lavoratori/ delegati sindacali, l’applicazione della legge “Biagi”..; sviluppare insieme dei passaggi per la costruzione, in prospettiva, di una rete di relazioni attiva e polivalente, di organizzazione della lotta di classe nella metropoli, quale progetto di incontro durevole con le reali esigenze che manifestano i lavoratori in lotta e contro le condizioni complessive dello sfruttamento.

Pensiamo che dirigendo gli sforzi comuni in questa direzione, gli incontri occasionali possano trasformarsi in relazioni politiche stabili; così come riteniamo importante saldare questi rapporti cercando di documentare le forme dell’agire proletario sui luoghi di lavoro, al fine di poterne socializzare pratiche e contenuti, trarne bilanci che sappiano coglierne limiti e prospettive.


SU QUESTI TEMI, PROPONIAMO UN INCONTRO VENERDI’ 16/4/04 ALLE ORE 21 C/O “PANETTERIA OCCUPATA” Via Conte Rosso, 20. MM 2 - LAMBRATE, TRAM 11

COLLETTIVO PER LA RETE DEI LAVORATORI

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