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Al Jazeera: due ipotesi di complotto

(28 Settembre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

Al Jazeera: due ipotesi di complotto

foto: www.radiocittaperta.it

Grosso guaio ad al-Jazeera

Quando le dimissioni di Wadah Khanfar, ormai ex direttore di al-Jazeera per otto anni ed ex inviato di guerra per la televisione araba, sono diventate di dominio pubblico il 20 settembre scorso, una miriade di voci incontrollate hanno iniziato a circolare negli ambienti del giornalismo, della diplomazia e della politica internazionali.
"Ho già informato il presidente della mia volontà di lasciare le funzioni amministrative al termine di otto anni, e lui e' stato comprensivo", ha scritto nel suo messaggio Khanfar. "Durante i miei otto anni ad al-Jazeera, il mio obiettivo era quello di portare il network da una dimensione locale ad un livello globale. Questo target è stato raggiunto ed ora l'organizzazione gode di una robusta e solida posizione", ha spiegato. Non fa una grinza, solo che non è andata proprio così.
Khanfar, infatti, è stato costretto a dare le dimissioni per avere modificato la copertura della guerra in Iraq nel 2005 su pressione degli Stati Uniti. A rivelarlo un documento riservato pubblicato da Wikileaks. Si tratta di un dispaccio, datato ottobre 2005, firmato dall'ambasciatore Usa in Qatar dell'epoca, Chase Untermeyer descriveva nei dettagli l'incontro con Khanfar a cui consegnò la copia di un rapporto della DIA (United States Defense Intelligence Agency) sulla copertura di al-Jazeera della guerra in Iraq. Il direttore rispose che aveva già ricevuto un'anticipazione del rapporto dal governo del Qatar e suggerì di fissare un incontro che coinvolgesse tutte e tre le parti. Chiese anche esplicitamente a Untermeyer di mantenere la massima riservatezza sulla sua collaborazione.
In quel periodo gli Stati Uniti erano furiosi con al-Jazeera: la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan, nelle cronache del network del Qatar, erano diventate una spina nel fianco del Pentagono e della Casa Bianca. Il clan dei neocon, Dick Cheney in testa, lanciavano strali ogni giorno contro la rete del Qatar.
Durante quell'incontro Khanfar cercò di convincere l'ambasciatore che la copertura delle notizie era stata imparziale e disse che avrebbe preparato un rapporto in risposta ai punti contestati da quello statunitense. In almeno un passaggio disse esplicitamente di avere cambiato il taglio di un servizio su esplicita richiesta degli Stati Uniti: aveva fatto rimuovere due immagini in cui si vedevano bambini feriti in un ospedale e una donna con una brutta ferita alla faccia. E di fronte a una nuova richiesta dell'ambasciatore rispose: ''Non subito, perché si noterebbe. Tra due o tre giorni''.
La notizia del cablo è stata diffusa dalla stampa araba vicina alla monarchia saudita, con la quale il Qatar è alleato da sempre. Ora non è un mistero, in nessuna parte del mondo, che i direttori dei grandi mezzi d'informazione parlino con politici e servizi segreti. Tutto dipende da come lo si racconta. E' ovvio che, messa così, Khanfar ne esce male.
L'intento potrebbe essere proprio quello. Utilizzando un metro di giudizio non emotivo, è normale che Khanfar tentasse di tenere buoni gli Usa. Non dimentichiamo che almeno due giornalisti di al-Jazeera sono stati arrestati: Sami al Hajj, giornalista sudanese, arrestato in Pakistan nel 2001 e Samer Allawi era stato arrestato ad agosto 2011 mentre dalla Giordania tentava di entrare in Cisgiordania dopo una visita familiare. Il giornalista palestinese, a capo dell'ufficio di Al-Jazeera a Kabul, era stato accusato di far parte del movimento islamico Hamas e di avere "contatti" con la sua ala militare.
Ci sono mille altri casi di conflitto tra l'amministrazione Usa e al-Jazeera nel decennio della 'guerra al terrore' inaugurata dagli attacchi a Washingotn e New York del 2001. Ma adesso, dall'inizio delle rivolte arabe, la sintonia è cambiata. Molto cambiata. Ecco che, in un crescendo di apprezzamenti, il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton arriva a dire che ''stiamo perdendo la guerra dell'informazione. I canali televisivi Usa mandano in onda spot, mentre al-Jazeera in Usa cresce in audience perché fa vero giornalismo''.
Un cambio di relazioni internazionali che, dopo le dimissioni di Khanfar, chiude un'epoca. Quella di al-Jazeera in prima linea contro la 'propaganda' occidentale. Oggi, invece, è al-Jazeera ad essere accusata di fare propaganda pro-rivoluzioni. Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria. In tanti hanno accusato il network di scarsa oggettività, di scarso controllo delle fonti. A prescindere, sempre e comunque contro il governo di turno, chiamato sempre 'regime'. A onor del vero, il bello di al-Jazeera è che basava la sua credibilità sulla capacità di svelare i misfatti di Usa e Israele quanto quelli dei governi arabi. Solo che adesso i 'governi' amici sono svaniti dal palinsesto, come hanno detto pezzi da novanta dle palinsesto tipo Ghaddour e Lamis Andoni, che hanno pubblicamente accusato la rete di aver perso la fiducia e si sono dimessi.
Un fenomeno casuale? Difficile dirlo, ma il fatto che il Qatar, a livello diplomatico, sia diventato un punto di forza della strategia di 'supporto', più o meno esterno, di Usa e Ue alle rivolte arabe fa riflettere. Al punto che la famiglia reale del Qatar, gli al-Thani, si erano sempre vantati di aver salvato - nel 1996 - quello che all'epoca era l'ufficio di corrispondenza della Bbc a Doha, lasciando piena libertà editoriale. Vero, fino a oggi. Al posto di Khanfar è stato nominato lo sceicco Ahmad bin Jasem bin Muhammed al-Thani, membro della famiglia reale. Ad al-Jazeera, di sicuro, qualcosa è cambiato.

La “libertà” di Al Jazeera (Fonte: Militant - Blog)

Al Jazeera è, in questo momento, il più importante canale televisivo del mondo. Nessun altro network mediatico, infatti, ha la capacità di arrivare ad un pubblico tanto vasto, e in più con un grado di influenza fuori dal normale. Trecento o quattrocento milioni di potenziali telespettatori, senza contare i migranti che continuano a seguirla nei paesi occidentali, una ventina di paesi e di redazioni sparse per il mondo arabo, e un grado di affidabilità e legittimità che nel frattempo si è andata conquistando nell’opinione pubblica, che la rendono nei fatti uno dei media più influenti del pianeta.
Al Jazeera, soprattutto, è il network televisivo che ha fomentato, incanalato e narrato le rivolte arabe dei mesi scorsi. La sua cronaca quotidiana, i suoi inviati dentro le proteste, le sue interviste esclusive, ma soprattutto il suo parteggiare apertamente per le rivolte, hanno contribuito a creare, nell’opinione pubblica araba, quell’epicità necessaria che rendeva quelle manifestazioni non semplici proteste, ma il segno di una storia che cambiava di segno. Tutto questo ha anche influito nell’opinione pubblica occidentale, felice di citare in ogni dove il presunto media arabo indipendente che raccontava le lotte in una maniera che non aveva precedenti. Insomma, Al Jazeera ha rappresentato, in questi anni, il più classico degli strumenti con cui formare l’opinione pubblica e amplificare i messaggi che dovevano essere trasmessi alle popolazioni arabe.

Bene, oggi, grazie alle rivelazioni sempre preziosissime di Wikileaks, veniamo a sapere che il suo direttore generale era un agente della CIA. Wadah Khanfar, oltretutto palestinese (gli infami stanno proprio dappertutto insomma), non sarebbe altro che un agente in diretto contatto con i servizi segreti americani di stanza a Doha, in Qatar. Il Qatar è anche, di passaggio, lo Stato padrone della rete televisiva in questione. In aggiunta, è lo Stato che “ospita” il comando di tutte le forze armate americane stanziate nel golfo Persico. Detto questo, il direttore in questione si è dimesso proprio alcuni giorni fa per non affrontare il peso delle rivelazioni; la notizia, però, è un’altra, e cioè che il suo sostituto non è altro che un membro della casa reale del Qatar, che non è neanche giornalista ma semplicemente un “oscuro burocrate”, come viene definito, della casa reale stessa.

Detto questo, quindi, abbiamo una serie di elementi che ci pongono diversi dubbi su alcune narrazioni fatte nei mesi precedenti. Ad esempio, che definire Al Jazeera una rete “libera”, o “indipendente”, è un po’ come dire che Emilio Fede sia un giornalista obiettivo. Ma il punto è evidentemente un altro: Al Jazeera era, e rimane, la rete con cui gli Stati Uniti veicolano i loro messaggi nei territori arabi. Lo strumento d’informazione di massa con cui vengono immessi, platealmente o a livello subliminale, i messaggi che gli Stati Uniti vogliono che siano immessi. Tutta la narrazione fatta proprio da Al Jazeera di quelle rivolte era perfettamente coincidente con quella che volevano gli Stati Uniti. Insomma, un altro tassello in più, ma fondamentale, per capire a chi e a che cosa hanno giovato quelle rivolte, e soprattutto quali sono gli attori internazionali che oggi escono veramente vincitori dall’evolversi di quelle rivolte.

Coloro che invece manifestavano sinceramente – e ingenuamente – sono gli stessi che continuano a scendere in piazza, sempre di meno e sempre più repressi, senza che però alcun media occidentale, né tantomeno Al Jazeera, torni a continuare quella narrazione epica che aveva contraddistinto i mesi scorsi. Gli unici momenti in cui sembra riaccendersi l’attenzione arabo-occidentale sono rappresentati dai processi farsa a Mubarak o qualche manifestazione contro Assad. Per il resto, tutto appare pacificato, i compagni arabi sembrano essere scomparsi da quando sono scomparse le “moltitudini” che reclamavano “libertà” contro i regimi autoritari del Medio Oriente.

Grazie a Wikileaks, un altro piccolo passo verso una qualche forma di ricostruzione reale di ciò che è avvenuto è stato fatto. Noi, come al solito, continueremo a monitorare, per cercare di capire cosa è davvero accaduto in quei mesi, senza fermarci alle verità di comodo in cui sono cascati fin troppi, dalle nostre parti.

Cristian Elia - Peacereporter

Fonte

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