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(13 Settembre 2012) Enzo Apicella

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    (Capitale e lavoro)

    Trasformiamo l’indignazione in conflitto

    Verso il 15 ottobre costruiamo piazze antagoniste

    (30 Settembre 2011)

    Il terzo anno dall’inizio della prima grande crisi strutturale del nuovo millennio si chiude, in Italia, con l’approvazione di una manovra governativa che aggredisce le condizioni di vita del neoproletariato, erode quanto rimane dello stato sociale, stravolge il quadro normativo della contrattazione del lavoro. Siamo di fronte alla versione italiana di una strategia dominante, in particolare in Europa, che ha visto in forme diverse il Capitale ricercare una via d’uscita dalla crisi comprimendo salari e diritti e praticando una precarizzazione totale di ogni forma di rapporto di lavoro e di rapporto sociale.
    L’agire in una dimensione pienamente politica della Banca Centrale Europea, la sua capacità di imporre le scelte di politica economica nell’area dell’euro, segna un ulteriore passaggio verso il declino della sovranità dello stato nazionale.
    Lo scenario della crisi ha però subito una mutazione per noi importante portando in scena nuove soggettività sociali capaci, sia pure in modo ancora embrionale e contraddittorio, di incrinare quel quadro di apparente pacificazione, di supposta “fine della storia”.
    Realtà del Nord Africa, del Sud America, dell’Europa sono state percorse nell’ultimo anno da un’ondata d’insorgenze sociali differenziate dal punto di vista del tipo di rivendicazioni, della radicalità, dell’estensione temporale e quantitativa e della composizione sociale. Sono movimenti che assumono particolare rilevanza dal momento che si coniugano con la crisi economico-finanziaria, si esprimono su scala globale e si muovono totalmente al di fuori delle rappresentanze politico-partitiche tradizionali. Estranei agli stessi partiti storici della “sinistra” e in non pochi casi anche ai sindacati eredi dell’esperienza del movimento operaio del Novecento. Il non sentirsi rappresentati da alcuna forza politica è una costante che attraversa i movimenti di questi ultimi tre anni, dall’Onda italiana ai movimenti israeliani passando per gli indignados spagnoli.
    La lettura che viene fatta di quest’ondata globale tende ad accomunare, da sponde e con contenuti opposti, il sistema mediatico e settori consistenti delle forze antisistemiche in una visione che tendenzialmente riduce la complessità di questi fenomeni all’omogeneità. Sono interpretazioni che appiattendo le diversità ci esentano dall’analisi e dalla valutazione, dalla necessità di individuare le tendenze più incisive dei processi sociali che vanno messe in luce, potenziate e generalizzate.
    Sono sicuramente evidenti i limiti di prospettiva dei recenti movimenti, le loro carenze dal punto di vista della critica radicale al sistema, la costruzione di un immaginario in cui è quasi del tutto assente l’idea della necessità del superamento degli attuali rapporti sociali, della costruzione di una cooperazione sociale nuova, di un diverso “comune”.
    Sarebbe però miope non comprendere come quest’“onda indignata” sia l’apparizione aurorale di un grande sommovimento sociale che esprime il lato soggettivo della crisi di egemonia del Capitale nella sua forma liberista. Nello stesso tempo non si può sottovalutare l’elemento dell’estraneità a tutte le forme di rappresentanza liberal-borghese e tradizionale. Queste due componenti dei nuovi movimenti ci sembrano segnali di trasformazioni nella soggettività neoproletaria prodotte dalla lunga “crisi della rappresentanza” e dalle martellanti politiche economiche neoliberiste. Sono insorgenze che indicano l’emergere della percezione della possibilità di produrre cambiamenti sociali, si tratta quantomeno di un’apertura verso possibili conflitti radicali. Una percezione già in grado di attivare movimenti di massa significativi che magari non sempre sanno mirare ai meccanismi di produzione e riproduzione sociale, d’altra parte si sa che i movimenti cucinano con gli ingredienti che i tempi mettono a loro disposizione.
    Sono segnali sufficienti per consentirci di uscire da trent’anni di minoritarismo, sono quel “movimento reale” dentro cui è possibile stare ed operare perché possa diventare “un movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.
    La scadenza di lotta globale del 15 ottobre è un’opportunità importante che deve essere colta ed affrontata con l’unico approccio efficace che è quello della costruzione della giornata, della pratica di conflitti in tutte quelle realtà e quegli spazi in cui c’è lotta per il salario, per il reddito, i bisogni sociali, la difesa dei beni comuni, facendo maturare processi di aggregazione che sappiano dare sostanza a quelle che saranno le iniziative del 15 ottobre.
    Sarebbero perdenti le ripetizioni, tipiche del decennio passato, dello scadenzialismo sia nella versione “passeggiata” sia nella versione dello scontro spettacolare, sarebbero forme oramai scontate e attese dalla controparte e dal sistema mediatico e che nulla sedimentano.
    Il 15 ottobre può diventare una preziosa opportunità purché assuma i connotati adeguati ai bisogni dello scontro in atto e si ponga in una scala quantomeno europea perché lo spazio europeo è il nostro orizzonte, è il terreno del conflitto che ci viene imposto.
    Il problema che abbiamo di fronte è squisitamente politico e si dispiega attorno ai nodi di sempre: i bisogni antagonisti, l’autonomia e l’indipendenza di classe, la ri/composizione del soggetto, l’organizzazione e la forza.

    L'editoriale del numero Zero/5 di Lotta Continua a cura della Redazione

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