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No al debito: nasce un movimento politico e sociale

(3 Ottobre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

No al debito: nasce un movimento politico e sociale

foto: www.radiocittaperta.it

Una grande assemblea, quella tenutasi al teatro Ambra Jovinelli di Roma il 1 ottobre.
Oltre 800 partecipanti, con 25 interventi provenienti da associazioni, sindacati, comitati, organizzazioni della sinistra, intellettuali. Parola d'ordine centrale, "Noi il debito non lo paghiamo" che diventerà il collante di questo "spazio politico pubblico" come lo ha definito Giorgio Cremaschi aprendo i lavori a partire dalla manifestazione del 15 ottobre, quando questo schieramento sfilerà dietro uno striscione unitario con quella parola d'ordine.
Ma il dibattito ha chiesto di più della semplice manifestazione: costruzione di comitati, capacità di interlocuzione sociale di massa, centralità dei giovani e soprattutto il rifiuto dell'assemblaggio di forze politiche e sindacali residuate di una fase precedente.
L'assemblea ha avuto un'introduzione d'onore con la video intervista a Andrea Camilleri che si è pronunciato per l'illegittimità del debito e contro un mercato liberista "che assomiglia troppo a una grande Parmalat".
Importante anche l'intervento di Alex Zanotelli, sia pure letto da un esponente del movimento pacifista e non violento del padre missionario.
Cremaschi, nella sua relazione introduttiva, ha posto l'attenzione sulla lettera della Bce con cui è stata chiesta una manovra durissima al governo italiano. "Due privati cittadini, Trichet e Draghi, - ha detto - scrivono al presidente del Consiglio con arroganza. Si sarebbe dovuto aprire un dibattito politico, anche da parte dei “narratori”. Invece, silenzio totale", Da qui, la traccia del dibattito dell'assemblea: costruire uno schieramento, "un movimento politico e sociale" autonomo dagli schieramenti politici, distinto dal governo e dalle opposizioni, in grado di capire la pericolosità di Berlusconi ma anche dei diktat della Bce. "Perché prima della Bce c'era Marchionne" ha detto Cremaschi, invitando a respingere l'appello alla coesione nazionale di Giorgio Napolitano.
Da qui la centralità della piattaforma con cui questo "spazio pubblico" si presenterà sulla scena politica: il no al debito, la riduzione drastica delle spese militari, il rifiuto degli accordi della concertazione (28 giugno) e il no alla precarizzazione del lavoro, la difesa dei beni comuni (a partire dal no alla Tav), la democrazia con la parità dei diritti per i migranti e la libertà di informazione. Saranno questi gli ingredienti di una mozione conclusiva votata a stragrande maggioranza dall'assemblea. In cui spunta anche la richiesta di un referendum sull'Europa. "Costruiamo un progetto politico, ha detto ancora Cremaschi, ma non un cartello elettorale" ha precisato.
Un punto questo sottoscritto da tutti gli interventi "politici" che si sono susseguiti, anche se con accenti diversi. Se, infatti, la Rete dei comunisti ha invitato comunque a porsi, in prospettiva, il problema di una rappresentanza politica, Flavia D'Angeli di Sinistra Critica - che ha rinunciato a due minuti del suo intervento per far parlare i precari della Scuola - ha avvertito dal pericolo di "assemblare un vecchio ceto politico" indicando la strada del fronte unitario, dell'investimento sul movimento e indicando per una nuova sinistra anticapitalista la necessità delle giovani generazioni e "di nuove avanguardie sociali". Marco Ferrando, del Pcl, ha riproposto la necessità di guardare ai contenuti programmatici di questo movimento unitario mentre più tradizionali sono apparsi gli interventi di Sinistra popolare (il partito di Marco Rizzo per il quale è intervenuto Antonio Mustillo) e di Falce e Martello. Paolo Ferrero, invece, intervenuto tra gli ultimi, ha ribadito l'interesse di Rifondazione comunista a stare in questo movimento e a rispettare la piena autonomia e indipendenza dagli schieramenti politici, "perché un errore si può fare una volta ma non due". Però, allo stesso tempo, ha lasciato capire che il suo partito terrà le mani libere dal punto di vista delle alleanze.
Più interessanti gli interventi "sociali". Da quello di Paolo Divetta, di Roma Bene Comune, che ha chiesto di "non fare la somma ma la differenza" e di far vivere i contenuti di questa iniziativa nel conflitto a partire dal 15 ottobre; a quello di Giorgio Sestili di Atenei in Rivolta che ha chiesto di "non ripetere un film già visto" ma di scommettere davvero su uno "spazio politico e sociale nuovo" interessante per le giovani generazioni. E poi, ancora, Nicoletta Dosio, dei noTav, contraria al partito trasversale degli affari che vuole la Tav, Eliana Como, della Fiom, che ha criticato la piattaforma del suo sindacato, Alessandro Murgo degli Autoconvocati che ha invitato a fare una campagna di massa sapendo spiegare bene cosa vuol dire non pagare il debito. Molto applaudito anche il "vecchio" Ezio Gallori, sindacalista storico dei macchinisti che ha ricordato di aver avuto a che fare con tutti i ministri della sinistra che si sono cimentati con i Trasporti e di esserne uscito male e di ripartire quindi dal conflitto non episodico e nemmeno avanguardista. Molto applauditi anche Giulietto Chiesa e Pietro Marongiu dell'Isola dei cassaintegrati, ultimo intervento, tutto centrato sulla necessità di scommettere, al di là della presenza in sala, sui giovani.
Si è chiuso "con un voto esplicito" sulla mozione finale, come ha chiesto Cremaschi, riconvocandosi a dicembre. Prima ci sarà la manifestazione del 15 ottobre e l'impegno a riportare tutto nelle realtà locali.

Nasce il movimento "No debito"
Checchino Antonini, Liberazione


Una grande assemblea, quella tenutasi al teatro Ambra Jovinelli di Roma oggi. Oltre 800 partecipanti, con 25 interventi provenienti da associazioni, sindacati, comitati, organizzazioni della sinistra, intellettuali. Parola d'ordine centrale, "Noi il debito non lo paghiamo" che diventerà il collante di questo "spazio politico pubblico" come lo ha definito Giorgio Cremaschi aprendo i lavori a partire dalla manifestazione del 15 ottobre, quando questo schieramento sfilerà dietro uno striscione unitario con questa parola d'ordine. Ma il dibattito ha chiesto di più della semplice manifestazione: costruzione di comitati, capacità di interlocuzione sociale di massa, centralità dei giovani e soprattutto il rifiuto dell'assemblaggio di forze politiche e sindacali residuate di una fase precedente. La verifica del percorso in una nuova assemblea da costruire per dicembre. Paolo Ferrero, intervenuto tra gli ultimi, ha annunciato che Rifondazione comunista ci sta in questo movimento e ne rispetta l’autonomia e l’indipendenza dagli schieramenti politici, «perché un errore si può fare una volta ma non due», ha spiegato con riferimento alla svolta politicista che portò il Prc nell’Unione. Quello che il segretario del Prc intravede nella sala affollata è lo stato nascente di uno spazio «che manca»e che ha un compito duplice: «Spiegare la crisi, fornire una critica dell’economia politica, e intrecciarsi con le lotte ché, altrimenti, rischiano di restare difensive».
L'assemblea ha avuto un'introduzione d'onore con la video intervista a Andrea Camilleri che si è pronunciato per l'illegittimità del debito e contro un mercato liberista "che assomiglia troppo a una grande Parmalat". Importante anche l'intervento di Alex Zanotelli, sia pure letto da un esponente del movimento pacifista e non violento del padre missionario.
Cremaschi, nella sua relazione introduttiva, ha posto l'attenzione sulla lettera della Bce con cui è stata chiesta una manovra durissima al governo italiano. "Due privati cittadini, Trichet e Draghi, - ha detto - scrivono al presidente del Consiglio con arroganza. Si sarebbe dovuto aprire un dibattito politico, anche da parte dei “narratori”. Invece, silenzio totale", Da qui, la traccia del dibattito dell'assemblea: costruire uno schieramento, "un movimento politico e sociale" autonomo dagli schieramenti politici, distinto dal governo e dalle opposizioni, in grado di capire la pericolosità di Berlusconi ma anche dei diktat della Bce. "Perché prima della Bce c'era Marchionne" ha detto Cremaschi, invitando a respingere l'appello alla coesione nazionale di Giorgio Napolitano.
Da qui la centralità della piattaforma con cui questo "spazio pubblico" si presenterà sulla scena politica: il no al debito, la riduzione drastica delle spese militari, il rifiuto degli accordi della concertazione (28 giugno) e il no alla precarizzazione del lavoro, la difesa dei beni comuni (a partire dal no alla Tav), la democrazia con la parità dei diritti per i migranti e la libertà di informazione. Saranno questi gli ingredienti di una mozione conclusiva votata a stragrande maggioranza dall'assemblea. In cui spunta anche la richiesta di un referendum sull'Europa. "Costruiamo un progetto politico, ha detto ancora Cremaschi, ma non un cartello elettorale". Tra gli interventi "sociali" quello di Paolo Divetta, di Roma Bene Comune, che ha chiesto di "non fare la somma ma la differenza" e di far vivere i contenuti di questa iniziativa nel conflitto a partire dal 15 ottobre; e quello di Giorgio Sestili di Atenei in Rivolta

Dobbiamo fermarli
Ylenia Sina, Il Manifesto


«Tutti quelli che stanno in questa sala rimandano al mittente la lettera che la Banca centrale europea ha mandato al governo italiano». Questo è il punto «discriminante» emerso dall’assemblea che si è tenuta ieri mattina a Roma al teatro Ambra Jovinelli dove oltre un migliaio di persone tra sindacalisti, attivisti dei movimenti sociali e militanti dei partiti politici si sono incontrate per dare corpo all’appello «Dobbiamo fermarli». L’incontro di ieri ha segnato la nascita di uno spazio politico pubblico, indipendente e senza alcun interesse elettorale, che si è posto l’obbiettivo di opporsi, «senza compromessi o accordi concertativi», al governo delle banche e ai diktat economici imposti dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. Quattro ore di interventi – aperti da Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom – durante le quali hanno preso parola sindacalisti (Fiom, sindacati di base), attivisti, studenti (Atenei in rivolta), femministe, rappresentanti politici (Prc, Sc, Pcl, Rdc), intellettuali, ambientalisti. Tutti decisi a «Non pagare il debito».
Che cosa indichi concretamente quello che «non vogliamo che rimanga solo uno slogan» se lo sono chiesto da più parti. L’hanno domandato i delegati sindacali che da lunedì torneranno «tra i lavoratori». Alla domanda ha provato a rispondere anche Paolo di Vetta della rete Roma Bene Comune che ha parlato «di esercitare sovranità nei nostri territori e sul reddito che ci spetta e che ci libera da un lavoro senza diritti». «Noi il debito non lo paghiamo», quindi, è il punto sul quale concentrarsi nei prossimi mesi «anche dal punto di vista teorico con l’elaborazione di una nuova critica dell’economia» ha spiegato Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista. Ciro Pesacane del Forum Ambientalista prova a ribaltare la prospettiva ricordando la necessità «di rivedere il nostro modello di sviluppo». Sul che cosa significhi, invece, la costruzione di uno spazio politico pubblico, ha parlato Fabrizio Tomaselli dell’Unione sindacale di base che ha affermato come «dovremmo ragionare su tre livelli – politico, sindacale e sociale – che non sono sovrapponibili ma che possono porsi obbiettivi comuni». E se il mondo del lavoro si è dato come «discriminante» l’accordo «dei sindacati complici» del 28 giugno, nella discussione di ieri hanno tracciato linee direttive anche le istanze provenienti dall’universo migrante o da quello delle donne. Applaudito anche l’intervento di Alex Zanotelli che, non potendo essere presente di persona, ha partecipato con il proprio appello contro le spese militari. E infine l’informazione e «la libertà del web, essenziale per la battaglia per l’egemonia» ha ricordato Jacopo Venier di LiberaTv. Tra i presenti anche Vittorio Agnoletto e Giulietto Chiesa .
Così alla fine sono stati riconfermati per alzata di mano i cinque punti dell’appello che ha dato vita all’assemblea: non pagare il debito, tagli delle spese militari, giustizia nei posti di lavoro, difesa dei beni comuni, riaffermazione della democrazia. Da domani si tratterà di diffonderli e di approfondirli con assemblee nei territori, ha affermato tra gli applausi Nicoletta Dosio del movimento No Tav della Val di Susa. Prossimo appuntamento a dicembre per tornare a confrontarsi in un’altra assemblea. Ma prima, il 15 ottobre, in piazza con lo striscione «Noi il debito non lo paghiamo».
Ylenia Sina

INTERVISTA Cremaschi: «Iniziamo un percorso, per un movimento che interviene nella politica»
«La lettera della Bce come il ricatto di Marchionne»


Rocco di Michele - Il Manifesto

La partenza di questo nuovo insieme («Noi il debito non lo paghiamo») è tenuta a battesimo da Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra Fiom e ancora oggi presidente del suo Comitato centrale.
Ancora sacrifici per «pagare il debito». Un dogma indiscutibile, per molti protagonisti…
E non deve essere così. Mi pare che non pagare il debito oggi significhi dire «no», rimandare al mittente, la lettera di Draghi e Trichet, che è l’equivalente – per la società italiana – del ricatto di Marchionne su Pomigliano. Questo debito non può essere pagato, ci troviamo davanti ormai a tassi da usura che lo rendono impossibile. Può essere diminuito, ricontrattato, ecc, ma non possiamo sottostare al vincolo del debito e dei patti europei, perché questi distruggono i nostri diritti. Come dimostra la lettera dei due banchieri, siamo già molto avanti su questa strada. Non solo si permettono di dire al governo dove cambiare la spesa, ma anche di indicare quali diritti dei lavoratori vanno aboliti, fino a modificare la Costituzione per inserirvi l’obbligo al pareggio di Bilancio. Credo che siamo ormai una repubblica commissariata. Quindi non siamo più in una democrazia.
Fate anche una critica molto forte alla politica in Parlamento…
Assolutamente sì. Mi aspettavo – ma forse sono un illuso – che il dibattito sulla lettera fosse su quello. Invece è stata semplicemente fatta propria, senza discuterne. La politica italiana si comporta come nei confronti di un’amministrazione multinazionale che approva spese per miliardi di euro proposte dalla «tecnostruttura», per «salvare le banche», senza che deputati lautamente pagati dicano niente. E poi si mette a litigare sulle spese per il tè delle cinque. L’Italia in questo momento è così. Naturalmente la responsabilità principale ce l’ha Bellusco, l’immiserimento della politica italiana deriva dalla sua permanenza lì. Temo che sia vero quello che diceva Woody Allen: «non litigate con un cretino, perché qualcuno potrebbe non accorgersi della differenza». L’opposizione mi sembra oggi in questa condizione.
Il movimento che parte oggi, è solo sociale o anche politico?
Ovviamente non puntiamo a scelte elettorali, ma vogliamo buttare dentro la politica italiana questi contenuti. Non a caso abbiamo fatto un parallelo con l’Islanda, un paese dove i movimenti dal basso sono riusciti a costruire rifermenti, iniziative e conquiste di democrazia. Questa è la questione di fondo. Il pagamento del debito rischia di compromettere il futuro di intere generazioni, avremo un massacro sociale senza precedenti e non siamo chiamati a discutere di nulla. Questo è mostruoso.
È un movimento eterogeneo, con componenti anche molto conflittuali tra loro. Come si supera in positivo questa frammentazione?
Noi abbiamo proposto un percorso, e non sarà una cosa semplice. Abbiamo alle spalle numerosi tentativi andati male, ma abbiamo anche imparato molto. Vogliamo costruire anche strumenti e procedure democratiche, non possiamo ragionare solo con gli equilibri interni. Siamo partiti con una piattaforma da discutere e perfezionare, verificandola nel confronto con i movimenti. L’obiettivo è arrivare a dicembre a costruire un movimento organizzato che interviene nella politica e che definisce – non lo escludiamo – iniziative e mobilitazioni. Il 15 ottobre per noi è solo un momento, in questo percorso. Bisogna anche uscire dagli schemi tradizionali. Mi colpisce molto quello che sta avvenendo a Wall Street. Forse andare a presidiare la Banca d’Italia e fare una grande assemblea permanente là sotto potrebbe essere un punto di partenza. Non è un discorso nazionalista, perché non siamo noi che vogliamo uscire dall’Europa, ma è l’Europa delle banche che deve uscirne.

Il Megafono Quotidiano

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