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(30 Aprile 2011) Enzo Apicella

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Tripoli 100 anni dopo.

(1 Ottobre 2011)

A 100 anni dall’occupazione italiana, la Libia torna in mani occidentali. L’imperialismo europeo batte un colpo per recuperare risorse strategiche e ammonire la mano d’opera d’oltremare. La spartizione del bottino di guerra è in atto, ma tra le fila dei “ribelli” libici e in molte città del paese occupato i conti non tornano.

Nel museo degli orrori del colonialismo occorrerà aggiungere Sirte, città tripolitana sotto assedio da oltre un mese, come altre città irachene, afgane, libanesi, palestinesi o jugoslave. 100.000 gli abitanti di Sirte, quotidianamente bombardati dalla NATO. Quale coalizione di "volenterosi" andrà ad abbattere gli indisturbati caccia atlantici?

Il silenzio complice dei mass media su quello che sta avvenendo in Libia in questi giorni indica come stampa, TV e grandi network telematici si siano oramai trasformati in veri e propri strumenti militari a disposizione della NATO.

L’occupazione della capitale libica, la fuga di Gheddafi e dei suoi sodali, il massacro di centinaia di funzionari governativi e delle loro famiglie eseguito casa per casa, hanno assolto alla funzione di chiudere - per il grande pubblico - il “Capitolo Libia”.

Si tratta ora di spartire i ricchi pozzi petroliferi e gasieri situati in Tripolitania e Cirenaica. Operazione complicata e poco telegenica. Gli affari esigono riservatezza e silenzio stampa.

La divisione del bottino di guerra, com’è emerso durante il summit parigino degli “amici della Libia”, svoltosi lo scorso 1 settembre, avviene attraverso l’attenta quantificazione dei bombardamenti e del sostegno logistico/militare fornito ai cosiddetti “ribelli” libici. Nella macabra graduatoria il presidente francese Nicolas Sarkozy è in pole position, assicurando al suo paese il 35% delle commesse, per gli indubbi meriti conquistati sul campo.

Il nostro paese, grazie alla spregiudicata politica estera berlusconiana, aveva consolidato rapporti commerciali e industriali di prim’ordine con la Libia di Gheddafi.

Le miserabili piroette della diplomazia italiana hanno trasformato, nel giro di poche settimane, ritrosie e tentennamenti sull’aggressione contro l’ex amico libico in entusiastica partecipazione ai bombardamenti e alla copertura delle operazioni militari, attraverso la concessione del complesso sistema di basi militari USA/NATO presenti nel nostro paese.

Il voltagabbana della banda di criminali insediati a Palazzo Chigi, per il quale ha attivamente operato il Presidente Napolitano e il PD, ha permesso in corso d’opera un recupero di posizioni dell’azienda Italia, garantendo all’ENI un ruolo importante nell’estrazione, trasformazione e commercializzazione dell’ottimo petrolio libico, ma la volata francese e anglo/americana nei bombardamenti dei primi giorni ha ridimensionato considerevolmente la presenza geopolitica italiana nel paese arabo.

La leadership politica italiota si presenta così all’anniversario dei 100 anni dall’occupazione della “quarta sponda” con un bilancio in rosso, sia in termini di credibilità internazionale, sia di capacità politico/militare nel difendere l’interesse nazionale.

L’unico elemento di continuità con le gesta del secolo scorso è quello della ferocia, che porta di nuovo i bombardieri con il tricolore a massacrare civili innocenti in un paese che mai ha offeso né minacciato il nostro. La prima occupazione italiana della Libia durò trentadue anni e centinaia di migliaia di vittime tra i libici, uccisi dai bombardamenti, dall’iprite e dai campi di concentramento del democratico Giolitti e poi del fascista Graziani.

Le notizie che giungono dalle città che resistono ai bombardamenti della NATO, le divisioni interne alla sgangherata coalizione di “ribelli” creata dai servizi segreti anglo francesi nei mesi precedenti l’inizio dei bombardamenti, prospettano uno scenario di instabilità e conflitto permanente in quel che rimane della Libia. Ancora una volta l’arroganza delle cancellerie occidentali non ha calcolato una variabile fondamentale: il popolo che abita il paese occupato.

Non sappiamo se e per quanto durerà la resistenza dei libici contro l’occupazione occidentale, né quali saranno le caratteristiche che assumerà. Gli elementi che abbiamo ci dicono che il conflitto potrebbe durare a lungo, assumendo una fisionomia spuria, dove tribalismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso si potrebbero fondere in una miscela esplosiva, difficilmente gestibile da un governo estero – diretto.

Purtroppo in quello scenario i rivoluzionari rischiano di avere pochi o nessun punto di riferimento diretto. Da oltre quindici anni l’ipotesi della Jamaijria araba e socialista si era trasformata in un sistema lontano anni luce dai propositi del golpe del 1969, quando i giovani ufficiali libici guidati dal Colonnello Gheddafi cacciarono via Re Idriss, messo al governo del paese arabo dalle compagnie petrolifere inglesi. Insieme al Re furono cacciate dalla Libia le compagnie petrolifere e le basi militari straniere. Il petrolio venne nazionalizzato e sino al 18 marzo 2011 (giorno prima dei bombardamenti francesi) il 90% dei profitti erano incamerati dallo Stato per garantire ai libici un reddito medio pro-capite sei volte superiore a quello di tutti i cittadini dei paesi limitrofi. Questa è una delle principali ragioni della nuova aggressione imperialista.

L’unico riferimento che abbiamo per continuare a lottare contro questa nuova aggressione è il principio di autodeterminazione dei popoli. I comunisti appoggeranno sempre le lotte di liberazione nazionale. Per questo oggi siamo al fianco di chi in Libia si batte contro i mercenari della NATO e con coloro i quali, nel nostro paese, ricorderanno l’anniversario dei 100 anni dalla prima occupazione della Libia.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è battuto con tutte le sue forze perché l’anniversario dell’Unità d’Italia divenisse un momento centrale della vita politica e culturale del paese. Con immense risorse economiche sottratte all’esangue erario nazionale, ci è riuscito. Dubitiamo fortemente che si attivi con la stessa foga per ricordare il 5 ottobre 1911, quando l’allora primo ministro Giolitti ordinò l’occupazione della Libia. La correità con l'infamia di oggi suggerisce al Giorgio nazionale piuttosto l'oblio.

Faremo a meno di Napolitano, ma con l’occasione ci preme ricordare al Presidente un altro anniversario, il 29 aprile 1945, quando i continuatori dell’avventura giolittiana furono giudicati da un tribunale particolare, che trovò sede in una piazza di Milano.

Ci auspichiamo che un giorno i responsabili di questa nuova aggressione, dei massacri invisibili perpetrati dai bombardieri sfornati dalle aziende Finmeccanica, siano giudicati per crimini contro l’umanità. Infine, una nota tranquillizzante: I criminali di oggi sono fortunati, dato che l’esperienza ci ha insegnato la superiorità, la maggiore umanità e utilità dei campi di lavoro e rieducazione rispetto alla giustizia sommaria di Piazzale Loreto.

Valter Lorenzi
Rete dei Comunisti

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