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(30 Luglio 2011) Enzo Apicella

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Seminario sulla crisi. Pisa 7 Ottobre 2011

Introduzione

(8 Ottobre 2011)

La crisi di sistema sta per stravolgere tutto e tutti e per alcuni anni abbiamo pensato che questa crisi, iniziata nel 2007-2008, non ci riguardasse. Grave errore perché la crisi iniziata nel decennio scorso (ma ancora prima esplosa nel Continente asiatico e latino americano) continuerà per anni distruggendo posti di lavoro, welfare, gettando sul lastrico intere economie nazionali.
E’ una crisi di sistema alimentata dal credito e dalla finanza che hanno creato una crescita fittizia attraverso processi speculativi e circolazione di capitale e di prestito anche a chi poi non è stato in grado di garantire i pagamenti come insegna la vicenda dei mutui in Usa..

Da anni il potere di acquisto dei salari e delle pensioni sta subendo una feroce erosione, cresce l’indebitamento delle famiglie soprattutto quelle americane e del Nord Europa (in Italia il fenomeno arriva con qualche anno di ritardo per la diversa composizione sociale e perché gli attuali pensionati, al contrario dei futuri, possono contare su assegni previdenziali calcolati con il sistema retributivo e quindi economicamente più vantaggiosi), aumenta la ricattabilità della forza lavoro costretta a vivere e operare in condizioni sempre più precarie e di sfruttamento. In questa situazione non possono esistere accordi difensivi come quello del 28 Giugno che accordo difensivo non è visto che concede ai padroni e al Governo quanto da tempo avevano chiesto, ossia le deroghe ai contratti nazionali, il rafforzamento della contrattazione aziendale e la impossibilità di scioperare durante i rinnovi contrattuali, insomma subalternità della forza lavoro al capitale come risposta alla crisi.

All’indebitamento dei lavoratori ha corrisposto un consumo eccessivo rispetto alla ricchezza prodotta nei paesi a capitalismo avanzato e da qui nascono guerre come quella libica finalizzata al controllo del petrolio da parte delle multinazionali anglosassoni e francesi

La caduta del saggio di profitto, su cui qualcuno continua a ironizzare stupidamente, è stata solo rallentata dai processi di finanziarizzazione dell’economia che con l’attuale crisi stanno mostrando tutte le loro contraddizioni perché nonostante il crollo del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, nonostante l’assenza di un reddito per i precari e i disoccupati sono stati erogati prestiti pur sapendo che i destinatari non sarebbero stati in grado di pagare se non le prime rate (con bassi tassi di interesse, tassi che poi aumentano nei mesi\anni successivi triplicando o quintuplicando la cifra iniziale) per poi dichiarare fallimento con la lunga sequela di pignoramenti. Ma il sistema di prestiti erogato per l’acquisto delle case in Usa ricorda il sistema delle piramidi albanesi perché il debito contratto con una Banca da una famiglia è stato venduto dalla Banca ad agenzie finanziarie e altre banche magari sotto forma di titoli. Di conseguenza, chi pensava di poter lucrare sul pagamento dei mutui e dei loro interessi si è presto trovato con un pugno di mosche in mano

L’accumulo dei debiti arriva ad un punto cruciale nel settembre 2008 con il fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers e ripercussioni a catena sulla produzione e sul commercio internazionale . Per salvare le Banche dal fallimento intervengono gli stati (proprio come stanno facendo ora in Grecia) , un intervento che viene fatto pagare ai lavoratori e al welfare perché questi soldi poi ritornano agli Stati sotto forma di tagli occupazionali, innalzamento dell’età previdenziale, distruzione del welfare, privatizzazioni, spese militari e quanto altro emerge nella lettera inviata da Trichet al Governo Italiano

Salvando le banche con i soldi degli Stati, il debito privato si trasforma in debito pubblico soprattutto in Europa dove l’intervento Statale è più forte, dove esiste un welfare state ancora forte, dove la introduzione dell’Euro ha solo occultato le differenze interne all’Europa soprattutto per le divergenze tra Stati in tema di fisco, politiche del lavoro, tassi di interesse. Da qui nasce la crisi dell’Ue e il tentativo di affossare alcune economie per rafforzarne altre, con i paesi più forti e dominanti che non vogliono accollarsi il debito dei paesi deboli denominati PIGS, un debito che per altro è stato contratto con le banche europee che hanno speculato su questi prestiti per anni

Bisognerebbe altresi’ riflettere sulla storia dell’Europa negli ultimi 15 anni, capire quali paesi e quali blocchi sociali hanno tratto vantaggio dalla nascita dell’Euro, riflettere sul fenomeno della delocalizzazione di interi rami prodotti verso il Nord africa e l’est europeo. Quando si parla delle piazze indignate nel nord Africa , si dimentica sia la corruzione del sistema politico di quei paesi, sia il fatto che quel sistema di corruzione non serve ai paesi a capitalismo avanzato che lo hanno alimentato e protetto per mantenere paesi sotto l’ombrello della Nato e impedire che le istanze di popoli in lotta come i palestinesi facessero implodere l’intera area regionale, un sistema di corruzione che oggi configge con gli interessi che i paesi a capitalismo avanzato hanno costruito in quei paesi. Tutto ciò non significa sminuire il ruolo delle masse giovanili nelle rivolte arabe, ma guardarle con un occhio più complesso e oggettivo.

Ma oggi, per tornare alla crisi di sistema, è proprio la politica monetaria dell’Euro e delle sue relazioni con il debito pubblico a dovere essere compresa

W. Giacchè scrive a proposito della moneta unica e del debito pubblico
. La moneta unica ha inoltre reso omogenei i tassi d’interesse dell’eurozona, livellandoli verso il basso, cioè verso i livelli della Germania. Questo ha consentito di ridurre in misura notevole il servizio del debito sul debito pubblico di numerosi paesi europei. Ma al tempo stesso ha rappresentato una politica monetaria eccessivamente espansiva per i paesi del Sud Europa, che ha portato ad un elevato indebitamento privato e al prodursi di bolle immobiliari. . Da tutto questo emerge con chiarezza che quella che si presenta come una crisi del debito pubbico non è soltanto né principalmente questo: è una crisi di crescita e di competitività (di spiazzamento competitivo). La crisi fiscale è una derivata necessaria di questa crisi,….. la crisi della domanda interna – essendo il mercato europeo fortemente integrato - diventa immediatamente crisi dell’export. Per quanto riguarda più specificamente i paesi coinvolti dalla crisi del debito sovrano, le manovre economiche imposte da BCE e Unione Europea stanno conducendoli a una depressione economica che aumenta la divergenza rispetto ai paesi del “gruppo di testa” dell’Unione, rendendo di fatto sempre più insostenibile l’esistenza stessa di una moneta comune e sempre più probabile il default di questi paesi.

Quanto accade in Grecia con decine di migliaia di posti pubblici tagliati e la svendita del patrimonio nazionale è un monito agli altri paesi europei e l’assenza di una reale solidarietà con i lavoratori greci (non un sindacalista greco è transitato in Italia negli ultimi anni per spiegare cosa sta avvenendo) dimostra che il movimento sindacale italiano ed europeo pensa di potere fare ancora accordi difensivi, di resuscitare modelli concertativi che oggi l’attuale crisi di sistema e le ricette stesse di Confindustria rendono praticamente impossibili oltre a sancire la loro inutilità ai fini di salvaguardare il potere di acquisto e di contrattazione

Non sappiamo quali saranno gli effetti della crisi in Europa ma l’assenza di un forte movimento sindacale, politico e sociale (altra cosa rispetto ai forum sociali europei rappresentati da un ceto politico sempre più auto rappresentativo e scollegato dalle dinamiche reali) ci induce a pensare che la crisi avrà ripercussioni feroci soprattutto sul Sud Europa e su qualche paese periferico del Nord con economie a crescita zero e una progressiva perdita di competitività internazionale .

In questi scenari, il centro sinistra potrà farsi garante del tentativo di mantenere una unità , pur fittizia, dell’Ue rafforzando il potere decisionale di Francia e Germania e accogliendo la marginalità di altri paesi, una marginalità nei processi decisionali che occulta il declino economico. Per fare ciò c’è bisogno di sindacati complici che non determinino conflittualità diffuse, in questa ottica va letta la politica della Cgil a guida Camusso

Concludiamo con poche riflessioni

le recenti manovre governative stanno determinando una autentica cappa alla crescita del paese, non ci sono investimenti statali per la ripresa dell’economia, della ricerca, la sola ricetta è quella di tagliare salari e accanirsi sul lavoro dipendente. Con le prossime manovre economiche non ci sarà altro da tagliare e a quel punto la sola ricetta sarà quella di svendere il patrimonio pubblico e di privatizzare tutti i beni comuni. Anche su questo terreno, il richiamo al Referendum può andare bene per un dibattito politico ma la domanda vera a cui rispondere è ben più complessa: fermiamo la privatizzazione dei beni comuni se la difesa degli stessi è interna al movimento che resiste alla crisi

se affermiamo la necessità di non pagare il debito, bisognerà anche predisporre una strategia complessiva che dallo slogan passi alla proposta e alla azione .

Poniamo alcuni quesiti

a) il mancato pagamento del debito potrebbe avere ripercussioni sui titoli di stato dentro i quali si ritrovano i risparmi delle famiglie medie italiane. Come è possibile non pagare il debito evitando che siano erosi i risparmi delle famiglie con un crollo dei titoli di stato ?

b) L’economia italiana non è quella islandese, una soluzione analoga sarebbe possibile e come?

c) Il mancato pagamento del debito significherebbe uscire dall’Euro e c’è chi dice che questa uscita produrrebbe una fortissima svalutazione con perdita del potere di acquisto dei salari e delle pensioni e prezzi alle stelle. In questi scenari come sarà possibile far pagare ai grandi capitali i costi del debito senza che questi si ripercuotano negativamente sempre e solo sulle classi sociali subalterne? Oltre alla parola d’ordine del mancato pagamento del debito perché non mettiamo in campo alcuni obiettivi come quelli di cancellare le tante e spesso sconosciute agevolazioni alle imprese, rivedere l’intero sistema di tassazione che grava sul lavoro dipendente, combattere seriamente la evasione fiscale e nazionalizzare banche e interi segmenti dell’economia?

Da alcuni anni i movimenti hanno assunto la parola d’ordine “noi la crisi non la paghiamo”, ma questa crisi la stiamo pagando e a prezzi sociali eelevatissimi. Allora non sarà il caso di individuare non solo slogans e mobilitazioni di pochi giorni per dotarci di una strategia complessiva che metta insieme la lotta sindacale, la lotta politica e le istanze sociali?
Non abbiamo molto tempo per rispondere a questa domanda e per praticare percorsi diversi, forse siamo già fuori tempo massimo

Cobas Pisa

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