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La pietà delle banche

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(15 Febbraio 2012) Enzo Apicella

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Sulla crisi. Intervento di Maurizio Donato, Università di Teramo

Seminario sulla crisi. Pisa 7 Ottobre 2011

(8 Ottobre 2011)

Care compagne e compagni,

se per caso qualcuno di noi avesse nutrito qualche dubbio su che cosa ci si debba aspettare nei prossimi mesi sul fronte interno della guerra di classe, la pubblicazione della lettera-diktat della BCE da parte del Corriere della sera ha provveduto a dissiparli. Il programma delle forze del capitale sta scritto lì, nero su bianco, e  il vice-segretario del PD ha chiarito, in un modo che più chiaro non si può, che il prossimo governo da lì dovrà ripartire. E allora, dal momento che non mi sembra opportuno intervenire a distanza, cioè prendere posizioni con cui non è possibile interloquire dal vivo, faccio volentieri una cosa che mi viene spesso richiesta, e cioè indicare - questo si può fare anche a distanza - una possibile pista di letture sui temi oggetto della discussione di stasera.

Il primo documento di cui consiglio la lettura è proprio la lettera-ricatto dalla quale estrapoliamo solo alcuni punti tradotti dal testo originale in lingua inglese e reperibili sul sito del Corriere della Sera

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

d) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

e) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

Come è per noi chiaro, che sia la BCE a dettare fin nei dettagli il programma al governo italiano non sorprende, trattandosi solo dello svelamento definitivo di quel progetto di trasformazione autoritaria degli istituti classici della obsoleta democrazia rappresentativa, che i tecnocrati della UE definiscono da tempo in termini di governance.

Per chi volesse approfondire questo tema, suggerisco di dare uno sguardo ai diversi saggi pubblicati da un giovane studioso napoletano che si chiama Alessandro Arienzo.

Tuttavia, non mi sfugge che il tema centrale del dibattito di stasera riguardi la dimensione economica della crisi, e particolarmente il tema dell'indebitamento pubblico e della strategia più adeguata ad affrontare questa (non completamente inedita) fase di depressione economica in presenza di elevati disavanzi di bilancio.
Qui le questioni sono ovviamente tante e complesse, e non mi sento - come dicevo prima - di parlarne senza che ci sia la possibilità di dibattito. Giusto per indicare quelli che a me sembrano alcuni temi, direi che, dal punto di vista economico-capitalistico, le possibilità di gestione "normale e ordinata" della crisi appaiono al momento assai scarse. Storicamente, quando il capitalismo si è trovato in depressione, è toccato al settore pubblico dell'economia,cioè agli Stati, intervenire per sostenere la domanda insufficiente: questo, in estrema sintesi, il nocciolo del keynesismo.

Stante il livello dei debiti degli Stati  - si dice - questo oggi sembra molto problematico, ma sicuramente quello che stanno facendo, e cioè l'esatto contrario del keynesismo, i tagli al settore pubblico e la riduzione della spesa sociale, non solo non funziona, ma è palese (l'esempio della Grecia è lampante) che aggrava i problemi, anziché semplicemente rimandarli come accade se adotti politiche keynesiani. Quello che non si dice, se non da parte marxista, è che la vera differenza rispetto ad altri periodi di crisi (tipicamente il '29) è che allora la dinamica generale dell'accumulazione era in fase crescente, adesso è declinante o - nella più rosea delle interpretazioni - stagnante, sicché hai voglia a pompare denaro: se le imprese non investono (perché la profittabilità è in media bassa) non puoi "invogliarle" nemmeno a tassi di interesse bassissimi. Questo mi sembra il punto, colto con molta lucidità - tra gli altri, non tantissimi, ma nemmeno quattro gatti - da Mino Carchedi o da paolo Giussani di cui raccomando la lettura del suo ultimo scritto reperibile sul sito http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/1577-paolo-giussani-vizi-privati-pubbliche-virtu.html

Estrapolo poche considerazioni dallo scritto di Giussani e vi saluto

Lo era anche prima, ma ormai ogni residuo dubbio si è dissolto: è evidente che al mondo non esiste più nessuna forza che possa deviare il capitalismo dalla sua traiettoria. Come in una tragedia di Eschilo, il meccanismo ineluttabile dell'autodistruzione è ormai in pieno svolgimento, e come nella sceneggiata napoletana ha addirittura trovato degli attori molto ben specializzati nei ruoli grotteschi necessari oggi, dove la situazione è del tutto tragica ma per nulla seria1, e soprattutto molto adatti al gran finale tragicomico che ci attende.

Nella potente crisi esplosa nel 2007-2008, che ha portato al fallimento virtuale di tutto il settore finanziario e creditizio mondiale, e passando da questo a una contrazione iniziale del prodotto lordo mondiale nettamente superiore a quella iniziale della grande depressione, il processo di rianimazione era stato messo in pratica abbastanza rapidamente sostituendo al debito privato il debito pubblico e mantenendo dei deficit dei bilanci pubblici relativamente elevati, non solo perché le entrate fiscali si erano ridotte proporzionalmente alla diminuzione dei redditi nazionali ma anche per cercare di sostenere in qualche modo una domanda complessiva che prometteva di dissolversi. il movimento speculativo contro il debito pubblico non ha potuto fare a meno di esplodere letteralmente. In pratica, ciò che è accaduto è che il settore finanziario è stato condotto per mano ad utilizzare contro la finanza pubblica quegli stessi capitali monetari che lo stato gli ha gentilmente concesso, un effetto completamente prevedibile. L'accrescimento del debito pubblico reso necessario per salvare il capitale finanziario - e il capitale in generale - è stato attuato applicando proprio i dogmi che servono a rendere più agevole il terreno all'espansione della finanza, vale a dire evitando in buona parte la monetizzazione del debito pubblico e prendendo a prestito sul mercato. Dati i vincoli artificiosamente rigidi esistenti oggi, soprattutto nell'Unione Europea, questo movimento avviato dalla politica dei governi e delle banche centrali è equivalso a creare in favore del capitale speculativo le premesse di un movimento di compravendita al ribasso di titoli pubblici e di sfruttamento dei differenziali crescenti fra i saggi di interesse dei vari titoli di stato nazionali, con l'incredibile risultato di avere generato una situazione prossima al default per la prima volta nella storia del sistema basato sulla moneta bancaria centrale non convertibile. Una performance veramente ammirevole se si considera la lunga e tortuosa evoluzione storica del sistema monetario e creditizio sfociata a suo tempo nella nazionalizzazione del denaro proprio per evitare la possibilità teorica di default del debito pubblico e rendere il credito completamente elastico.

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