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FLI: un partito dall’identità mutevole.

(9 Ottobre 2011)

Scritto per "Cassandra" n° 4, 2011

fini mirabello

Perché concentrarsi, oggi, su un’esperienza come Futuro e Libertà? L’esito della partecipazione alle amministrative del 2011 è stato deludente ed il raduno di Mirabello, svoltosi qualche settimana fa, non ha indicato prospettive precise a questa formazione politica ed ai suoi militanti. Permane anzi l’incertezza, in parte legata alla mancata assunzione di responsabilità da parte di Fini, che non vuole abbandonare il suo ruolo istituzionale per dedicarsi a dirigere il partito. L’assenza di una leadership chiaramente individuabile è un serio elemento di debolezza in una politica fortemente personalizzata com’è ormai quella italiana. Per questo, c’è già chi evoca una morte prematura per l’organizzazione “futurista”. Vedremo come andrà a finire. A noi interessa rilevare una cosa: FLI si muove secondo coordinate nuove, che potrebbero essere messe a frutto in un futuro prossimo.

I conti col passato (prossimo)

Lo strappo tra Fini e Berlusconi, delineatosi con chiarezza a partire dall’intervento del primo alla Direzione Nazionale del Pdl del 22 aprile 2010, è stato anticipato da un lungo lavorio intellettuale, svoltosi sul giornale Il Secolo d’Italia, diretto da Flavia Perina, e su altri periodici, cartacei o online. I media ne hanno restituito ogni passaggio, evidenziando non solo gli articoli in cui ci si smarcava dall’operato del premier, ma anche quelli che sembravano delineare una nuova identità culturale.

L’operazione portata avanti ha avuto l’obiettivo di lasciarsi alle spalle i trascorsi neofascisti, senza però demonizzarli, mettendoli in discussione, certo, ma con meno foga di quella che ha distinto i dirigenti del Pds-Ds-Pd nella resa dei conti col proprio passato. Nel libro In alto a destra. Attorno a Fini: tre anni di idee che sconvolgono la politica (Coniglio Editore, luglio 2010), curato da Giuliano Compagno, vi è una interessante selezione di scritti, indicativa dei tratti peculiari di questo sforzo, volto a definire i contorni di una “destra moderna”.

Rivelatrice è la sezione Appropriazioni indebite, dove si celebrano in particolare le figure “anticonformiste” dell’intellettualità italiana, viste come punti di riferimento di una cultura al di fuori degli schemi. Rientrano in questo novero lo scrittore Elio Vittorini [1], il cantautore Francesco Guccini [2], l’ex Quaderni Piacentini Goffredo Fofi [3], il disegnatore Andrea Pazienza [4], il leader verde Alex Langer [5]ed altri ancora, dalle provenienze politiche più disparate, ma uniti nello sforzo di sfuggire alle rigidità ideologiche. Nell’articolo Gli irregolari dalla parte dei diritti civili, Luciano Lanna descrive i contatti e gli scambi (anche di personale giornalistico) fra le riviste di destra ( Il Borghese ed altre) ed i periodici laici come Il Mondo e l’Espresso. Il tutto nel segno della comune vocazione “libertaria” e della volontà di resistere alle soverchianti armate dell’intellighenzia catto-comunista. In quest’articolo, come in tutti gli altri, si segue un preciso schema: non si sviscera nessuna questione in particolare (ad esempio, quando si parla di Langer non ci si confronta col problema ecologico), ma si procede per associazioni fra esperienze ideologiche diverse, di cui si assolutizzano i flebili motivi di comunanza.

Inevitabilmente, quel che esce fuori dalla lettura delle Appropriazioni indebite è un autentico guazzabuglio, in cui risulta difficile raccapezzarsi. Se l’obiettivo degli intellettuali presenti nell’antologia curata da Compagno era quello di approdare ad una nuova sintesi culturale, va detto che il loro sforzo si è risolto in un fallimento.

Del resto, per raggiungere uno scopo siffatto occorreva rileggere senza reticenze l’intera vicenda del neofascismo italiano, dalla nascita del MSI in poi. Invece l’area culturale [6] di cui stiamo parlando, anche dopo la definitiva rottura con Berlusconi e la nascita di FLI, ha evitato di fare seriamente i conti con il passato. Dimostrandosi incapace persino di confrontarsi con le scelte che Alleanza Nazionale ha effettuato nel suo ciclo di vita. In quest’ottica, ci sembrano esemplari due interventi, in cui la “dissociazione” dalle più evidenti asprezze del centrodestra italiano, non coincide con l’ammissione delle proprie responsabilità politiche.

Il primo riguarda un dibattito sull’ordine pubblico svoltosi qualche settimana dopo l’insediamento del quarto governo Berlusconi, in cui è stata malauguratamente evocata la figura di Mario Scelba. Flavia Perina, in Nostalgia di Mario Scelba? No grazie… ( Il Secolo d’Italia, 3.06.2008) respinge il riferimento al ministro degli interni democristiano “passato agli annali per l’invenzione del reparto Celere e per l’introduzione del reato di apologia di fascismo” e da molti collegato “alla repressione sistematica di ogni forma di dissenso”. Significativamente, Perina legge la fase scelbiana (1947-1953) della gestione dell’ordine pubblico alla luce dell’ossessione democristiana “che l’Italia fosse sull’orlo della perdita della libertà ad opera delle masse comuniste o dei fascisti di ritorno”. In sostanza, la repressione feroce delle lotte dei braccianti e degli operai organizzati nel PCI è associata alla misure che limitavano gli spazi di agibilità per le formazioni di estrema destra. Evidentemente, Perina colloca senza indugio l’apologia del fascismo sotto la voce “libertà di espressione”, confermando che – da parte dell’intellettualità vicina a Fini – il distacco da certe esperienze non si è tradotto in una loro autentica condanna.

In questa discussione tutta interna al centrodestra, la giornalista non si pone solo il problema di come il nome di Scelba viene percepito da milioni di italiani, ma cerca di delineare un approccio diverso al tema in discussione, più consono ad una destra “moderna”: “Accettare un certo livello di conflittualità è parte integrante del gioco democratico e il rispetto della piazza (…) è uno dei dati che distinguono uno Stato davvero autorevole da uno inutilmente autoritario”.

Ciò che rende poco credibile questo discorso è che, nel parlare di una situazione italiana non pericolosa sul piano dell’ordine pubblico, Perina sottolinea anche che “le frange più estremiste” gli appaiono “meno aggressive rispetto al caos visto durante il famigerato G8 di Genova”. Ma se si richiamano gli avvenimenti del luglio 2001, va detto che la mattanza operata dalla polizia in piazza, l’irruzione alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto sembrano rappresentare la negazione massima dell’idea di uno Stato “non inutilmente autoritario”. Rispetto a quella triste pagina vi dovrebbe essere almeno un cenno autocritico, se si vuole recitare sino in fondo la parte di chi non si dedica alla mera demonizzazione del dissenso.

Un’organizzazione come Amnesty International ha definito i fatti di Genova 2001 “la più grande sospensione dei diritti democratici, in una paese occidentale, dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Nel recente documentario di Carlo A. Baschmidt Black Block (2011), l’esperienza vissuta da alcuni stranieri, vittime dell’assalto alla Diaz, assume caratteri emblematici, ponendosi come punta più alta della tendenza degli Stati a traumatizzare le collettività che protestano.

Genova 2001 s’inserisce senz’altro nella spinta globale a reprimere i movimenti altermondialisti, ma da noi la traduzione di questa volontà dei potenti della terra di respingere ogni pressione dal basso, è stata più feroce che altrove. Ci ha messo qualcosa di suo la compagine governativa, con un ruolo deciso da parte di Alleanza Nazionale, palesato dalla discussa presenza di Gianfranco Fini nella sala operativa della questura genovese. Per questo motivo, Perina non può cavarsela, evocando quella vicenda, con il riferimento a manifestanti “scalmanati”. L’elusione di una pagina nera della recente storia italiana, rende difficile prendere sul serio la volontà di rappresentarsi in quanto destra capace di confrontarsi civilmente con le proteste di piazza.

Il secondo scritto “rivelatore” riguarda l’immigrazione ed è assai più recente. Sul sito Il Futurista, nel breve intervento La politica razzista è un altro prodotto di Lega e Cav (9.09.2011), Filippo Rossi muove da una dura denuncia del Consiglio d’Europa, legata al linguaggio e agli argomenti usati – in particolare contro islamici e Rom – nelle amministrative italiane del 2011.

Scrive Rossi: “La politica ha in sé enormi tracce di razzismo, stando ai rilievi del Commissario ai diritti dell’uomo dell’organizzazione di Strasburgo”. Ma nel far propria quest’accusa, Rossi pone l’accento soprattutto sul tema “dell’immagine della classe dirigente italiana”. Secondo lui, “i fatti concreti (…) non sono tutto” e c’è da preoccuparsi più che altro della forma, “che è lo specchio della considerazione che gran parte del ceto politico ha dei valori fondamentali, di una società e della stessa politica”. Per questa via, la denuncia del Consiglio d’Europa, che suggeriva i nessi fra campagne politiche, mentalità diffusa e comportamento discriminatorio delle istituzioni, viene svuotata e ricondotta al classico richiamo alla moderazione dei toni che ogni tanto affiora nel dibattito pubblico italiano.

Del resto, Rossi ritiene questa condanna diversa da quella che le istituzione europee riservano da decenni al nostro sistema giudiziario. Secondo lui, problemi come l’eccessiva lunghezza dei processi sono “qualcosa di strutturale” (e su questo si può concordare), mentre il razzismo istituzionale sarebbe un fenomeno degli ultimissimi anni.

In verità, chi se ne è occupato, sa che le politiche italiane sull’immigrazione non sono mai state improntate a criteri di umanità e legge la deriva attuale (con misure estreme come il permesso di soggiorno “a punti”) come la radicalizzazione di quella tendenza vessatoria nei confronti degli immigrati che è stata delineata da diverse leggi. Tra le quali vi è la Bossi-Fini del 2002, che sostituisce ed integra la già pessima Turco-Napolitano. Con la Bossi-Fini il permesso di soggiorno è stato totalmente vincolato al possesso di un contratto di lavoro, recependo le istanze di buona parte delle imprese nostrane (soprattutto piccole e medie), che vedono negli immigrati solo una forza-lavoro senza diritti, ricattabile e priva di possibilità di autodifesa. Le misure ancor più aspre del quarto governo Berlusconi, muovono dalla stessa logica di fondo: rendere un percorso ad ostacoli l’ottenimento ed il mantenimento del permesso di soggiorno, vuol dire piegare ogni spinta dell’immigrato ad alzare la testa, costringerlo ad accettare la sua condizione subalterna nella società italiana.

E’ vero: nella fase finale della sua alleanza con Berlusconi, Fini ha delineato un approccio diverso alla questione, fondato sul riconoscimento graduale dei diritti civili e politici (come la possibilità di votare alle elezioni amministrative). Ma lo ha fatto senza sconfessare in modo chiaro una legge che porta il suo nome. Se a questo atteggiamento reticente si somma l’approccio di Rossi, che circoscrive le politiche discriminatorie agli ultimi due o tre anni, ce n’è abbastanza per collocare sotto una luce diversa certi discorsi dell’attuale Presidente della Camera. Forse, l’enfasi polemica – nella fase terminale dell’alleanza col Cavaliere – si doveva alla necessità di rimarcare una fisionomia politica autonoma, più che alla volontà di difendere chi viene in Italia in cerca di un futuro migliore. Oggi, quella che è sembrata a suo tempo una svolta potrebbe rivelarsi non irreversibile, stemperandosi in discorsi non grevi, sempre “politicamente corretti”, ma assai meno determinati nel riconoscere agli immigrati una parte di ciò che gli spetta.

Un neutrino in politica

Del resto, la stessa frattura con Berlusconi è meno legata a questioni di fondo di quanto non si sia detto. Così Giuliano Compagno, nello scritto [7] che introduce la raccolta In alto a destra, delinea l’ “alterità reale” della sua area culturale rispetto al berlusconismo: “(…) ci mettevano tristezza le comparse che ridevano a comando a Drive In come ci immalinconisce questa finale deriva di un’immagine femminile, che trapela dai suoi programmi, dai suoi comportamenti e dalle sue barzellette. Ci siamo rispecchiati, piuttosto, nella terrea espressione di Fini mentre il capo del suo governo enunciava quella faticosa boutade sul deputato tedesco che gli pareva la comparsa di un nazi-film. Avremmo desiderato, come Fini, essere in un altro luogo del mondo, il più lontano possibile da quell’insulsa spiritosaggine, per nulla coinvolti da quello stupido paragone con una storia dolorosissima, pagata milioni e milioni di morti in ogni angolo del pianeta”.

Come a dire, che si è ancora fermi alla superficie, alla critica delle storture più appariscenti del berlusconismo ed alla dissociazione dai tic più evidenti e squallidi del Presidente del Consiglio. Non deve sorprendere, dato che parliamo di una formazione politica che non ha saputo definire chiaramente una cultura propria. Il che peraltro, più che risultare un limite, potrebbe invece agevolare l’azione di FLI nella fase attuale.

Nel suo blog sul sito Il Futurista (Il Cirano), il 26.09.2011 [8] , Gaetano Marolla sembra rivendicare quelle che, secondo criteri tradizionali, dovrebbero essere considerate mancanze. Egli paragona FLI al neutrino, di cui il Cern di Ginevra avrebbe attestato la capacità di “viaggiare nello spazio ad una velocità superiore di quella della luce”. Se “il neutrino è frutto di una fusione nucleare che avviene nel sole”, FLI nasce “dalla fusione di diverse entità politiche nel PDL, il grande sole del centrodestra”.

Secondo Marolla, la rottura col Cavaliere avrebbe messo “in moto tutto un pensiero che viaggia in maniera trasversale e così repentina da risultare assai difficile da fermare perché supera ogni concezione della politica fino ad oggi intesa. Come il neutrino FLI è un elemento nuovo che non desidera essere condizionato da tessere o apparati di partito che bloccano le idee, i progetti o i programmi che necessitano di viaggiare liberi dai condizionamenti spesso frutto di interessi personali o di casta”. Qualcosa di vero c’è: FLI è effettivamente una forza politica nuova. Non è sganciata da “interessi personali o di casta”, ma le sue idee e i suoi progetti in un certo senso “viaggiano liberamente”. Cioè, non sono mai totalmente definiti. Non è necessario, oggi, che un partito si doti di un’identità complessiva. Se, poniamo, FLI assumesse come riferimento il liberalismo di Croce, potrebbero insorgere problemi. Qualche suo esponente potrebbe ricordarsi della distinzione che il grande filosofo operava tra liberalismo e liberismo prendendo, su questa base, le distanze se non dal progetto di Confindustria per l’Italia, almeno da qualche suo aspetto particolarmente antipopolare.

In sostanza, lo status di forza “postfascista”, che non è andata oltre il distacco netto da Mussolini e blando da Almirante già operato da Alleanza Nazionale, non è un problema nell’attuale politica nostrana. La quale, negli ultimi mesi, ha vissuto un salto di qualità, ben evidenziato dalla Manovra bis, imposta al governo dalla BCE. L’incapacità dell’esecutivo non ha fatto che accelerare una tendenza da tempo in atto, tesa ad erodere i margini di autonomia della classe politica dalle associazioni degli imprenditori e dalle istituzioni economiche nazionali e sovranazionali. Se risolvesse i suoi problemi di leadership, FLI potrebbe benissimo svolgere un ruolo in questo contesto. Non a caso, Marolla chiude il suo scritto con una esortazione: “Tutti coloro che non sono in grado o non vogliono intraprendere questo viaggio si mettano da parte, perché nessun medico ha ordinato loro di correre tanto velocemente”.

In effetti, nel far proprie volta per volta le direttive dei poteri economici, FLI dovrà passare da una fraseologia all’altra con la stessa velocità con cui il neutrino attraversa “non solo l’atmosfera ma anche i corpi solidi come il sole e la luna”.







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[1] Elio Vittorini, il deviazionista innamorato dell’America, di R. Alfatti Appetiti.

[2] Siamo tutti gucciniani, di Giovanni Tarantino.

[3] Goffredo Fofi, l’irregolare che sorprende, Luciano Lanna.

[4] Il libertario che finì per amare i fascisti, di Federico Zamboni.

[5] In principio fu Alex, costruttore di ponti, di Umberto Croppi.

[6]Va precisato che non tutti gli autori presenti nel volume curato da Compagno sono poi andati a confluire in Futuro e Libertà. Però, la loro attività degli anni passati ha comunque creato il terreno per la chiusura di un capitolo della politica italiana: quello segnato dall’alleanza tra Fini e Berlusconi.

[7] No freedom, no party.

[8] L’intervento si intitola FLI il neutrino del PDL

Stefano Macera

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