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Il 15 ottobre è già ieri. E domani?

(16 Ottobre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

Il 15 ottobre è già ieri. E domani?

foto: www.radiocittaperta.it

di 16-10-2011 --- E’ possibile tracciare un bilancio della manifestazione di ieri di Roma? Ci proviamo. La manifestazione vista dai nostri corrispondenti in piazza.

Il corteo parte alle 13,30, con mezzora di anticipo rispetto all’orario ufficiale di convocazione. Piazza della Repubblica è già piena e anche le strade attorno si riempiono di manifestanti prima del previsto. I romani si aggiungono come di consueto un po’ più tardi ma da tutto il paese sono già arrivati a Roma più di 800 pullman.

Lo striscione di apertura si muove verso via Cavour, recita ‘Peoples of Europe rise up!’ e poi ‘solleviamoci’ in varie lingue. Subito dopo un vago ‘Cambiamo l’Europa per cambiare l’Italia’ e gli spezzoni che il "coordinamento 15 ottobre" ha deciso di sistemare in testa. Sotto un sole caldo e in un’atmosfera festosa sfilano i No Tav della Val di Susa, i No Ponte, centinaia di aquilani con le bandiere italiane e quelle della città. ‘L’acqua non si vende, l’acqua si difende’ gridano un migliaio di attivisti dei vari comitati per l’acqua pubblica, mentre un po’ più dietro un gruppo di giovani preferisce ‘Non ci rappresenta nessuno’. Ancora un po’ più in là altri ancora se la prendono coi partiti e coi sindacati confederali. Non mancano slogan più in linea con la giornata internazionale di ieri come ‘noi la crisi non la paghiamo’ e le parole d’ordine contro il pagamento del debito.

La testa corre, sembra aver fretta e presto arriva al Colosseo, gli spezzoni più indietro faticano a stargli dietro, mentre Piazza della Repubblica rimane intasata di gente che fino a tre ore dopo l’orario di partenza non riesce a muoversi e a cominciare a sfilare. Poi all’improvviso il primo episodio che rompe il clima ameno e festoso: un gruppo di incappucciati assalta il supermercato ‘Elite’ in Via Cavour: segnali stradali usati come arieti per togliere di mezzo le serrande, qualche calcio e l’ingresso è libero, gli incappucciati entrano e poi tornano dentro il fitto serpentone che continua a sfilare più o meno regolarmente.

Ma si capisce già che la giornata sarà più lunga del previsto e che molti manifestanti, anche giovani, non gradiscono gli atti di sanzionamento e di sabotaggio che per tutto il percorso colpiscono banche, agenzie interinali, automobili e mezzi della Polizia e dei Carabinieri. Mentre via Cavour è un fiume di gente fitto fitto, in fondo si alza una colonna di fumo nero. Poco dopo le fiamme si levano da alcune auto incendiate a pochi metri da Largo Corrado Ricci dove si accalcano fotografi e cameramen. E’ proprio in questo punto che si capisce che la presenza degli incappucciati è massiccia e organizzata. Sfilano decine e decine di cordoni di ragazzi e di ragazze vestiti di nero con la faccia coperta e gli zaini pieni di ‘attrezzi del mestiere’. Qualcuno gli si avventa contro, li accusa di rovinare la manifestazione. A chi li contesta rispondono ‘andatevene a casa’ o ‘borghesi’. La tensione è alta e qualche macchina fotografica finisce in pezzi.

Poi il clima ritorna più o meno sereno, quando a centinaia fanno irruzione del Museo del Foro Romano per “riappropriarsi di una cultura e di un patrimonio messo in vendita”. Ma poi arriva l’eco di esplosioni forti, a via Labicana le fiamme si levano da una sede del Ministero della Difesa e da alcune automobili. Dal camion della Confederazione Cobas si accusano i ‘black block’ di essere dei fascisti, dei violenti senza senso, li si invita a scoprirsi la faccia e ad andarsene. Ma la guerriglia non si ferma, anzi. A via Merulana i primi fronteggiamenti con la polizia e i carabinieri che fino a quel momento non si erano granché visti, troppo impegnati a blindare tutto il centro della capitale che la Questura, con l’accondiscendenza delle organizzazioni promotrici legate al centrosinistra, ha deciso di proibire ai manifestanti.

All’angolo con viale Manzoni i primi scontri, con le volanti e i furgoni della Polizia che si lanciano a tutta velocità contro le barricate che gli incappucciati hanno approntato con fioriere e cassonetti. I lacrimogeni inondano tutte le strade attorno a Piazza San Giovanni che si è già riempita e dove sono cominciati i primi interventi. Improvvisamente la situazione degenera e gli scontri violentissimi si spargono in tutto il quartiere fino a quando alcune migliaia di incappucciati ingaggiano la battaglia finale con la Polizia a due passi dalla Basilica. Una battaglia che dura per ore, mentre il resto dei manifestanti cerca di allontanarsi bloccati da cordoni di polizia e carabinieri che incredibilmente sigillano la piazza impedendo il deflusso di chi cerca di sfuggire agli scontri. E mentre gruppi di giovani prendono di mira le camionette dei Carabinieri – su una, data alle fiamme, qualcuno scrive ‘Carlo Vive’ – alcuni chilometri più indietro le forze politiche, sociali e sindacali reduci dall’assemblea nazionale contro il pagamento del debito del 1° ottobre decidono di deviare dal percorso ufficiale. Per evitare di portare decine di migliaia di manifestanti in mezzo al cul de sac di San Giovanni, ma anche per segnare una distanza politica da come sono andate le cose prima e durante questa grande manifestazione.

I camion e gli spezzoni di Roma Bene Comune, dell’USB, della Rete 28 aprile, di parecchi centri sociali della capitale e di altre città, di Sinistra Critica, della Rete dei Comunisti e di altre forze della sinistra imboccano viale Aventino e poi, a Piramide, il corteo si scioglie. Da San Giovanni tramite le radio di movimento, arrivano notizie gravissime: decine di feriti nelle cariche e nei caroselli dei blindati lanciati a tutta velocità contro i manifestanti, blindati in fiamme, cariche contro un gruppo di ‘pacifisti’ che cercano di frapporsi con le mani alzate tra i celerini e gli incappucciati (!). Si racconta anche dell'inconsueto uso degli idranti.

Arrivano le notizie sui primi arrestati, poi gli incappucciati si ritirano ordinatamente verso Piazza Vittorio: qui altri scontri con la Polizia che blinda l’accesso a Casa Pound per timore che la sede neofascista venga assaltata. Il corteo dei centri sociali passa a Termini, poi a Castro Pretorio e poi ancora nelle strade di San Lorenzo già affollata per la movida del sabato sera.

A decine di migliaia i manifestanti raggiungono i pullman che li riporteranno a casa. Molti hanno l’amaro in bocca per ‘la manifestazione rovinata dai violenti’. In un bar a due passi da Circo Massimo affollato di manifestanti una tv manda in onda il TG3. Il TG targato PD segue il solito copione: da una parte i teppisti, i violenti, dall’altra i pacifici e buoni manifestanti che hanno addirittura applaudito le forze dell’ordine. Nessun accenno alle cariche indiscriminate contro i manifestanti, a quelli presi sotto i blindati lanciati contro la folla, agli arresti arbitrari. Gli avventori del bar seguono in silenzio, ma quando compaiono le immagini degli scontri di San Giovanni e della camionetta dei Carabinieri assaltata e data alle fiamme qualcuno sembra apprezzare, mentre la disapprovazione emerge quando il TG3 racconta la solidarietà di Mario Draghi agli indignati. Fuori a centinaia discutono, i capannelli sono animati: il commento più comune è che all’indomani i giornali e le tv controllate da Berlusconi getteranno fango sui manifestanti definendoli violenti, incapaci di manifestare pacificamente. Ma qualcuno non è d’accordo: gli scontri hanno rotto le uova nel paniere soprattutto a quelle forze politiche del centrosinistra che hanno vissuto il corteo come una spallata a Berlusconi in vista dell’insediamento di un governo di centrosinistra. La discussione continua per tutta la serata fino a tarda notte tra le strade e i locali della movida di San Lorenzo e oscillerà sempre tra questa ambivalente valutazione.

Quattro-cinquecentomila manifestanti, 90 feriti e una decina di arrestati: il 15 ottobre è già ieri. Ma da domani il problema di come canalizzare la rabbia diffusa in forme politiche di conflitto e di organizzazione sarà al centro della riflessione di quelle realtà politiche e sindacali che non si accontentano delle sfilate ma neanche della ritualità del ‘fuoco purificatore’.

Marco Santopadre
Radio Città Aperta - Roma

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