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(17 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Alcune considerazioni a caldo sulla manifestazione del 15 ottobre

(17 Ottobre 2011)

Com’era prevedibile con la mobilitazione ancora in corso è subito iniziato il rituale delle condanne e della caccia all’estremista o all’infiltrato, a seconda delle preferenze, che avrebbe rovinato le ragioni stesse della manifestazione del 15 ottobre.

Diciamo subito che contro questa ennesima criminalizzazione accompagnata dal solito richiamo all’unità delle persone di “buona volontà” è necessario reagire subito ed energicamente senza accettare un terreno difensivo, e questo a prescindere dalla valutazione sulla opportunità o meno delle azioni conflittuali messe in atto da una parte consistente del corteo, su cui torneremo più avanti.

Occorre rispedire al mittente questa giaculatoria perché non si può nemmeno accettare il dialogo o la necessità di giustificarsi, con chi finge di scandalizzarsi per qualche vetrina sfondata e qualche macchina bruciata, mentre contemporaneamente manda i propri eserciti a bombardare popolazioni inermi come avviene in Libia ed in Afghanistan. Non stiamo parlando di violenza figurata quindi, ma di quella concreta che ha fatto migliaia di vittime “vere”; e continua a farne tutti i giorni anche se con il plauso delle massime istituzioni che ci spiegano ogni giorno la necessità di portare la pace e la difesa ai deboli. Violenza vera è quella esercita nelle carceri e nei CIE quotidianamente o quella praticata per conto dei nostri governanti dagli ascari pagati dall’altra parte del mediterraneo. Se passiamo a quella indiretta o indotta, potremmo citare le migliaia di infortuni sul lavoro, i licenziamenti di massa che spesso spingono al suicidio o a patologie croniche che ti segnano per tutta la vita e se ti va bene diventi solo un morto di fame. O alla condizione di estrema precarietà cui sono costretti proprio una parte di coloro che si sono resi protagonisti degli scontri in piazza. Una condizione su cui pure si finge di versare qualche lacrimuccia di comprensione, salvo descriverli come bamboccioni, poiché non accettano di andare a lavorare per meno di 500 € al mese, o criminalizzarli se decidono di manifestare, quando se ne presenta la possibilità, tutta la rabbia accumulata che non possono normalmente esprimere per la condizione atomizzata e ricattatoria cui li costringono quelle leggi emanate dagli stessi che fanno finta di commuoversi per la loro situazione. Per stare al tema più attinente alla manifestazione del 15 potremmo ricordare il randello rappresentato dal “giudizio dei mercati” e dal debito pubblico in nome dei quali si sta sferrando un attacco inaudito alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, nel mentre la concentrazione della ricchezza diventa sempre più polarizzata.

Ma l’elenco delle violenze quotidiane di cui si rende responsabile la borghesia ed il suo stato sarebbe interminabile e davvero sorprende che la questione dirimente dovrebbe essere quella di condannare o isolare chi ha rotto qualche vetrina. Non vediamo in giro cori di indignazione o di dissociazione di fronte a questa violenza concentrata rappresentata dalla stato, dalle sue istituzioni e dai suoi apparati repressivi.

Per tale motivo chiunque affronti il tema degli scontri sostenendo che in assoluto e per principio bisogna condannare l’uso della violenza da parte dei movimenti, dimenticandosi di denunciare l’uso mostruosamente più consistente che ne fa lo stato e chiamando la polizia per “isolare i facinorosi” per noi non è in buona fede ma mesta nel fango sapendo di farlo e lo lasciamo quindi alle proprie giaculatorie.

Vi sono poi coloro che esprimono le critiche dall’interno della mobilitazione sostenendo che le azioni conflittuali stravolgono il senso della manifestazione annullando il suo effetto comunicativo e di chi è sceso in piazza per manifestare pacificamente.

Qui il crinale si fa più sottile ed è difficile distinguere tra quel settore di ceto politico che si sente investito di non si sa quale rappresentanza del movimento e va in paranoia se questo suo ruolo risulta messo in discussione da un ondata che sente di non poter controllare, e coloro sinceramente preoccupati che la degenerazione della manifestazione sia controproducente, anche se strabicamente ne addossano la responsabilità non all’intervento poliziesco ma a chi ha deciso di esprimere in maniera incisiva la propria rabbia.

Ancora una volta, però, e non importa se in buona o cattiva fede, si decide di ignorare come si è arrivati a quella mobilitazione. In primo luogo il divieto delle istituzioni di consentire un percorso che permettesse di esprimere il proprio dissenso intorno ai palazzi delle istituzioni. Così mentre i nostri media ci fanno vedere le mobilitazioni nelle altre capitali mondiali dove i manifestanti arrivano direttamente sotto la borsa e i palazzi del governo, strizzando l’occhio come segno di comprensione verso quei movimenti, quando si tratta dell’Italia il fatto che ciò non sia più possibile lo si assume quasi come un dato scontato. Questa però non viene considerata violenza ma ordinaria amministrazione che sia pure a malincuore non si può fare altro che accettare.

Inoltre questa manifestazione, almeno in Italia, non ha mai avuto padrini e copyright. Essa è nata su di un appello inizialmente lanciato dalle piazze spagnole e fatto proprio dalle più disparate realtà di movimento e non. Vero è che ci sono stati vari tentativi di costituire comitati promotori, ma questi sono stati da subito in concorrenza/competizione tra di loro, sia per i contenuti politici che intendevano mettere al centro della mobilitazione ma soprattutto per questioni di “bottega” per chi doveva candidarsi a rappresentare tale movimento. Specialmente quei settori che intendevano replicare fuori tempo massimo il defunto social forum, hanno messo in atto un tentativo, nemmeno tanto implicito, di trasformarlo, in una manifestazione che desse la spallata decisiva al governo Berlusconi, e spianasse la strada ad un nuovo governo di centro sinistra. Un governo di quelle forze che non esitano a candidare Profumo come nuovo leader governativo (quello della manovra da 440 miliardi di €), che si affrettano a ribadire di voler dare immediata operatività alle richieste della BCE e della Banca d’Italia non appena prenderanno possesso dell’esecutivo, che criticano ogni giorno il governo Berlusconi perché non si dà una smossa seria nell’attaccare le pensioni e nel tagliare in maniera consistente la spesa pubblica.

Per tali ragioni non si è mai arrivati ad un vero coordinamento di tutte le realtà che intendevano partecipare alla manifestazione. Ma era di pubblico dominio che settori significativi di movimento intendevano esprimere in maniera incisiva la propria protesta contro il divieto al corteo di raggiungere i palazzi delle istituzioni, così come era esplicito l’intento di sanzionare sedi e simboli del potere economico/finanziario e politico.

Quindi non vi è stata espropriazione di un presunto programma della manifestazione da parte di nessuno ed ognuno si assumeva la responsabilità della propria scelta di stare in piazza e del come starci.

Venendo poi allo svolgimento della manifestazione va ribadito che questa è degenerata quando la polizia ha cominciato a caricare brutalmente il corteo con lancio di lacrimogeni per spezzarlo e successivamente ha usato gli idranti e lanciato autoblindo a folle velocità sulla folla. Tale atteggiamento ha fatto montare la rabbia anche in settori che non erano scesi in piazza con l’intenzione di scontrarsi. A noi non è parso di vedere questa maggioranza del corteo che prendeva le distanze da chi si scontrava con la polizia, ma anzi molta solidarietà e comprensione quando non proprio il coinvolgimento negli stessi scontri per le provocazioni poliziesche. Una verità che si è lasciato sfuggire lo stesso cronista di Rai News da Piazza S. Giovanni quando, con rammarico, ha dovuto comunicare nel corso della diretta che i protagonisti dello scontro non erano affatto isolati dal resto dei manifestanti, molti dei quali tifavano apertamente, prima che la versione “ufficiale” confezionasse la narrazione dello sparuto gruppo di provocatori isolato e contestato dalla gran massa del corteo. Non si spiega altrimenti come un “ridotto” gruppetto abbia potuto resistere per ore alle cariche di polizia riuscendo persino, ad un certo punto, a respingerla dalla piazza. In verità uno degli aspetti che maggiormente ha fatto inferocire i rappresentanti istituzionali tanto di destra quanto di sinistra è stata proprio la determinazione dimostrata da chi era in piazza insieme al fatto che nonostante le notizie sulle rabbiose cariche in corso il corteo non si è disperso e non ha nemmeno smobilitato.

Questo scenario rompe con le rituali sfilate in cui al popolo viene consentito ogni tanto di esprimere il proprio dissenso a condizione che lo faccia molto educatamente e garbatamente tornandosene poi a casa con il dubbio se sia servito a qualcosa e se qualcuno se ne sia accorto. Questo, infatti, è l’argomento assolutamente infondato che viene brandito contro le manifestazioni che finiscono come il 15: le violenze avrebbero oscurato le ragioni della mobilitazione annullando l’effetto che ci si prefiggeva con essa di raggiungere. Forse abbiamo vissuto in un altro paese negli ultimi anni ma a noi risulta che le rituali sfilate, anche numerose come quella di ieri, se va bene si meritano una citazione nei titoli di apertura o di coda, soprattutto se non sono promosse dalle organizzazioni sindacali o politiche concertative. Cosa per la quale, però, non abbiamo mai visto in passato cori di indignazione per questa vera e propria espropriazione violenta del diritto all’informazione e alla comunicazione da parte dei media tanto statali quanto privati.

Della manifestazione di ieri, oltre ai partecipanti e gli amici e conoscenti non se ne sarebbe accorto proprio nessuno se non ci fossero stati gli scontri di piazza. Questo non vuol dire che programmaticamente vanno pianificate sempre azioni di forte impatto conflittuale in ogni manifestazione, ma almeno la si smetta con questa infondata argomentazione dello stravolgimento delle ragioni della protesta.

Piaccia o non piaccia il messaggio che è arrivato il 15 a tutta la popolazione, nonostante la rabbiosa schiuma di tutti i commentatori, è che c’è stata una grandissima manifestazione all’interno della quale c’era una componente consistente che ha deciso di esprimere in maniera combattiva la propria rabbia e la propria opposizione alle politiche che colpiscono tutti.

Che la sfida in atto, con la crisi sistemica in corso e le politiche messe in atto dalle istituzioni nazionali ed internazionali, richieda una estensione della mobilitazione ed un livello di radicalità ancora maggiore, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi e l’indipendenza politica dalle istituzioni e dai soccorritori del capitalismo, è un altro conto.

Chi si illude che mobilitazioni pur significative, come quella del 15 ottobre, possano essere sufficienti ad ottenere modifiche sostanziali delle politiche in atto da parte delle istituzioni si adagia in una logica autorereferenziale ed illusoria.

La critica che ci sentiamo di fare da parte nostra a chi ha scelto di stare in piazza in forma fortemente conflittuale è proprio questa. Le dimensioni della manifestazione e la partecipazione anche al confronto con la polizia dimostrano che non si è trattato di un’iniziativa che ha coinvolto solo il circuito degli attivisti ma è riuscita ad attrarre significativi settori, soprattutto giovanili, che hanno visto in essa un’occasione per esprimere la propria insofferenza ed il proprio malessere. Nonostante ciò bisogna essere consapevoli che siamo ancora ben lontani dal coinvolgimento massiccio di quell’universo variegato che si nasconde dietro il termine di precarietà e meno ancora dei lavoratori che formalmente hanno ancora un posto di lavoro stabile.

Troppo spesso tra gli attivisti si riproduce la semplificazione di identificare la propria soggettività politica con i settori sociali di classe che si pensa di coinvolgere nella lotta. O peggio, si parte dal proprio sacrosanto antagonismo verso le istituzioni e contro questo sistema sociale fondato sullo sfruttamento, per esprimerlo in tutte le occasioni anche con le forme di lotta più radicali. Il rischio è quello di cadere in un circolo vizioso finalizzato allo scontro e per lo scontro, che appunto può diventare autoreferenziale e non riuscire a creare le condizioni per l’estensione della lotta con il coinvolgimento dei veri soggetti che possono essere insieme a noi gli artefici di un cambiamento radicale degli attuali rapporti sociali. Come si vede si tratta di una critica ben diversa da quella messa in campo dal pensiero mainstream tanto di destra quanto di sinistra.

Non è pensabile infatti procedere solo per scadenze di mobilitazioni che si succedono, sia pure in forma fortemente conflittuale, senza pensare a forme di collegamento e di azione quotidiana che diano radicamento e spessore al movimento.

Ma soprattutto non è pensabile che ci si possa differenziare da chi intende riproporci tanto utopisticamente quanto riformisticamente un “capitalismo dal volto umano” solo esprimendo una maggiore radicalità nelle forme di lotta.

L’altro dato che ci ha colpito, infatti, nella fase preparatoria della manifestazione del 15 ottobre è stato proprio il concentrarsi quasi unicamente sulla necessità di dare vita a forme di conflitto radicali più che sui contenuti, quasi dando per scontato che gli obiettivi fossero gli stessi per tutti coloro che erano in piazza.

Non è così purtroppo, e dietro i discorsi e le parole d’ordine di diversi organismi che pure hanno dato vita alla manifestazione si intravedono proposte fuorvianti che invece di affrontare il male alla radice pensano di poter rimediare con i pannicelli caldi.

Certo le forme di lotta radicali sono un primo spartiacque con chi pensa di utilizzare il movimento per propri fini elettorali e per rivendicare un capitalismo buono contro quello degenerato e cattivo creato dalla finanza e dai cattivi politici, ma ciò non basta. Se non separiamo le nostre prospettive in maniera netta da tali tendenze anche sui contenuti e sulle rivendicazioni che vogliamo sostenere rischiamo di trovarci ancora una volta espropriati ed utilizzati nonostante tutta la nostra conflittualità espressa nelle mobilitazioni di piazza.

Ma questa voleva essere solo una valutazione a caldo della mobilitazione del 15 ci sarà tempo e modo per tornare su tali questioni che impongono un salto di qualità complessivo all’intero movimento se vogliamo essere all’altezza della sfida cui siamo di fronte.

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