il pane e le rose

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Indignados

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(16 Ottobre 2011) Enzo Apicella
15 ottobre 2011. 900 manifestazioni in 80 paesi

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RiPartiamo dal basso. RiPrendiamoci la piazza!

(21 Ottobre 2011)

Forse adesso che il gregge in piazza è stato disperso e diviso in pecore bianche e pecore nere stiamo tutti meglio.

Forse non abbiamo più problemi di stipendi bloccati, lavoro in nero, precariato, borse di studio negate, affitti alti, figli da mandare all’asilo, classi da 50 persone, precarietà esistenziale.

Forse la nostra scala dei valori è ristabilita e possiamo tutti andare a fare la spesa nei supermercati che non sono stati devastati dalla furia delle pecore nere o blu (il che è anche piuttosto semplice visto che ne è stato sfasciato solo uno).

Forse adesso, se dico che sono stato buono e zitto a prendermi due o tre lacrimogeni, a guardarmi la piazza devastata dalla furia nera e blu e me ne sono andato a casa, dal panettiere il pane me lo danno a metà prezzo.

Forse se dico che ho mandato le foto ai giornali dove si riconoscono le facce dei blecc bloccke, me lo regalano.

Forse dopo la devastante frustrazione di sabato 15 ottobre, posso tranquillamente e pacificamente tornare alle quiete frustrazioni di tutti i giorni.

Anche se ripenso a quella piazza, bella piazza…

Penso anche a tutte le altre piazze, dove ci sarebbe piaciuto arrivare…

Piazza del Popolo.
Piazza Navona.
Piazza Montecitorio.

In piazza San Giovanni, sabato, abbiamo resistito per due o tre ore. Oppure abbiamo solo sognato di arrivarci e di sederci e condividere la nostra rabbia. Ci siamo passati coi carri quando ormai era buio, vedendola da lontano, desolata. Ci siamo svegliati la mattina dopo ricordandoci che la BCE, con la sua raccomandazione di inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella nostra costituzione, non ci sfamerà, non ci darà il pane a metà prezzo, né ce lo regalerà.

Non ce lo regalerà chi ha sfasciato i bancomat, né chi ci ha disperso coi suoi caroselli furiosi.

Gli agenti di borsa e gli speculatori continueranno a decidere se possiamo studiare, mandare i nostri figli all’asilo, avere un contratto di lavoro.

Noi, popolo del 15 ottobre e di tante altre date infauste, ci siamo accorti che il pane e la piazza non ce li regalano. Ce li dobbiamo prendere.

Noi, con le nostre teste e con i nostri cuori, non giustifichiamo né giudichiamo chi ha agito violentemente.

Noi ci accorgiamo soltanto che quella piazza, piazza San Giovanni, non l’abbiamo presa né con la paciosità belante delle pecore, né con la violenza dei sampietrini. L’abbiamo semplicemente persa, lasciata vuota, abbandonata, devastata.

Noi, ora, ci ricordiamo che quella piazza molto bella è nostra.

E la rivogliamo.

Vogliamo ricominciare dal basso, riprenderci ciò che è nostro. Stavolta vogliamo farlo con determinazione, con forza, con gioia.

Se il 15 ottobre è stato un giorno di guerriglia urbana solo a Roma, vuol dire che in Italia una certa urgenza di agire c’è.

Anche se l’Italia è sempre in ritardo, eccoci.

È giunta l’ora che noi, pecorelle smarrite del 15 ottobre, quella piazza ce la riprendiamo e la facciamo diventare nostra con la cocciuta testardaggine dei caproni.

Un luogo simbolico da cui ripartire. Da cui creare la base per la nostra rivoluzione sociale in ritardo.

Sabato 22 ottobre 2011, dalle 14, saremo un nucleo armato di sorrisi e di tende, da tutta Italia, di tutte le età. Ci siederemo, ci conosceremo e cominceremo a condividere pane, salame, cibo vegano, esperienze, libri, conoscenze. Ci daremo il mandato di rispettare e pulire il luogo che occuperemo per il nostro picnic rivoluzionario.

Combatteremo contro il generale Inverno in arrivo armandoci di giacche di gore-tex, maglioni di pile, sciarpe, sacchi a pelo termici, calze della nonna. Più forte del freddo sarà il fuoco sacro del nostro dissenso.

Visto che la violenza non ci è servita a conquistare spazi se non sull’informazione di carta straccia, abbiamo deciso di attuare pratiche non violente e attive.

Se qualcuno desidererà disperderci questa volta dovrà prenderci di peso. E non pesiamo poco.

Siamo un popolo.

Se ci disperderanno, torneremo.

La città sarà nostra tutto il giorno, tutti i giorni. Nessuno approfitterà della nostra protesta per inserirsi e attuare pratiche non concordate assemblearmente.

Abbiamo deciso di attivare pratiche includenti e partecipative. Saranno tenute due assemblee al giorno: una di gestione dello spazio e una di discussione e articolazione di proposte di azione politica e sociale.

Avremo piacere di condividere il nostro spazio con i nostri compagni in divisa (i compagni che sbagliano) e con gli agenti della Direzione Investigazioni Generali Operazioni Speciali che ci accompagnano sempre nelle nostre scampagnate politiche. Sussurandogli magari, tra un panino e una birra, che i controllori non ci hanno mai messo paura, visto che siamo noi a pagarli per controllarci.

Dopo esserci conosciuti e aver condiviso la piazza numero zero della nostra rivoluzione, da piazza San Giovanni, il 31 ottobre 2011 ci dirigeremo in fila indiana, tenendoci per mano, verso piazza del Popolo. Lungo il tragitto ci fermeremo per creare canti e balli di protesta e per avere momenti di discussione popolare nei quartieri che attraverseremo.

In piazza del Popolo, così come previsto dall’art. 17 della Costituzione, l’assemblea si riunirà permanentemente e non-violentemente per monitorare e discutere pubblicamente l’operato del Parlamento e l’evolversi della situazione internazionale.

Ci diamo una base minima da condividere come richiesta di attuazione urgente al governo:

1) Il rifiuto di pagare il debito;

2) La valorizzazione dell’economia sana e la cancellazione degli aiuti alla finanza, la contestuale redistribuzione delle ricchezze;

3) L’annullamento delle spese pubbliche inutili come gli oltre venti miliardi di euro per il tav in Val Susa e delle spese militari;

4) Un rivoluzionamento del meccanismo di rappresentanza in senso popolare diretto, democratico, proporzionale, assembleare, territoriale;

5) Una riforma dell’istruzione in senso democratico e partecipativo.

Se nelle settimane seguenti alla nostra presenza in piazza, l’assemblea parlamentare disattenderà o ignorerà le richieste dell’assemblea popolare di piazza del Popolo, ci dirigeremo educatamente in fila indiana verso piazza Montecitorio, sedendoci all’esterno del palazzo come permesso in tutte le principali democrazie mondiali e come previsto dal nostro art. 17 della Costituzione e chiedendo democraticamente che gruppi di cittadini partecipino quotidianamente alle assemblee parlamentari per riferire poi all’assemblea popolare.

Da Madrid a New York, da Santiago del Cile ad Atene, da Tel Aviv a Reykjavik aspettano di ascoltare la nostra voce. Sabato 15 ottobre ci hanno sentito strillare. Ma non hanno capito bene che cazzo vogliamo fare in pratica.

Guardando al futuro abbiamo ben poco da perdere e molto da guadagnare.

Con rabbia con gioia e con forza.

RiPartiamo dal basso.
RiPrendiamoci piazza San Giovanni!
RiPrendiamoci le nostre vite!
Rivoluzionari in Ritardo
(Non B.R. ma R.R.!)_

Federazione dei Comunisti Anarchici

Fonte

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