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Pace, lavoro e libertà

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(16 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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21 ottobre, sciopero Fiat-Fincantieri

La lotta per il lavoro non basta a difendere la classe operaia. Bisogna unire le lotte per conquistare il salario a tutti i lavoratori licenziati e la riduzione dell’orario !

(22 Ottobre 2011)

Volantino del Partito Comunista Internazionale

La mancanza di commesse per i cantieri navali, così come la chiusura delle fabbriche FIAT e il massiccio ricorso alla Cassa integrazione, sono parte della crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale che investe tutti i settori produttivi. In Italia, in Europa, nel mondo le fabbriche chiudono e licenziano, o interrompono la produzione ricorrendo, dove vi sono, agli ammortizzatori sociali.

Questa crisi in cui sprofonda il capitalismo non ha soluzione al suo interno. Continuerà ad aggravarsi in una spirale dalle conseguenze sempre più drammatiche.

Non solo non si torneranno a produrre tante navi, auto, e ogni altro genere di merci come ai livelli precedenti, ma la borghesia cercherà di farlo con meno operai e per meno salario.

Affrontare questa situazione con una miriade di vertenze aziendali, separate fra loro, per i lavoratori è una via suicida. È necessario invece unire le singole lotte in un movimento generale di tutta la classe lavoratrice. Questo sarebbe il compito primario di un vero sindacato di classe.

A questo scopo lo sciopero del 21 ottobre di FINCANTIERI e del gruppo FIAT insieme è un fatto positivo. Ma non è sufficiente. Ciò che occorre è impostare le lotte per obiettivi che uniscano veramente, al di sopra dei confini della fabbrica, azienda, categoria.

Di fronte alla crisi la lotta per difendere “il posto di lavoro” è sempre più inadeguata. Infatti:

– Nell’ambito ristretto del cantiere e della fabbrica la lotta per scongiurare il licenziamento o la cassa integrazione, può servire a guadagnare un po’ di tempo, a rimandare di qualche mese la chiusura; ma si permette intanto al padronato di alimentare la concorrenza tra cantiere e cantiere, tra fabbrica e fabbrica, addirittura tra un lavoratore e l’altro;

– Mentre la minaccia del licenziamento e la disoccupazione accomunano sempre più tutta la classe operaia, restano a difendere il “posto” un numero ristretto ai dipendenti di una singola azienda, la “loro”, invece di divenire la base per una molto più forte lotta comune;

– Se alcune aziende sopravvivono, colpendo duramente i loro operai, molte altre non reggono alla recessione e chiudono. Cosa dovrebbero fare quei lavoratori per rivendicare “un lavoro”, offrirlo gratis?

– Lottare “per il lavoro”, o per il “blocco dei licenziamenti”, conduce gli operai, pur di continuare a lavorare, ad accettare ogni imposizione padronale, tagli al salario, aumenti dei carichi di lavoro, esuberi, come, ultimo esempio, a Monfalcone, con la firma anche della FIOM provinciale e della RSU, e al Muggiano, e prima a Pomigliano e a Mirafiori. Questo peggiora la condizione dei lavoratori ancora in produzione, che accettano di lavorare in meno e più intensamente, e quella dei sempre più numerosi disoccupati, che un lavoro non lo troveranno mai, dividendo e contrapponendo gli uni agli altri;

– Lottare per il “sostegno statale” spinge i lavoratori a richiedere che a ottenere i finanziamenti sia la “propria” azienda, se non il “proprio” stabilimento o cantiere, e non si pensa alle altre. Inoltre, fatto ancor più grave, divide i lavoratori delle grandi aziende, che sono una minoranza della classe operaia, da quelli delle piccole e medie, che non possono sperare negli aiuti dello Stato.

Di fronte alla crisi generale del capitalismo, devastante e definitiva, i lavoratori non devono lottare solo contro l’azienda, “per il lavoro”, ma soprattutto e sempre più contro tutta la borghesia, industriale e finanziaria, affinché paghi ai licenziati, attraverso il suo Stato, un salario adeguato a vivere. Sarà un problema dello Stato borghese, e del padronato, decidere se pagare i lavoratori mantenendoli inattivi, o fornire loro un lavoro.

La rivendicazione del salario ai lavoratori licenziati e ai disoccupati unisce tutti i lavoratori: delle grandi aziende e delle medie e piccole, delle ditte in appalto e delle aziende committenti, i lavoratori precari e quelli relativamente più garantiti, gli occupati e i disoccupati.

Ad essa deve essere affiancata la rivendicazione di un salario minimo per tutti i lavoratori, uguale al salario di disoccupazione, e quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Questi sono gli obiettivi sui quali è possibile creare un movimento di tutta la classe operaia. Per imporli i lavoratori devono costruire la loro organizzazione di lotta: un vero Sindacato di classe, fuori e contro tutti i sindacati di regime (CGIL, CISL, UIL) che da decenni sono lo strumento indispensabile della borghesia per mantenere divisa e sconfiggere la classe lavoratrice.

Questa crisi per il capitalismo è mortale. Al di sopra di tutte le illusioni si sta dimostrando che la borghesia, pur di mantenere il proprio dominio e i propri privilegi, è pronta a sacrificare la grande maggioranza dell’umanità.

Solo la classe operaia ha in sé la forza e il germe della società futura. Se il capitalismo muore, i lavoratori invece vivranno, e in una società libera dal Capitale.

Lottare per il salario ai lavoratori di cui il Capitale vuole disfarsi, per esso ormai merci inutili, significa già oggi unire la lotta per le necessità immediate di ogni lavoratore alla lotta per la società di domani, senza classi e senza lavoro salariato: il Comunismo.

Partito Comunista Internazionale

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