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Gaddafi

Gaddafi

(21 Ottobre 2011) Enzo Apicella
Dopo molti tentativi falliti l'imperialismo riesce ad uccidere Mu'ammar Gheddafi

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GHEDDAFI: MORTE ESEMPLARE DI UN NON-VENDUTO ALL’IMPERIALISMO OCCIDENTALE.

A RISCATTARLA NON SARA’ UN NEO-GHEDAFFISMO, MA LA GUERRA DI CLASSE PROLETARIA INTERNAZIONALE.

(5 Novembre 2011)

Gheddafi è quindi morto secondo quanto aveva promesso, con le armi in mano contro le forze della ricolonizzazione della Libia da parte dell’Occidente, di cui i “rivoluzionari autoctoni” del paese hanno giocato solo il ruolo da ascari di rincalzo, alla faccia di quanti vi avevano visto una “iniziale” manifestazione spontanea primaverile araba poi, magari, sopraffatta dall’“intromissione” e “deviazione” imperialista (e, naturalmente, restiamo in attesa di lumi su teoria, programmi ed organizzazione di queste supposte forze “genuine” e sul loro posizionamento, armi alla mano, nei confronti degli usurpatori NATO delle proprie supposte istanze... rivoluzionarie).
Gheddafi non era certamente uno della nostra parte internazionalista proletaria, ma per un lungo tratto e, in una certa, decrescente e sempre più incoerente e squallida, misura, un nazionalista borghese “rivoluzionario” fatalmente destinato all’inconseguenza dei propri programmi d’esordio sia per la natura stessa del blocco sociale di appartenenza, sia, e più, per l’isolamento cui la sua “rivoluzione libica” è stata condannata sin dall’inizio dal nullismo del fronte proletario internazionale cui noi ci richiamiamo programmaticamente. Tutto ciò stava già scritto nelle immutabili tesi del secondo congresso dell’Internazionale Comunista cui rimandiamo e ne abbiamo già parlato in precedenza senza l’obbligo di ritornarvicisi.

Alcune notevoli, ma ovviamente monche, considerazioni post festum sul tema sono presenti in un numero da collezione del Manifesto del 21 ottobre cui rimandiamo volentieri, evitando di dover ripetere considerazioni nostre sui “fatti” in oggetto (vedi gli articoli di Parlato, Del Boca, Matteuzzi, oltre alle precedenti messe a punto di Dinucci e della Correggia da noi già precedentemente segnalati). Una doverosa ed utile rettifica di tiro rispetto alle infami rossandate degli esordi se pur è triste accorgersi di aver cavalcato in precedenza un’onda da cui si è usciti cornuti e mazziati. L’importante, comunque, sarebbe non ripetere lo stesso errore in futuro in presenza di tanti altri “dittatori”, scomodi per l’Occidente, da abbattere (Assad, Castro, Chavez, lo zar russo, l’imperatore cinese...), sempre nel nome della “democrazia” di brevetto occidentale.

Perché diciamo monche? Perché – qui sta il fondo della questione – è del tutto marxisticamente assurdo incolpare il ghedaffismo per la sua inconseguenza rivoluzionaria o, addirittura, come altri fessi azzardano, per la sua mancata costruzione...del socialismo in Libia (il “socialismo in un solo paese” – e che paesucolo! –), senza mettere nel conto il fattore di cui sopra, della necessaria connessione tra spinta anticoloniale libica e movimento operaio internazionale a farne da perno centrale decisivo, talché è fin troppo facile condannare i default ghedaffiani nel mentre, qui, al centro decisivo della questione, per sua natura globale, ci si accoda a tutte le possibili compromissioni di una “sinistra” interna alla struttura imperialista che stringe il cappio al collo alle lotte di emancipazione del “terzomondo”, impedendone ogni autentica “primavera”, ben comprese tutte le presenze militari possibili ed immaginabili dove questo mondo anche solo accenna a ribellarsi.

Tutto vero: le cose in Libia non andavano come “noi le avremmo desiderate”, così come non andavano bene in Iraq, in Jugoslavia, in Iran ecc... Perché non c’era “democrazia”? Ma questi paesi, per tenersi fuori dal gioco dell’imperialismo, non potevano assolutamente permettersi il gingillo democratico, appannaggio, come Trotzkij ci insegna, dell’imperialismo affluente. Al massimo, data la necessità di combinare l’esigenza di indipendenza nazionale (sempre più formale che sostanziale) con i propri connotati di classe borghesi-straccioni, spaventati in primo luogo dalla prospettiva di un’irruzione sulla scena del protagonismo delle proprie classi oppresse, ci stava la risorsa – al meglio! – di un assolutismo populista nel tentativo (impossibile alla distanza) di far quadrare i conti evitando, allo stesso tempo, ricolonizzazione e... rivoluzione autentica di classe.

La “democrazia” vi è stata importata con le armi dall’Occidente nel suo semplice e chiaro significato: collocazione al “potere” in questi paesi di compagini borghesi quisling, magari arruolandovi dietro settori di popolazione (giustamente) insofferenti delle costrizioni “antidemocratiche” imposte dai loro regimi. Ma se quelli di essi che a noi interessano, proletari e classi sfruttate o comunque non sfruttatrici in genere, intendessero sul serio rivendicare a sé una propria “democrazia”, cioè diritti sindacali e politici per sé, si troverebbero ipso facto a cozzare contro il modello “democratico” imposto – in armi – dagli esportatori di nuove libertà, con tutte le conseguenze del caso: e, allora, nessuna possibilità di compromesso né con la o le NATO né con il CNT in affitto ad essa cui rispondere necessariamente con le proprie armi di classe; altro che “rivoluzioni politiche e non sociali” in coabitazione pluriclassista, come abbiamo letto – e già commentato – da certe parti di smidollati in svendita, sia pure – forse – involontaria.

Per questo diciamo che a riscattare la morte di Gheddafi, “stanato” e colpito dalla NATO per essere consegnato alle sevizie atroci dei “ribelli autoctoni” libici, sarà vendicata non da un rinato, impotente, ghedaffismo di ritorno, di nuovo chiuso entro lo stretto recinto nazionale, ma dalla rivoluzione proletaria mondiale; o non lo sarà a nostra vergogna.

Questo non significa affatto, sia ben chiaro, che ci aspettiamo d’un solo e bel colpo la pura e completa rivoluzione cui miriamo chiedendo ai resistenti libici di “attenderci” al varco. In questa direzione saranno utili tutti i tentativi anche strettamente limitati in senso “autoctono” di autentici resistenti libici di rispondere allo schifo neocolonialista attuale. Solo che, sin dall’inizio, essi chiameranno forzatamente in causa altre forze.

Una: quelle delle decine di migliaia di lavoratori africani cacciati dalla Libia dal CNT come indesiderabili “mercenari” da sotto-razza, con tutte le violenze di cui sono stati oggetto che ben sappiamo e per i quali non si tratta tanto di difendere il ghedaffismo, ma una certa “idea” di lotta di classe per sé. La seconda, ed essenziale: quelle dei proletari di qui, del cuore dell’imperialismo, chiamati a finalmente svincolarsi da un sistema che li opprime e, al tempo stesso, li “protegge” grazie proprio alla propria capacità di schiavizzare gli oppressi “altrui”.

In questo senso rendiamo omaggio ad un combattente valoroso di una causa intrinsecamente persa, ma il cui messaggio di riscossa resta al di là e persino contro, se vogliamo e se ci intendiamo bene, del suo provvisorio protagonista inconseguente. Gheddafi, sia come sia, e cioè lungo una parabola in discesa, si era rifiutato di svendere il proprio paese ai ricolonizzatori occidentali degni eredi in veste liberal e “democratica” del feroce colonialismo classico, quello dei Graziani, dei Badoglio (il quale Badoglio, non lo si dimentichi, finito...ciellenista con tanto di placet da parte del PCI staliniano). Egli aveva persino tentato una politica “diplomatica” a favore di una ritrovata dignità ed “unità” degli stati africani (tutti presentemente nel mirino dell’imperialismo). Troppo, comunque, per i tutori dell’ordine e quindi sconveniente per i “ribelli” aspiranti ad una pacifica ripartizione del potere, e del peculio, d’accordo coi padroni del vapore.

Per abbattere Gheddafi, forte (come oggi, a delitto compiuto, riconosce anche il Manifesto) di un largo appoggio popolare, ci sono voluti oltre otto mesi di sistematica devastazione militare NATO, i cui numeri sono ampiamente disponibili all’“opinione pubblica” nostrana (senza troppi indignados in giro per questo). Possiamo azzardare che una tale potenza di fuoco se indirizzata contro il “dittatore Berlusconi”, come chiedeva Asor Rosa (sempre dalle pagine del Manifesto “pluralista” e “specchio dei (brutti) tempi” attuali, si noti bene!), ci avrebbe messo anche meno tempo a risolvere la questione, contando su un largo fronte CNT interno, come da italica tradizione!

Onore a Gheddafi, in questo senso, e disonore infinito ai suoi assassini. Una valanga di merda dovrà sommergere questi infami figuri. L’elenco è sterminato.

Tralasciamo gli infami “eroi” della “liberazione della Libia” dalla “dittatura” ghedaffiana dei neo-colonialisti Sarkozy, Cameron ed Obama (il buon negro progressista per cui tanto si era speso il Manifesto!) e quel Jiabril che al “nostro” La Russa attesta che il regime coloniale italiano – grazie allo sterminio di un ottavo della popolazione libica resistente, come ci insegna Del Boca! – era meglio della dittatura ghedaffiana, e limitiamoci all’Italia.

Disonore infinito per il Cavaliere Silvio in via di disarcionamento ed il suo infame giro di boa badogliano con tanto di sic transit gloria mundi (per lui varrà sic transit gloria immundi!). Disonore infinito per figuri del tipo Frattini, artefice primo dell’operazione allineamento con la NATO; un personaggio che avrebbe fatto la gioia del Lombroso e per i suoi studi su un certo tipo di umanità. Ma che dire del nostro presidente buono Napolitano, forse pentito dei trascorsi appoggi alle “armate rosse” in Ungheria, ma solo per convertirsi a quelle bianche NATO, con tanto di rimproveri ai “ritardi” berlusconiani nel mettersi con esse in riga? O del PD sulla stessa linea, con un emergente Renzi che sollecita a scendere in piazza per esultare per la “fine della dittatura” in Libia? O del Vaticano subito accorso a riconoscere nel CNT (nella NATO) il giusto interlocutore? Ed evitiamo di tornare a parlare di quanti, tra supposte file di rivoluzionari comunisti, hanno superato papà Stalin nei riconoscimenti del CNT “iniziale” come forza da annettere al movimento di liberazione di classe – qui addirittura di solo “popolo”! – , sull’orma del Kuo Min-Tang affiliato da Baffone come simpatizzante dell’IC.

Altro oggetto di vergogna quello della Russia e della Cina (coi suoi 80 milioni di “comunisti” registrati da Diliberto al proprio attivo!, e quando e come essi hanno parlato?), che hanno sottoscritto l’intervento “umanitario” ONU, tradendo non solo il popolo libico, ma i propri stessi interessi di stati (capitalistici) nel mirino dell’Occidente imperialista per motivi di compromesso e collisione con esso, come sempre dalla parte opposta a quella dei popoli e delle classi oppressi.

E ci fa specie anche la posizione dell’Iran (che pur dovrebbe tirare certe lezioni dai fatti!) e degli hezbollah libanesi, che trovano motivo di schieramento a favore del CNT contro l’“anti-islamico” Gheddafi in ragione delle sue posizioni “laiche”. (Anche qui rimandiamo alle tesi del secondo congresso dell’IC che giustamente rimandavano alla lotta contro l’islamismo anche nelle sue presunte vesti “rivoluzionarie”, cui certi “nostri” compagni assurdamente si adattano come surrogato della nostra prospettiva internazionalista di classe).

“Paradossalmente”, a dirla schietta sul senso dell’operazione NATO in Libia è stata a tempo debito una certa destra borghese alla Feltri, prima e contro l’interventismo in affitto napolitan-frattinesco. Ovviamente da un punto di vista opposto al nostro, a rivendicazione degli interessi nazional-borghesi italiani, che da questa partecipazione escono con le ossa rotte. E sulla stessa linea, ma in veste “rivoluzionaria”, lo stesso hanno fatto i rosso-neri di Rinascita, scesi in piazza assieme ai “fratelli libici” in Italia, per rinnovellare il richiamo mussoliniano alla “spada dell’Islam” contro l’imperialismo (degli altri stati padroni, da rimpiazzare, se possibile, nel gioco).

Abbiamo già precedentemente citato la risposta “nazional-rivoluzionaria” sulla questione dei tipi alla Chavez, che perlomeno denunzia il carattere controrivoluzionario a scala mondiale dell’intervento NATO (ed ONU). E’ questo un buon segnale che certamente non potrà essere portato avanti da costoro nel nostro senso, ma ci chiama, su questo preciso terreno, alla lotta, sempre che all’impotenza dei mezzi rivoluzionari borghesi radicali non rispondiamo con la nostra assenza.

Hic Rhodus, hic salta.

29 ottobre 2011

Nucleo Comunista Internazionalista

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