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L'Italia tripudia la guerra

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(5 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Due parole sulla “resistenza antifascista” a confronto con quella irachena.

(21 Aprile 2004)

Anche la resistenza anti-nazifascista sta passando dalla storia al mito, nonostante che alcuni suoi protagonisti siano ancora tra i viventi e nonostante le contrastanti interpretazioni che della stessa furono date negli anni sessanta e settanta. Gran parte della sinistra parlamentare riesce così perfino a utilizzarla come modello (perfetto, proprio perché non meglio definito) per screditare la resistenza irachena. E’ il caso allora di tornare su questo evento in modo sobrio e pacato, quanto meno cercando di cogliere gli aspetti meno controversi in punto di fatto.

Essa prende avvio (in Italia sicuramente) nel momento in cui diventa sempre più chiaro, a suon di bombe sulle nostre città, che le forze dell’Asse sono in gravi difficoltà. Questa annotazione non mira a gettare alcuna ombra di dubbio sull’eroismo dei primi resistenti. È altrettanto noto che anche la Comune di Parigi si da nel mentre si svolge la sconfitta dell’esercito francese; che la rivoluzione russa del 1905 scoppia a seguito della sconfitta dell’esercito zarista inflitta da quello giapponese; che la rivoluzione russa del 1917 approfitta delle gravi batoste subite al fronte sempre dall’esercito russo; che la rivoluzione tedesca prende avvio verso la fine del 1918 mentre si delinea la sconfitta degli Imperi centrali. E bisogna anche dire che i primi nuclei di resistenti armati (prima che Togliatti sbarcasse a Salerno liberata dagli Alleati) avevano in mente in qualche modo di dare avvio alla rivoluzione socialista utilizzando la sconfitta del proprio esercito e la lotta antifascista. Tale era sicuramente l’intenzione dei partigiani di Milano (pare circa 4 mila) con alla testa dirigenti come Lelio Basso, e dei partigiani di Roma (anch’essi pare circa 4 mila) organizzati dal gruppo Bandiera Rossa. La loro impostazione era fortemente ispirata alle tendenze luxemburghiane e trostkiste, esplicitamente polemiche con la linea moscovita che prendeva le mosse dalla teoria del socialismo in un solo paese (1926) e dal fronte popolare (1936) con la cosiddetta borghesia progressista –anche capitalistica- approdato poi al fronte militare internazionale con l’imperialismo democratico o progressista. Queste tendenze, esterne alla terza internazionale, non mancarono di criticare anche i zig-zag di Stalin che all’inizio degli anni trenta arrivò a teorizzare la convergenza con il nazismo, per battere il nemico principale rappresentato dalla socialdemocrazia, e alla fine degli anni trenta ad allearsi (patto Molotov/Ribbentrop) con la Germania in occasione dell’invasione della Polonia.

A credere di lottare immediatamente per il socialismo (sempre ovviamente prima dell’arrivo di Togliatti) erano anche i partigiani di Torino (circa 2 mila), che immaginavano addirittura di essere i veri interpreti della linea moscovita. Né vanno ignorate le migliaia di militanti che confusamente e in ordine sparso incominciarono a darsi da fare nello spirito degli anni venti.

Non mancavano, naturalmente, formazioni partigiane di impostazione democratica radicale, libertaria e socialista, con programmi più moderati delle succitate formazioni ma anche con slanci che, sia pure confusamente, volevano essere più estremistici: per tutte si veda il gruppo di “Giustizia e Libertà”. Come pure non mancava un’ampia galassia antifascista (liberali, cattolici) che però, almeno all’inizio, si teneva ai lati della lotta armata, aspettando più prudentemente gli Alleati dei quali si sentivano organicamente i rappresentanti.

Di opposto avviso era invece Togliatti che appena sbarcato a Salerno propose –in perfetta coerenza con la tattica del fronte popolare e dell’alleanza militare Usa-Urss- l’alleanza in un unico fronte resistenziale di tutte le componenti antifasciste, compresa quella monarchica (poi messa da parte). Era un’impostazione chiaramente interclassista, che escludeva in radice qualsiasi velleità di utilizzare la guerra (ovvero la sconfitta militare e politica del fascismo) in guerra civile per il socialismo. Togliatti ovviamente non si propone come critico del leninismo, ma ne rivendica la continuità creativa, aggiornata alla nuova situazione contro il settarismo livornista che –egli ammetteva- pervadeva ancora tanti compagni che avevano perso il contatto, durante la cesura del ventennio fascista, con la centrale dell’internazionale. Tuttavia, la sua svolta somigliava terribilmente alla linea dei socialisti russi che non solo volevano fermarsi alla difesa della rivoluzione democratica (che aveva fatto fuori lo zarismo) ma intendevano anche continuare la guerra a fianco delle potenze democratiche: secondo loro, proprio perché era caduto lo zarismo, la continuazione della guerra avrebbe acquistato maggiore legittimità progressista. Per inciso il suo prima appello, non firmato Palmiro Togliatti, fu respinto dalla federazione dei comunisti catanesi come opera di un provocatore infiltrato.

La tattica togliattiana ebbe il sopravvento sui partigiani rossi. Probabilmente per la debolezza di questi ultimi (ancorché all’inizio molto numerosi) e per la difficoltà oggettiva di una rivoluzione socialista dopo le sconfitte dei anni venti. Va però rimarcato che la resistenza democratica e interclassista potette usufruire di notevoli appoggi da Mosca e dagli eserciti anglo-americani con i quali collaborò senza alcuna titubanza. Viceversa la resistenza rossa fu ferocemente osteggiata. Contro i partigiani rossi Togliatti non riuscì a operare come contro i dissidenti rivoluzionari spagnoli, non va però sottaciuto –tanto per fare un esempio- che egli aveva dato l’ordine di uccidere Lelio Basso.

Al riguardo, non vogliamo trascurare che in alcuni ambienti filo-sovietici si favoleggia di un Togliatti che avrebbe applicato in chiave moderata le direttive di Stalin. In buona sostanza, in questi ambienti si cerca di dire che Stalin intendeva le alleanze in termini strettamente strumentali e provvisorie, mentre Togliatti le avrebbe assunte come strategiche e immanenti. E’ uno strano modo di ragionare, visto che i risultati in entrambe le versioni sono gli stessi, e probabilmente non sarebbe male che qualcuno considerasse il fatto che prima di Stalin i marxisti non facevano distinzione tra tattica e strategia. Ad ogni modo, questo vero e proprio sofisma, per proporsi con un minimo di rilevanza, ignora deliberatamente che fu Stalin a decidere di sciogliere la III Internazionale durante la II guerra mondiale, così togliendo qualsiasi plausibilità alla discordanza tra la linea “rossa” decisa dal centro e la linea “interclassista” applicata dai moderati. Né ci sembra degno di rilievo il fatto che lo stalinismo rosso sia stato presente nella resistenza tramite Pietro Secchia. Pur non volendo trascurare alcune accentuazioni pratiche della corrente legata a questo dirigente, ci sarà concesso che Pietro Secchia non solo non si è mai scontrato apertamente con Togliatti, ma non ha mai messo in discussione gli assi portanti della resistenza interclassista. In estrema sintesi –che in questo caso non fa violenza a posizioni diverse- tutto il gruppo dirigente capeggiato da Stalin si trovò d’accordo nello scioglimento della terza internazionale, per sancire anche formalmente la linea patriottica dei partiti comunisti: significativamente anche nel simbolo del nuovo partito appare anche la bandiera tricolore e nei discorsi , come negli scritti, si da ingresso ad un’impressionante retorica patriottica. Per darne un’idea si vada a leggere l’articolo dell’Unità a commento del primo sciopero operaio nel 1943: lo scrittore esprime tutta la sua soddisfazione non solo per la grande riuscita dello sciopero, ma soprattutto per il fatto che nel corteo sono maggioritarie le bandiere tricolori; egli riferisce che appaiono anche poche bandiere rosse che, però, vengono portate –secondo il suo personale accertamento sul campo- da soggetti (udite bene!) o bacati o provocatori.

Sia quello che sia, la resistenza antifascista non solo non ha dato luogo alla successiva tappa socialista, ma non ha neppure partorito quello strano oggetto del desiderio che andava sotto il nome di democrazia progressiva. A sostenerlo non siamo solo noi “settari”, ma gli stessi apologeti della resistenza, quando hanno cominciato a parlare di regime democristiano e di sudditanza filo-atlantica. Questi ultimi però hanno sempre cercato di spiegare che l’involuzione democristiana e filo-atlantica è il risultato di tradimenti e di imprevisti storici, fermo restando che la resistenza “togliattiana” (non la resistenza rossa sconfitta da Togliatti), nel suo nucleo essenziale, conteneva anche virtù salvifiche e socialiste.

Questo ragionamento fa leva su una presunta differenza sostanziale del nazifascismo rispetto alla democrazia borghese. Si badi bene: se non ci fosse questa differenza importante ovvero se la differenza consistesse solo negli interessi capitalistici in contrasto, l’alleanza interclassista antifascista con potenzialità socialiste non avrebbe senso. Sarebbe solo un bieco o puerile tatticismo.

Inizialmente, cioè negli anni venti, si cercò di dimostrare, a tal fine, che il fascismo era un ritorno all’assolutismo semifeudale. In altri termini, l’abolizione delle libertà borghesi era solo la punta dell’iceberg, l’aspetto politico-istituzionale di una involuzione strutturale. Sono noti in tal senso i primi incerti approcci di Gramsci secondo cui i fascisti sarebbero stati partoriti dagli agrari, intesi questi ultimi come latifondisti e assenteisti. Il povero Gramsci non si avvide neppure che gli agrari padani erano imprenditori capitalistici e che proprio laddove (nel Sud) persisteva ancora latifondo e arretratezza agricola di fascisti se ne vedevano davvero molto pochi. E ciò a parte ogni considerazione sul fatto noto ed eclatante che la sede centrale del fascismo era l’industrialissima Milano. Altri imputarono il fascismo alla piccola borghesia frustrata e quindi capace di rigurgiti reazionari a vocazione medievale.

L’evidenza dei fatti spazzò via queste teorie, almeno negli ambienti che si richiamavano al comunismo, e oggi si ammette perfino che, sia pure con riti e formalità diverse, il fascismo è battistrada del democratico new deal. Tuttavia, i sostenitori delle alleanze interclassiste non si scoraggiarono e inventarono un’altra differenza del fascismo rispetto ad un capitalismo normale con il quale sarebbe stato possibile allearsi. Il fascismo sarebbe stato l’espressione del capitale finanziario (circostanza questa che avrebbe dovuto sconsigliare massimamente l’alleanza con gli Stati Uniti), reazionario rispetto a quello industriale.

Da queste differenze derivava che il movimento operaio non dovesse solo battersi per il ripristino delle libertà democratiche (di sciopero, di stampa, di associazione) mantenendo la sua autonomia rispetto alla lotta delle altre frazioni borghesi antifasciste; ma doveva allearsi a queste altre frazioni. Ovviamente, per rendere realisticamente possibile siffatta alleanza la lotta operaia doveva rinunciare, sia pure provvisoriamente (si fa per dire), al socialismo, e limitarsi a obiettivi di ordine sindacale o comunque compatibili con la democrazia borghese.

Ora, però, veniamo a scoprire che le differenze tra un capitalismo democratico e un capitalismo fascista non sono poi molto rilevanti. E lo sono ancor meno sotto il profilo degli schieramenti internazionali. A dircelo sono di nuovo gli apologeti della resistenza togliattiana o staliniana. Emblematici di questa implicita autocritica sono due esempi. Il primo pertiene alla sinistra parlamentare: si tratta del noto e, per certi versi brillante, intellettuale Domenico Losurdo, esponente del gruppo che fa capo alla rivista Ernesto ed è organizzato come corrente di RC. Il secondo ci è dato da un recente scritto a firma di un piccolo collettivo extra-parlamentare, molto antimperialista, dal nome di Laboratorio marxista.

Entrambi hanno evidenziato che le stragi di Hiroshima e Nagasaki, effettuate dai bombardamenti atomici usamericani, sono paragonabili, per le intenzioni e per gli effetti, alle stragi compiute dai nazisti nei campi di concentramento a danno degli ebrei.

Il Lab. Marxista lo riferisce in polemica con Bertinotti, secondo cui gli Usa, per quanto esecrabili, sarebbero stati diversi dai nazisti. I primi –secondo Bertinotti- avevano scopi genocidi, i secondi solo scopi terroristici.

Losurdo invece con grande impegno da alcuni anni sta cercando di dimostrare che l’esecrabilità degli Usa non si limita ai soli e spaventosi episodi di Hiroshima e Nagasaki –che avrebbero meritato di finire davanti al Tribunale di Norimberga-, ma va bel al di là. Intanto si spinge fino alla modalità con cui fu condotta l’aggressione al Vietnam. Qui –come è noto- gli “americani”, pur di sconfiggere i vietnamiti, sarebbero stati disposti a cancellarli come popolo anche a costo di rendere per secoli inabitabile il loro paese: non ci riuscirono solo perché si trovarono di fronte ad una possente mobilitazione popolare mondiale, molto significativa anche negli Usa stessi, e ad opposizioni statali interessate al ridimensionamento dell’egemonia della Casa Bianca. Tornando alla seconda guerra mondiale, Losurdo fa anche rilevare che gli Usa avevano programmato e scientificamente organizzato che gli obiettivi principali dei loro bombardamenti erano la città e le popolazioni civili: non solo per scopi terroristici, ma anche per cinici calcoli economici nella prospettiva della ricostruzione. Tokio subì 100 mila morti a causa delle bombe incendiarie. Altrettanti ne subì Amburgo. Ma dove gli alleati toccarono il culmine della cinica ferocia fu a Dresda: qui, a guerra quasi finita e quindi per meri scopi di vendetta deliberata sui civili, in 3 giorni di bombardamenti furono uccise 202.000 persone, per lo più donne, bambini, vecchi e invalidi.

Per Losurdo non si tratta però di un comportamento sorprendente. Analizzando la storia degli “americani” (dal genocidio dei 50 milioni di nativi fino alla schiavitù dei neri e alle simpatie per i nazisti nella Casa Bianca o viceversa), egli arriva a sostenere che i bombardamenti della II guerra mondiale, quelli sul Vietnam e quelli di oggi in varie parti del mondo, sono iscritti nel dna delle classi dirigenti e privilegiate degli Stati Uniti. Non possiamo dargli torto.

Ma allora come si giustifica l’alleanza con gli Usa durante la II guerra mondiale? Probabilmente il compassato Losurdo ci porterà gli stessi argomenti che Luciana Castellina, in polemica con l’australiano Pilger, ha usato per giustificare il voto a Kerry. La prestigiosa giornalista ha prima mostrato che anche lei la sa lunga: figuriamoci, si sa bene che il partito democratico negli Usa è solo una corrente del partito unico del capitale, che in particolare Kerry ha deciso di inviare in Iraq, in caso di vittoria elettorale, altri 40 mila soldati. Tuttavia, pur senza gli autoinganni delle tattiche frontiste di una volta, bisogna votare Kerry. Perché? Il fatto che egli deve avere come interlocutori i lavoratori e le forze politiche di sinistra lo costringerà ad una politica diversa da quella di Bush. Come dire: il fatto che il centrosinistra in Italia aveva come base elettorale i lavoratori avrebbe dovuto consigliargli la non partecipazione all’aggressione alla Serbia.

Non c’è che dire: un pensiero davvero notevole. Almeno Gramsci –al quale pure amano richiamarsi taluni brillanti strateghi della politica politicante- avvertiva tutto il significato negativo, in termini di rivoluzione passiva, della dialettica tra moderno capitalismo e masse popolari: in termini volgari, metteva in guardia contro le turlinupature del capitale riformista.

Ma cosa ci possono dire allo stesso riguardo i resistenzialisti dei piccoli collettivi extraparlamentari? Anche per loro era giusta la linea interclassista togliattiana o staliniana? O forse che quella linea non era interclassista? O forse che non lo è più, sol perché l’antifascismo diventa militante?

Detto francamente, ci sembra giusto opporsi alla svalutazione –sulla base della retorica umanitaria e pacifista- della resistenza irachena, ristabilendo che anche la resistenza italiana fu costretta all’uso della violenza. In questo caso, trattasi di critica a certe posizioni, che colludono con le aggressioni imperialiste, a partire dalle loro stesse premesse. In tal senso, ci è sembrata opportuna e tempestiva, da parte di un gruppo di pacifisti inglesi, mostrare la foto del duce a piazzale Loreto accanto a quella dei quattro americani appesi a Falluja. Non altrettanto giusto ci sembra però andare oltre il segno, cercando di dimostrare che la resistenza italiana fu quello che non è stato. E non fu neanche un resistenza antimperialista. Non solo per la banale considerazione che anche l’Italia era un paese imperialista e patria di quel fascismo di cui Hitler si sentiva discepolo, ma anche perché finì per allearsi con l’imperialismo a stelle strisce. Quest’ultimo, secondo le rappresentazioni dello sfrenato volontarismo tattico di Stalin, sarebbe stato un nemico secondario per il comunismo o perché più debole o perché più democratico, in fin dei conti più abbordabile nel prosieguo della lotta, dopo aver sconfitto il Male Assoluto di quell’epoca. Ohibò, da qualche tempo qualcuno si è accorto che è proprio l’imperialismo americano il Male Assoluto. O no?

17/4/04

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