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(17 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Quel qualcosa che manca.

crisi-scioperi-"indignados"

(11 Novembre 2011)

Quel qualcosa che manca.

La democrazia è la nostra maggiore nemica, è quella con la quale dobbiamo sempre fare a pugni, perché intorbida il limpido distacco delle classi, e vorrebbe quasi diventare le molle della carrozza che servono a far pesare meno sulle ruote il carico dei passeggeri e ad evitare gli scossoni che possono far ribaltare.
A.Gramsci L’Avanti-febbraio 1916


Il mancato riequilibrio multipolare ritarda l’uscita dalla crisi, soprattutto dell’occidente attanagliato dal debito sovrano.
Il direttorio franco-tedesco cerca di approfittare delle crisi altrui per condizionare gli altri Stati dell’area Euro e accrescere la centralizzazione UE a proprio vantaggio (vedi ad es. le norme sulle banche, che penalizzano quelle italiane), anche per evitare la conflagrazione dell’euro, dotandosi degli strumenti di controllo, intervento e supervisione, aumentando vincoli e “cessioni di sovranità” nazionale per tutti gli stati.
A sviluppo ineguale, corrisponde l’ ineguale uscita dalla crisi.
A fronte dello storico indebolimento Americano con disoccupazione al 9%, l’Europa, con il suo 10% ( Italia all’8% ), gioca la carta della ristrutturazione dei trattati costitutivi.
Già dal 2013 debutterà il meccanismo salva-stati permanente, una sorta di fondo monetario Europeo modellato sulla falsariga del f.m.i., che dovrebbe sanare i problemi di liquidità degli stati, arginando l’effetto domino a catena sull’intero continente.
La modifica dei trattati, in particolare quello di Lisbona, sembra essere la chiave di volta e di possibile successo dell’attuale ( e reiterata nel tempo ) gestione Franco-Tedesca della crisi, che però abbisogna di una profonda campagna di coinvolgimento dei singoli stati e delle relative popolazioni ( anche con possibili referendum ), spesso attraversate da correnti e movimenti euroscettici.
Sono i temi affrontati dall’ultimo G20 di Cannes, che ha salutato positivamente le misure per salvare la Grecia, aumentando le risorse del f.m.i. ( convolgendo anche la Cina ), aprendo timidamente ai finanziamenti ai paesi in via di sviluppo, e dando via libera alle tassazioni (0,05%!) delle transazioni finanziarie.
L’internazionalizzazione capitalistica non può schivare la legge dell’ineguale sviluppo tra le aree geopolitiche del mondo, spostando all’officina dell’est, al Brasile ed al Sudafrica quel ruolo di baricentro che da sempre apparteneva all’area euroatlantica.
Il p.i.l. del BRICS ( Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica ) è ormai al 17% di quello globale, e nel 2030 si prevede diventi il 47%, mentre già i prossimi acronimi di paesi emergenti fanno capolino ( Civet=Colombia-Indonesia-Vietnam-Egitto-Turchia ).
Questo è il “nuovo” mondo che ha rotto definitivamente l’equilibrio bipolare senza averne ancora fondato un’altro, affollato di competitors che utilizzano la crisi e pronti ad imporsi nella prossima ripresa con le armi della concorrenza, della speculazione finanziaria, della guerra.
In Libia, seppur con diverse gradazioni interventiste, si è riscoperto un ruolo militar-imperialista europeo primario rispetto agli U.S.A., in cui si sono fuse le classiche esigenze di spartizione profittale con quelle di bottega elettorale.
Ora, col cadavere di Gheddafi ancora caldo, parte la gara d’appalto nella monetizzazione in base all’impegno militare sul campo, facendo diventare la ricostruzione una fetta della già colossale torta libica.
Il “bel paese” italiano ha avuto un ruolo centrale nella guerra contro la Libia, e non solo come base degli attacchi Nato, francesi ed inglesi ( l’80% delle missioni aeree alleate sono state lanciate da basi italiane senza le quali l’operazione Unified Protector sarebbe stata inattuabile ).

Gli aerei italiani hanno svolto un ruolo fondamentale, con piu’ di 2000 attacchi cui aggiungere le 400 missioni compiute dagli elicotteri della marina, secondi solo ai francesi (4500 missioni) ed ai britannici (2400 missioni).
La guerra per commissione (non diretta e non nella metropoli capitalista) diviene, oltre che una guerra di spartizione, un modo per misurarsi a vicenda delle potenze europee che, unitariamente, consumano l’ultima ipocrisia democratica:l’Europa bombarda, ma chi scappa da quelle bombe viene espulso o seppellito in qualche c.i.e..
Da una parte la guerra di rapina verso le popolazioni euromediterranee, dall’altra l’offerta dell’Euro-democrazia come modello politico e sociale, concorrenziale ai tentativo di utilizzo islamico delle “primavere” arabe: queste le due facce della via europea al medioriente tra penetrazione economica e corruzione ideologica.
Di fronte al quadro del ritrovato protagonismo militare europeo, non casualmente deboli sono i movimenti di opposizione alla guerra, al contrario di come invece si espressero
( corroborati da una forte presenza dei papa-boys cattolici ) durante le varie guerre americane in Irak .
Evidentemente, i “movimenti contro la guerra” tengono poco in conto il movimento reale, rimanendo intrappolati nell’unilateralismo “antimperialista-antiamericano” d’antan e diventando oggettivamente ( ma spesso anche soggettivamente! ) socialimperialisti, al rimorchio della socialdemocrazia e dell’”Europa sociale di mercato” di S.madre chiesa.
Come al solito, è la realtà stessa ad imporsi con la sua crudezza, ed a smentire pifferai ed attacchini.
La crisi, con la scarnificazione sociale e la messa in mora di ogni possibile mediazione politicista, ha già dato una sonora risposta ai movimenti del “capitalismo temperato”.

L’altra risposta, decisiva, spetta a noi!

Un sindacato al giorno,
leva lo sciopero e lo scioperante di torno.

Le classi nostre nemiche sono abituate a lamentarsi del nostro terrorismo. Cosa esse intendono con ciò è piuttosto oscuro. A loro piacerebbe etichettare tutte le attività del proletariato dirette contro gli interessi del nemico di classe come terrorismo. Lo sciopero, ai loro occhi, è il principale metodo del terrorismo. La minaccia di uno sciopero, l'organizzazione di picchetti, il boicottaggio economico di un boss schiavista, il boicottaggio morale di un traditore dalle nostre stesse file - tutto questo e molto più è ciò che essi chiamano terrorismo. Se il terrorismo è inteso in questo modo, come ogni azione che ispiri paura o arrechi danno al nemico, allora certamente l'intera lotta di classe non è nient'altro che terrorismo. E l'unico interrogativo che resta da porsi è se i politici borghesi abbiano o meno il diritto di versare la loro piena indignazione morale sul terrorismo proletario quando il loro intero apparato statale, con le sue leggi, polizia ed esercito, non è nient'altro che l'apparato del terrore capitalistico!
Leone Trotzkij 1911

La grande ristrutturazione seguita al ciclo di lotte degli anni ’70, la de-concentrazione industriale, l’accelerazione della delocalizzazione dopo l’89, le regolamentazioni legali, ma anche il “grande sonno” operaio frutto del senso di sconfitta, di isolamento e mancanza di organizzazione, sono alla base del drastico calo di conflittualità sociale nell’intera Europa, ed in particolare in Italia.

Eppure, il secolo passato è stato culla di almeno 3 lunghi cicli di forte lotta di classe.
Vi furono tre grandi esplosioni : nel 1919-1920, probabilmente la più imponente del secolo nel 1946-1949; nel 1969-1970.

Tutte queste tre esplosioni furono precedute da ondate imponenti di scioperi rispetto ai periodi precedenti, e che “aprirono la via” alle esplosioni: così nel 1901 si passa da 3 a 29 giornate perse per 100 attivi, e questo tetto viene superato ancora nel 1907, quando si passa dalle 16 giornate dell’anno prima a 31 giornate.
Nei settori non agricoli i “balzi in avanti” sono ancora più chiari: nel 1901 sono 35 le giornate perse ogni 100 attivi non agricoli, nel 1902 si passa a 41, nel 1907 a 46 giornate, nel 1913 infine a 50 giornate.
Anche se vi sono anni di ripiegamento (il 1905), sono fenomeni isolati, subito riassorbiti da una dinamica certo ciclica ma con un forte trend ascendente.
In assenza di dati statistici sulla seconda esplosione, possiamo solo ricordare i famosi scioperi del marzo 1943 e del marzo 1944.
In media, negli undici anni dal 1969 al 1979, nell’industria vi furono poco meno di 200 giornate perse ogni anno per 100 lavoratori dipendenti, e solo nel 1978 si scese significativamente sotto le 100 giornate.
Nel precedente ciclo alto del 1959-1964 la media era di 120 giornate, e il “pavimento” era di 60 giornate.
Dal 1980 ad oggi si possono identificare tre sottoperiodi: i cinque anni dal 1980 al 1984, i dieci dal 1985 al 1994, e i dodici che seguono (fino al 2009, ultimo anno per cui sono disponibili dati).
In questo ventennio, con un’impennata negativa dal 1990 al 2009, si registra una bassa conflittualità sociale ed una netta riduzione sia delle giornate perse che nella partecipazione agli scioperi che in Italia raggiunge il picco del - 65%.
Dal 2000 al 2009, siamo preceduti nella statistica degli scioperi da Spagna, Grecia, Francia, Danimarca e Belgio.
La crisi degli ultimi 3 anni non ha prodotto variazioni significative di questa classifica nella frequenza, nel volume, nella gravità e nella dimensione degli scioperi in Europa ed in Italia.
Ora, viviamo una situazione piu’ virtuale che reale, sempre piu’ spesso basata sull’effetto annuncio e sul passaggio mediatico, dove gli “scioperi” o sono “politici” (contro il terrorismo etc. ) o vengono trasformati in innocue manifestazioni di piazza.
In sostanza, piu’ si indicono scioperi, e meno se ne fanno, sul serio.
I lavoratori, siccome lavorano, non hanno molto tempo per fare ragionamenti da sofisticheria politica, ne’ per addentrarsi nel caleidoscopio delle sigle e siglette sindacali, dei loro scioperi diversi e contrapposti, delle loro cervellotiche dinamiche interne.
I lavoratori, siccome lavorano, fanno ragionamenti semplici, e si aspettano, di fronte all’attacco sempre piu’ pesante al lavoro salariato, un argine unitario che blocchi il continuo sfarinamento di diritti e conquiste degli ultimi decenni.
I lavoratori, siccome lavorano, capiscono che la loro condizione è uguale, e non concorrente, a quella degli altri lavoratori sparsi nel mondo, e che servirebbe almeno un movimento operaio europeo per tentare di risalire la china.
Adesso, di fronte all’ultimo assalto governativo imposto dai mercati finanziari e dai vincoli europei, ci troviamo di fronte ad una serie di scioperi, confederali e “di base”, tutti in giorni diversi, l’esatto contrario degli appelli all’”unitarietà” lanciati negli scorsi giorni; scioperi probabilmente virtuali che non bloccheranno il paese, anche perché i lavoratori, siccome lavorano, due conti in tasca se li fanno, e non hanno voglia di perdere soldi inutilmente.

I lavoratori, siccome lavorano, stanno perdendo la fiducia nel sindacato confederale, ma non trovano un’alternativa seria, credibile, matura nell’ ininfluenza e nella litigiosità perenne del sindacalismo autonomo e di base.
Come dargli torto?
Come mantenere deleghe e fiducia nei confederali firmaioli da sempre di tutti i contratti bidone e di ogni misfatto concertativo?
Come credere alla c.g.i.l. che prima firma il 28 giugno con confindustria e adesso minaccia sciopero contro Sacconi, l’art.8, la fine dell’art.18, il governo?
Come dar retta alla pletora di sindacatini “conflittuali” piu’ tra di loro che con il governo, dopo decine di patti falliti e coordinamenti piu’ o meno di base?
Occorrerebbe qualcosa d’altro, qualcosa di travolgente!
Qualcosa che ridesse fiducia e forza ad un tessuto di classe esangue, atomizzato, bastonato dal padrone e narcotizzato dalla nefasta azione mafiosa del sindacato, ormai incapace di essere anche solo il solito sportello di servizio individuale.
Qualcosa che invece di giocare la propria partita al tavolo dei bari magari alzando un po’ la voce, facesse saltare il tavolo, scombinando accordi e progetti dei giocatori.
Qualcosa che forzi compatibilità e ruoli prestabiliti, giochi la propria partita, autonoma, indipendente, sul terreno dell’organizzazione e della prospettiva.
Qualcosa che superi l’”indignazione” sterile e platonica, e sterzi verso il percorso della lotta di classe, approfondisca le contraddizioni attuali, e le avvii verso il loro scioglimento rivoluzionario.
Già, qualcosa……che ridia un senso alla lotta, ed alla stessa esistenza operaia che altrimenti verrà ri-ridotta a schiavitu’.
Quel qualcosa si chiama partito?
Non saremo certo noi a fornire bell’e pronto, precotto e confezionato, un altro totem estetico del partito.
Ce ne sono già troppi, ed inutili.
Di certo, crediamo che la classe si dia in/un partito quando le condizioni storiche della contraddizione corrispondono alle condizioni politiche della coscienza di classe.
Di certo, siamo convinti che dentro il percorso della lotta di classe, e dei suoi cicli ondivaghi, siano le avanguardie di classe a scegliere il momento per rompere gli indugi, diventando parte attiva del movimento reale, e costituendosi in organizzazione autonoma.

Questo è uno di quei momenti.

Non sacrificheremo la chiarezza a nessuna “unità”.
Noi siamo contro l’opportunismo politico, sindacale, di movimento.
Siamo contro, cioè, il riformismo,
il massimalismo parolaio ed il nullismo intermedista.
Li riteniamo intralci allo sviluppo di ogni vero movimento reale
che supera lo stato di cose presenti.
La lotta contro l’opportunismo politico, sindacale, di movimento
è parte integrante del processo di ricompattamento teorico,
politico ed organizzativo delle avanguardie di classe
sul terreno della rivoluzione sociale e dell’organizzazione autonoma,
uniche risposte adeguate alla crisi.

La lezione del 15 ottobre o dell’assalto al palazzo d’autunno.
compagno si, compagno no, compagno un cazzo!

“ La rivoluzione, in quanto sovvertitrice dei rapporti sociali e dell’ordinamento giuridco esistenti,
non è “pacificamente” conciliabile con la realtà effettuale, per la semplice ragione che non c’è un sistema giuridico che preveda, e giustifichi, la propria distruzione”
P. Ostellino “Niente illusioni, quella piazza non era pacifica”
Corriere della sera 17-ottobre-2011

La giornata del 15 ottobre, internazionalmente nata come giornata della sollevazione dei popoli contro l’Europa dei padroni, doveva diventare in Italia l’ecumenica sfilata-comizio-concerto per “un’altra Europa, un’altra Italia” ad uso e consumo del centrosinistra e dei suoi epigoni di movimento.
A questo si è dedicato, pur nella concorrenzialità di sigle e tessere, l’arcipelago degli indittori, tanto plurali e diversi quanto uniti nell’imbavagliare possibili dissensi.
A questo hanno collaborato, da eminenze grige dietro il sipario, partiti della defunta sinistra di stato, sindacati di stato, associazioni ed agglomerati politici alla ricerca della poltroncina perduta.
A questo hanno presieduto, trasformandosi tutti in “indignados”, dalla confindustria, ai padroni affittapagine, al vaticano.
Tutti uniti, oltre all’”alternativa”, volevano l’ennesima inutile manifestazione della società civile che accelerasse il trapasso Berlusconiano (ormai maturo e non per mano popolare! ) verso il futuro nuovo governo di centrosinistra.

In molti, però, a questo gioco non hanno giocato.
In molti hanno detto basta a questo spettacolo già visto.
Ed hanno strappato il sipario,
lasciando nude le squallide comparse dietro il palcoscenico.

Chi ad inveire contro i barbari, chi ad invocare l’intervento delle guardie, chi a preorganizzare l’autoregolamentazione dei cortei prossimi venturi, chi a difendere la “città aggredita”, chi ad elemosinare la fine della guerra tra “buoni e cattivi”.
Di certo, cosi’ come prima della scadenza ci si contendeva testa del corteo, disposizione tecnica degli spezzoni e striscioni, dopo la scadenza si infiamma la polemica con lo scopo di mettere cappelli ed accaparrarsi gli scampoli di tessere politiche e sindacali.

E cosi’, nel piu’ antico solco del gruppettarismo d’antan, ci si scontra nel sindacalismo “di base” tra stalinisti ed “autoorganizzati”, dandosi l’un contro l’altro dei Noske e dei mazzieri, invertendo cosi’ parti e ruoli di altri tempi.

Miseria della politica,
la stessa contro la quale, magari in forma simbolica
e disorganizzata ha combattuto la piazza del 15 ottobre.

Riuscendo pero’ a squarciare il velo, ed a segnare un discrimine che difficilmente potrà essere ignorato, d’ora in poi.
Il discrimine tra chi pensa che i padroni ed i loro servi non pagheranno la loro crisi su nostro gentile invito, ma solo se costretti dalla forza, dalla nostra forza di classe!
Il discrimine di chi pensa giunto il momento di rompere col politicismo degli attacchini del governo diverso, e che su questa rottura vada costruito il futuro di un possibile movimento di classe.

E’ la stessa realtà sociale che ce lo impone.

La crisi, e le sue ricadute sul corpo di classe imposte dalla competizione pluripolare e dall’adeguamento a questa del blocco continentale Europeo, scarnificando i rapporti sociali, attaccando definitivamente il lavoro salariato ed il welfare-state, ci consegna una realtà dove le mediazioni si riducono ogni giorno di piu’.
Il vecchio scambio socialdemocratico sfruttamento-welfare oggi non regge piu’ perché i margini di erogazione di spesa e servizi pubblici vanno riducendosi a zero; di converso ogni possibilità di vertenzialismo e rivendicazionismo dentro la compatibilità capitalista diviene un’operazione a perdere.
La stessa azione sindacale, per quanto auspicabile e necessaria sul terreno Europeo, tende a mostrare tutta la propria insufficienza ed inadeguatezza a fronte di decisioni, diktat e vincoli a carattere continentale.
Coalizioni governative ed organizzazioni sindacali, per quanto accomunate dal terreno dell’integrazione con l’apparato statuale, debbono necessariamente sottostare ai vincoli di bilancio ed alla odierna guerra Europea al debito pubblico.
In questo senso, qualsiasi movimento, anche di massa, quando si pone sul terreno della temperazione di sistema, della sua riforma e regolazione, della sua umanizzazione, si pone all’interno della compatibilità capitalista, prestandosi oggettivamente ad essere usato e strumentalizzato da forze e classi che hanno l’interesse a perpetuare il sistema.
In questo senso, anche il movimento degli “indignados”, con la sua ricontrattazione del debito, diviene il movimento trasversale ed interclassista di tutti, e tutti interessati ad un default controllato, che eviti l’effetto domino sull’intera U.E., preservandone la propria esistenza.

In ultima analisi, anche il movimento degli “indignados”, se non si da una prospettiva di lotta che fuoriesca dai binari della gabbia capitalista, è destinato a trasformarsi in un movimento a carattere socialimperialista, di difesa, cioè, dell’Europa dei padroni.

E’ contro questa prospettiva,
e contro i suoi megafoni politici, sindacali e di movimento,
che si è mossa la rivolta del 15 ottobre.

Ma anche la rivolta, se non diviene rivoluzione, strategia di lungo periodo, organizzazione indipendente e di classe, puo’ essere utilizzata, come sta puntualmente accadendo.

Non si tratta, adesso, di riscoprire equidistanze o di auspicare il superamento ecumenico della divisione tra “buoni e cattivi”, ma di fare chiarezza, lasciando l’opportunismo politico, sindacale e di movimento nel suo ruolo di attacchino del cartello catto-elettorale.
Si tratta di andare oltre dinamiche ed estetiche di piazza, puntando dritto ai contenuti della lotta odierna, che non può tendere ad addolcire la contraddizione capitalista, ma ad approfondirla.
Si tratta di leggere, dentro la storica contraddizione di sistema tra la tendenza alla socializzazione produttiva e l’accumulazione privata del prodotto, l’attuale crisi, le sue motivazioni, i suoi probabili sbocchi.

E, dentro la crisi, intravedere le linee guida della convenienza proletaria intorno alla planetizzazione del proletariato, alla sua contaminazione migratoria, alla sua concentrazione nella metropoli imperialista.
La fine della mediazione socialdemocratica e la mondializzazione capitalista sono gli elementi oggettivi con i quali si deve incrociare l’azione cosciente ed autonoma del proletariato, della propria organizzazione di classe.
Solo la lotta per la costruzione dell’organizzazione di classe ci mette al riparo da ogni strumentalizzazione ideologica dei movimenti, pèrchè si basa sui capisaldi dell’internazionalismo, dell’antiistituzionalità, dell’astensionismo elettorale.

Teoria, politica ed organizzazione autonoma di classe
questa è per noi la vera lezione del 15 ottobre.

C O M B A T

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