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Iraq: il sonno della ragione

(26 Aprile 2004)

E’ proprio vero: il sonno della ragione genera mostri. Il “no” alla guerra contro l’Iraq era stato gridato dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale nelle numerose e straordinariamente partecipate manifestazioni nelle quali si era espressa una mobilitazione popolare senza precedenti nella storia; quel “no” si era fatto severo monito nelle accorate parole del Pontefice e nei molti interventi di autorevoli personalità religiose, morali e culturali; era stato quel dissenso pronunciato con estrema chiarezza dalle espressioni di gran lunga prevalenti della comunità internazionale per bocca del segretario generale dell’Onu Kofi Annan e dei leaders di importanti Paesi europei (come la Francia e la Germania), della Russia, della Cina e di quasi tutti gli stati arabi compresi quelli legati agli Stati Uniti da consolidati rapporti di amicizia.

Mille voci si erano levate per invitare alla prudenza e alla riflessione; per fare appello alle ragioni del buon senso e della responsabilità; per invocare il rispetto dello Statuto dell’Onu e del diritto internazionale; per segnalare i rischi tremendi di un intervento che avrebbe potuto aprire la strada a quel conflitto tra religioni e civiltà a cuor leggero evocato da Bush in America e da Berlusconi in Italia; per prospettare le tragiche conseguenze che quella dissennata guerra avrebbe avuto in termini di vite spezzate, di mutilazioni, di sofferenze e di devastazioni; per far presente che l’intervento militare, utile solo al vampirismo bellico, avrebbe danneggiato l’economia mondiale facendo crescere la fame e l’indigenza nei Paesi poveri e peggiorando ovunque le condizioni di vita e di lavoro dei ceti sociali più deboli.

Ma c’è di più: numerose, puntuali e convincentemente motivate erano state le previsioni, fra le quali spiccava quella del leader egiziano Mubarak, per le quali l’attacco all’Iraq avrebbe ulteriormente destabilizzato l’area mediorientale ed avrebbe soprattutto rafforzato il terrorismo invece di indebolirlo e di farlo arretrare. Appelli, ammonimenti, proteste, preghiere, corali invocazioni di pace: tutto è stato vano. La guerra dell’arroganza e dell’ostinazione è stata scatenata e tutte, proprio tutte, le tragiche previsioni si sono puntualmente avverate fra la sorpresa di certi uomini politici e di taluni commentatori nostrani la cui ipocrisia è pari solo alla loro impudenza. Ed in questa drammatica situazione che vede il mondo sull’orlo di un baratro, il nostro Governo, che aveva disinvoltamente sin dall’inizio avallato la guerra di Bush e che si era poi messo al servizio del “grande fratello” americano mandando i nostri soldati in Iraq sotto il comando delle forze di occupazione, non vuole oggi guardare in faccia la realtà, non fa autocritica, non corregge gli errori commessi, censura gli atti di responsabilità del nuovo governo spagnolo e baldanzosamente conferma il suo schieramento in favore di un intervento armato strumentalmente motivato da ragioni (prima il possesso di armi di distruzione di massa e poi la collusione tra il governo iracheno ed il terrorismo) che sono risultate, per sostanziale ammissione anche degli stessi governi di Washington e di Londra, prive di qualsiasi fondamento e platealmente mendaci.

Resta così l’Italia non solo favorevole ma anche al servizio di una guerra tuttora in corso, illegittima per il diritto internazionale, falsa nelle sue ostentate giustificazioni e deleteria per la lotta al terrorismo; una guerra che non può certo esportare in Iraq libertà e democrazia ma che sta regalando a quel martoriato Paese eccidi, rovine ed iniquità di spaventose dimensioni. Ed è in questa ottica che vanno riguardate, al di là della cortina fumogena alzata da certe strumentali suggestioni nazionalistiche e patriottarde, le responsabilità del governo Berlusconi e della maggioranza che lo sorregge per quanto è accaduto e quanto può ancora accadere ai nostri militari in Iraq, ai nostri concittadini che devono in quel Paese vivere e lavorare e a tutti gli italiani esposti al crescente rischio di attentati a causa di scelte sconsiderate e dannose, non condivise dalla maggioranza degli italiani e condannate senza appello da quella nuova “superpotenza” disarmata che è il movimento mondiale per la pace.

Un movimento, quello appunto per la pace, col quale dovrà fare i conti il nostro imperturbabile e sorridente Presidente del Consiglio che, a fronte dei drammi e delle ansie che stiamo vivendo in questi giorni di sbigottimento e di orrore, sa solo dire, scegliendo peraltro il momento meno opportuno anche per le conseguenze negative che le sue parole possono avere sul destino dei nostri connazionali presenti in Iraq, che i contingenti militari italiani resteranno comunque in quel Paese dopo il prossimo 30 giugno. Ed è penosamente significativo che l’onorevole Berlusconi si sia esibito in tale muscolosa dichiarazione poco dopo essersi fregate le mani per la soddisfazione di essere il suo governo rimasto nell’Europa continentale, dopo la defezione spagnola, il migliore alleato della Casa Bianca. Sarà “vera gloria” ? Ai cittadini di questo angosciato e sbalordito Paese la … facile “sentenza”.

Brindisi, 23 aprile 2004

Michele Di Schiena

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