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28/11 - fallisce miseramente tentativo di riscatto a ferro e fuoco di prigionieri di guerra in potere delle farc: morti 1 militare e 3 poliziotti

(28 Novembre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nuovacolombia.net

28/11 - fallisce miseramente tentativo di riscatto a ferro e fuoco di prigionieri di guerra in potere delle farc: morti 1 militare e 3 poliziotti

foto: www.nuovacolombia.net

Come riconosciuto dallo stesso governo Santos, le Forze Armate del regime hanno sferrato l’altro ieri mattina un attacco militare contro un accampamento delle FARC nel Caquetá, al fine di riscattare diversi prigionieri di guerra.
Un tentativo sciagurato, conclusosi con la morte di 1 militare e 3 poliziotti (tra cui un colonnello e un maggiore) catturati dalla guerriglia diversi anni fa in combattimento, che dimostra ancora una volta che il governo del fascista Santos

predilige comunque e sempre la via militare, e che non dispone di politica di pace alcuna.
Con la solita spacconeria a cui ci ha abituati, l’esecutivo colombiano aveva annunciato una settimana fa che sabato scorso avrebbe presentato un nuovo piano militare congeniato per dare il colpo di grazia all’insorgenza rivoluzionaria. Santos s’illudeva di poterlo fare annunciando al paese ed al mondo di aver inferto alle FARC un altro colpo, e cioè il riscatto manu militari dei prigionieri detenuti dall’organizzazione guerrigliera. Invece, quest’attacco irresponsabile e sciagurato ha causato la morte di quattro di loro.
I familiari dei prigionieri in potere delle FARC hanno immediatamente condannato il “riscatto a sangue e fuoco”. L'organizzazione che li rappresenta, Asfamipaz, accusa esplicitamente il governo Santos di assassinio, causato da un “irresponsabile operativo militare”.
“Lavoriamo da anni per la liberazione attraverso il dialogo, e (quelli del governo) se ne escono consegnandoci una bandiera e dicendoci che i nostri familiari sono eroi della patria” ha affermato Margarita Hernández, sorella di un ufficiale morto.
José Uriel Pérez, parente di Luis Beltrán, tuttora prigioniero delle FARC, ha rilasciato affermazioni contro il governo altrettanto dure: “Vorrei chiedere al signor Presidente e al ministro della Difesa di comprendere che queste persone che stanno facendo assassinare miserabilmente sono esseri umani”.
Da oltre un anno i familiari cercano di riunirsi col presiedente “Jena” Santos, per comunicare una volta di più la loro assoluta opposizione al riscatto a sangue a fuoco; nel comunicato che accompagna i tragici eventi di questi giorni, si legge che “Per nessuna ragione accettiamo né accetteremo che i nostri sopravvissuti siano sottomessi alla roulette russa, reiteriamo che li attendiamo vivi e liberi, e che né le bandiere, né gli onori militari ce li riporteranno mai”.
Anche il movimento dei “Colombiani per la Pace” ha criticato duramente l’accaduto, ed ha diffuso una lettera, ricevuta pochi giorni prima della morte dei 4 prigionieri, in cui il Segretariato delle FARC si era detto pronto a rilasciare 6 prigionieri di guerra in loro potere. Liberazione che, a questo punto, pare esser stata vanificata dall’attacco dell’esercito.
Chi oggi si strappa le vesti e versa lacrime di coccodrillo per la morte di 4 effettivi delle forze repressive e terroriste dello Stato colombiano, si dimentica che nelle carceri del regime marciscono oltre 7500 prigionieri politici e di coscienza e diverse centinaia di guerriglieri prigionieri di guerra (vari dei quali con malattie in fase terminale), che vengono sottoposti a tortura fisica e psicologica, sono reclusi in condizioni disumane e vedono calpestati tutti i loro diritti umani.
Santos, che fa il diavolo a quattro per far credere all’opinione pubblica colombiana ed internazionale che si è trattato di un “crimine” da parte delle FARC, deve rendere conto ai familiari dei caduti, spiegargli perché ha ordinato un’azione temeraria ed irresponsabile, e perché a distanza di anni, nonostante le FARC abbiano più volte ribadito la loro disponibilità a concertare un accordo di scambio di prigionieri, il governo continua a far finta di niente.

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