il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Capitale e lavoro    (Visualizza la Mappa del sito )

Wall Street

Wall Street

(14 Ottobre 2011) Enzo Apicella
Ancora manifestazioni a Wall Street

Tutte le vignette di Enzo Apicella

PRIMA PAGINA

  • L’iniquità dell’Irpef
    (18 Gennaio 2022)
  • costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

    SITI WEB
    (Capitale e lavoro)

    19.11.2011 - Il fallimento dell’euro

    Intervento scritto di Loretta Napoleoni all’assemblea NO Debito di Roma 17 dicembre

    (19 Dicembre 2011)

    anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.rete28aprile.it

    Cari compagni, mi spiace molto non essere qui con voi oggi. Vi mando alcune riflessioni sulla situazione economica e sulla politica di austerità del governo Monti.
    Iniziamo dalla situazione economica: è ormai ufficiale che l’Europa è in recessione e che nel 2012 ci sarà un’ulteriore contrazione del PIL. Se saremo fortunati rimarremo intorno allo 0,5, 0,7% ma è escluso che ci sia crescita. Ad oriente la locomotiva cinese ha iniziato a rallentare e, sebbene nel 2011 la Cina crescerà di almeno il 9% l’anno prossimo si prospetta una flessione.
    I motivi della recessione mondiale sono presto detti: il debito gigantesco dell’Europa Unita, in particolare dei paesi PIIGS, di cui noi facciamo parte. Voi direte: perché tanta preoccupazione quando il debito complessivo di Eurolandia è solo l’80% del PIL dell’area? Perché l’integrazione che avrebbe dovuto accompagnare la moneta unica non è avvenuta ed oggi. Chi ci presta i soldi, il mercato dei capitali, non guarda ad Eurolandia come un’entità unica ma come un agglomerato di stati.
    I vantaggi dell’euro, dunque, stanno svanendo rapidamente: questi erano l’indebitamento a basso prezzo e la garanzia finanziaria dei paesi più ricchi di noi. Rimangono solo gli svantaggi: una moneta troppo forte per la nostra economia e l’assenza di sovranità monetaria: solo la BCE può stampare carta moneta.
    Chi ne fa le spese è l’economia reale, e quindi l’industria e gli operai: questi ultimi, in particolare, sono le vittime di un sistema economico che non funziona più. L’unione monetaria poggia sulla teoria dell’area con l’ottima moneta, teoria che sostiene che, quando un gruppo di economie sono molto simili o hanno un’alta flessibilità, avere una moneta comune è un vantaggio. Oggi è a tutti chiaro che tra noi e la Germania ci sono poche similitudini quindi l’unica soluzione per salvare l’euro è la flessibilità. Ciò significa che il costo del lavoro deve scendere per far sì che la nostra economia raggiunga i livelli di competitività di quella tedesca. Ed ecco spiegata la politica di Marchionne che vuole trasformare l’Italia nella Cina europea. (...)

    Questo meccanismo però non funziona proprio a causa dell’euro: anche ipotizzando che si potesse abbattere il costo del lavoro, quello di sopravvivenza rimane sempre alto perché monetarizzato in euro, una moneta forte.
    Queste verità le sapevamo anche nel 2002, nel 2005 o nel 2007 quando il paese non cresceva ma nessuno ce le ha dette perché si suppliva a queste carenze con l’indebitamento. Dagli appalti ai furbetti del quartierino fino allo scempio dell’Aquila, lo stato metteva in circolazione denaro che bene o male manteneva a galla la barca. Ma nel momento in cui il mercato dei capitali ha deciso che il debito era troppo alto e che l’Italia rischiava la bancarotta, le cose sono cambiate. E dato che la crisi del debito sovrano dei paesi PIIGS ormai minaccia tutta Eurolandia, Bruxelles ci impone di attivare quella flessibilità adesso per riallinearci con i paesi ricchi del nord Europa.
    I tagli imposti dal governo Monti hanno questo scopo e basta. Per riallinearci dobbiamo sprofondare nella povertà, come sta succedendo ai greci. Quello che voleva Marchionne si avvererà: la nostra forza lavoro sarà cinesizzata. Nella manovra, che tra l’altro cambia nei dettagli quasi quotidianamente per regalare concessioni alle varie lobby, non c’è assolutamente nulla che migliori l’occupazione e la competitività dell’industria italiana. Anzi direi che l’aumento dell’IVA e della tassazione su quella fetta di classe media tartassata da Berlusconi per anni perché a lui contraria, peggiorerà la situazione perché colpirà pesantemente la piccola e media impresa. Ma non sono certo io che ve lo devo dire: il sindacato e voi lavoratori lo sapete bene.
    Dato che le banche italiane sono le uniche a sottoscrivere il debito che poi danno come collaterale alla BCE in cambio di denaro, e che questo serve a ricostituire le riserve di capitale, l’impresa non solo è in competizione con lo stato per approvvigionarsi ma ha sempre meno accesso al credito.
    E’ quindi evidente che la politica di austerità imposta dall’Europa Unita, o meglio dall’asse conservatore Merkel Sarkozy, avrà in Italia gli stessi effetti che ha avuto in Grecia. In 18 mesi l’economia greca è precipitata nella depressione. Le ultime proiezioni del Fondo Monetario ci dicono che alla fine del 2011 il PIL greco si sarà contratto del 7%. Come farà questo paese a riprendersi? Nessuno fuori della Grecia sembra chiederselo. Monti ed il suo governo di tecnici cattolici farebbe bene ad andare in gita nel Pireo per toccare con mano i risultati dell’austerità. La disoccupazione ha superato il 40%, il pubblico impiego è stato la prima vittima ma ormai anche il turismo risente dei tagli, il paese è prossimo al collasso.
    Purtroppo tra il governo Monti e quello precedente c’è poca differenza. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, insomma, ed infatti dietro Monti ci sono gli stessi poteri forti che hanno appoggiato Berlusconi. A me sembra proprio che si sia ricostituito il grande centro e che sia guidato da gente di centro destra. Ma questo non è il problema principale; ciò che temo è che anche questo governo sia composto da ideologi neo-liberisti che non si rendono conto delle conseguenze drammatiche delle loro decisioni.
    L’Italia deve abbandonare questa strada e rinegoziare la sua adesione all’Europa Unita. Deve uscire dall’euro ed affrontare un default pilotato. Il prezzo sarà altissimo, anche in termini di occupazione, ma almeno questa politica, se fatta bene, ci porterà a crescere di nuovo. Il sindacato dovrebbe avviare degli studi a riguardo, produrre scenari alternativi da discutere con il governo. Come succedeva un tempo, il sindacato deve proporre e non accettare solamente. E, naturalmente, bisogna tornare a lottare in piazza, poiché è solo lì che ormai si esercita la democrazia.
    E’ ora di tornare a far sentire la nostra voce e di smettere di parlare dei privilegi della casta; qui in gioco c’è l’economia di un intero paese e la dissoluzione dei diritti dei lavoratori: è una situazione esplosiva, da rivoluzione.

    Loretta Napoleoni
    Rete del 28 aprile per l'indipendenza e la democrazia sindacale

    4365