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Egitto: parla alaa abd el-fatteh, la rivoluzione non e' finita

Incarcerato per aver criticato la giunta militare, il blogger mette in chiaro che l’insurrezione che quasi un anno fa ha cacciato Hosni Mubarak non è finita e che la lotta per un nuovo Egitto andrà avanti

(31 Dicembre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Egitto: parla alaa abd el-fatteh, la rivoluzione non e' finita

foto: nena-news.globalist.it

GIUSEPPE ACCONCIA*

Il Cairo, 31 dicembre 2011, Nena News - «La rivoluzione egiziana è ancora un movimento pacifico», dichiara al manifesto Alaa Abd el-Fatteh, blogger e attivista egiziano, scarcerato lo scorso lunedì dopo due mesi di prigione: l'esercito lo accusa di essere coinvolto nell'uccisione di manifestanti durante gli scontri alla tv di Stato (Maspero), lo scorso 9 ottobre. «Dagli scontri pre-elettorali, la repressione dell'esercito è diventata sistematica e complessa», aggiunge el-Fatteh: «Molti accusano polizia e ex affiliati al partito di Mubarak di attivare bande di criminali, ma è una spiegazione non sufficente». Il giovane blogger si riferisce ai famigerati baltagi, scesi in campo in date cruciali per le rivolte. Hanata, Galisa di Sayeda Nafisa, Tare Matua di Sayeda Zeinab, Musad Safai, Sarsaa, Taha Harami di Sayeda Eisha: sono alcuni dei picciotti più noti, alcuni di loro in prigione. A corto di mance della polizia, si darebbero ora a spaccio e traffico d'armi.

Alaa fa parte di una famiglia di attivisti, è il marito di Manal, blogger che ha raccontato le rivolte con gli occhi delle donne. Fratello e figlio di attivisti per i diritti, punta il dito contro l'esercito. «I movimenti di resistenza civile che hanno continuato a protestare sono impegnati in semplici azioni di auto-difesa. Da una parte, nei sit-in di Tahrir sono coinvolti 'ragazzi di strada', gruppi spontanei di poveri che vorrebbero ottenere qualcosa da questa rivoluzione. Dall'altra, a innescare le violenze sono uomini infiltrati tra i militari, spesso in borghese. Sono gli stessi entrati in azione nei gruppi di autodifesa nati durante le rivolte, e nella manifestazione partita dal quartiere di Agouza lo scorso 29 giugno. Sono questi che il 17 dicembre hanno iniziato a dar fuoco all'Institut d'Egypt dall'alto, ben prima che i manifestanti si difendessero con le bottiglie molotov». Quella volta la battaglia è durata quattro giorni, causando la morte di 16 persone e danni ai palazzi pubblici intorno al Parlamento.

Sebbene non soddisfatto dalla schiacciante vittoria elettorale degli islamisti, el-Fatteh aggiunge: «Il primo risultato della Rivoluzione è un parlamento legittimo, e ciò chiarisce come il governo militare sia illegittimo. Un parlamento eletto dal popolo non può che ascoltare le richieste rivoluzionarie, sentire la pressione per le riforme e rispondere agli scioperi generali in corso e ai prossimi, annunciati per marzo», conclude Alaa, che si considera un attivista indipendente del movimento di sinistra «La Rivoluzione Continua». Secondo lui, scioperi e manifestazioni si intensificano anche nelle province. «Ormai è un movimento di resistenza anche a livello locale. La polizia militare affronta per esempio la resistenza degli operai di Damietta che hanno visto avvelenate le acque usate per l'irrigazione dei campi e sono stati sgombrati dall'occupazione permanente del porto».

Cosa pensa della diffusa opinione che gli attivisti siano distanti dalla gente comune? «Quello che succede in piazza è lontano mille volte dalle realtà dei luoghi di lavoro, scuole e ospedali in cui i principi della democrazia partecipativa stanno prendendo forma», risponde Alaa: «Un esempio è l'elezione dei rappresentanti del sindacato dei medici in seguito all'approvazione della legge che liberalizza le unioni di lavoratori». Il provvedimento voluto dal ministro del lavoro, Ahmed El Borai, ha dato ai lavoratori egiziani il diritto di formare sindacati indipendenti dal governo. «Ma c'è ancora da fare molto. Bisogna azzerare la televisione di stato. E i governatori locali vanno eletti. Nessuno vuole che i militari continuino a governare, neppure i Fratelli musulmani». Alaa critica l'intenzione, annunciata dai vertici dell'esercito, di formare un Consiglio militare permanente che controlli l'operato del parlamento, o approvare norme sovra-costituzionali che darebbero ai militari il diritto di veto sulle leggi ordinarie.

Quanto alle accuse di aver partecipato agli scontri settari dello scorso ottobre, Alaa ribatte deciso: «Non ero neppure là durante l'attacco al Maspero, sono arrivato due ore dopo. Le accuse sono costruite ad hoc, con falsi testimoni». Secondo la stampa indipendente egiziana, el-Fatteh sarebbe stato arrestato perché ha rifiutato di rispondere alle domande della corte militare, come era avvenuto alcuni mesi prima con il blogger Essam Hamalawi, immediatamente rilasciato. «Il mio arresto è parte della strategia repressiva dell'esercito», aggiunge Alaa. «Il giorno degli scontri di Maspero, i militari stavano attaccando una parte debole della società egiziana, i cristiani copti. Il loro scopo è normalizzare l'uso della violenza, e insieme screditare gli attivisti. E' successo a me, succede a "6 Aprile", agli attivisti per i diritti umani, ai socialisti, a chi dà alloggio ai manifestanti», conclude Alaa, che appena rilasciato è tornato in piazza Tahrir.

A confermare le sue accuse, resta in carcere il blogger Maikel Nabil, condannato a due anni per aver criticato l'esercito, ora in sciopero della fame. Inoltre, giovedì sono state brutalmente perquisite 17 ong, tra cui l'Istituto Nazionale Democratico e il Centro arabo per l'indipendenza.

*Giornalista e ricercatore. Questa intervista è stata pubblicata il 31 dicembre 2011 dal quotidiano Il Manifesto

Nena News

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