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Benvenuti nel primo Stato-bunker del mondo

C’è posto solo per gli ebrei nel regime di Israele, la “città in mezzo alla selva”.

(31 Gennaio 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in ciptagarelli.jimdo.com

Israele stato bunker

foto: ciptagarelli.jimdo.com

Tornano sempre sulla stessa cosa. La scorsa settimana il Parlamento israeliano ha riattualizzato una legge di 59 anni fa, che originariamente voleva impedire che centinaia di migliaia di palestinesi tornassero alle case e alle terre dalle quali erano stati scacciati dalla creazione dello Stato di Israele.

Il proposito della draconiana Legge di Prevenzione dell’Infiltrazione del 1954 era rinchiudere qualsiasi palestinese che riuscisse a sfuggire ai franchitiratori che proteggevano le frontiere del nuovo Stato. Israele credeva che solo un castigo selvaggio e la dissuasione potessero assicurare il mantenimeto della assoluta maggioranza ebrea che aveva appena creato con una campagna di pulizia etnica.

Sessant’anni dopo Israele torna a basarsi sulla legge sull’infiltrazione, questa volta per impedire una presunta nuova minaccia alla sua esistenza: l’arrivo, ogni anno, di varie migliaia di disperati africani che chiedono asilo.

Come fa coi palestinesi da molti anni, Israele ha criminalizzato questi nuovi rifugiati, che in questo caso fuggono dalla persecuzione, dalla guerra o dal collasso economico. Ora si possono incarcerare intere famiglie per tre anni, senza processo, mentre preparano e impongono la deportazione, e anche gli isareliani che offrono loro aiuto rischiano pene detentive fino a 15 anni.

A quanto sembra l’intenzione di Israele è di incarcerare il maggior numero possibile di questi rifugiati e dissuadere gli altri dal seguire i loro passi.

Per questo i funzionari hanno approvato la costruzione di un enorme campo di detenzione, gestito dal servizio carecrario di Israele, che ospiterà 10.000 di quegli inopportuni forestieri. Sarà la più grande installazione di detenzione del mondo, secondo Amnesty International, tre volte più grande di quella che la segue immediatamente, che si trova nel molto più popolato, e amante del compenso divino, Stato del Texas, negli USA.

I critici israeliani della legge temono che il loro paese non rispetti il dovere morale di aiutare coloro che fuggono dalle persecuzioni, tradendo – nel farlo – le stesse esperienze di sofferenza e di oppressione del popolo ebreo. Ma il governo israeliano e la maggioranza dei legislatori che hanno appoggiato la legge – come i loro predecessori degli anni Cinquanta – sono arrivati ad una conclusione molto differente sulla storia.

La nuova legge sull’infiltrazione è l’ultima di una serie di politiche che rafforzano lo status di Israele quale primo “Stato bunker” del mondo, destinato ad essere il più etnicamente puro.

L’espressione più famosa di questo concetto l’ha data l’ex primo Ministro Ehud Barak, attuale Ministro della Difesa, che ha definito Israele “una città in mezzo alla selva”, relegando i vicini del suo paese alla condizione di animali selvatici.

Barak e i suoi successori stanno trasformando questa metafora in una realtà fisica, chiudendo lentamente il loro Stato al resto della regione ad un costo astronomico, sussidiato in gran parte con denaro pubblico statunitense. Il loro obiettivo in ultima istanza è far sì che Israele sia così resistente all’influenza esterna da non aver mai bisogno di fare concessioni di pace, come l’accettazione di uno Stato palestinese, alle “bestie” dei dintorni.

L’espressione più tangibile di questa mentalità è stata la febbre della costruzione di muri.

I più conosciuti sono quelli eretti attorno ai territori palestinesi: prima Gaza, poi le aree della Cisgiordania che Israele non vuole annettersi, almeno non ancora.

La frontiera nord è già una delle più militarizzate del mondo, cosa che hanno pesantemente sofferto la scorsa estate i manifestanti libanesi e siriani quando dozzine di loro morirono crivellati quandi si avvicinarono o cercarono di scavalcare le barriere. E Israele ha un progetto per un nuovo muro lungo la frontiera con la Giordania, che in gran parte è già stata minata.

L’unica frontiere che resta, quella dei 260 km. con l’Egitto, sta per essere chiusa da un altro enorme muro. I piani sono stati decisi prima delle rivoluzioni arabe dello scorso anno, ma hanno ricevuto nuovo impeto con il rovesciamento del dittatore egiziano Hosni Mubarak.

Non soltanto Israele è già molto avanti nella costruzione dei muri del bunker, ma lavoraanche alacremente nella costruzione del tetto. Ha tre sistemi di difesa con missili in varie tappe di sviluppo, compreso quello che porta il nome rivelatore di “Cupola di Ferro”, così come batterie di Patriot statunitensi sul terreno. Si ritiene che i sistemi di intercettazione neutralizzeranno qualsiasi combinazione di attacco con missili a corto o lungo raggio che i vicini di Israele potrebbero lanciare.

Ma c’è un difetto nel progetto di questo rifugio, ovvio anche per i suoi architetti.

Israele si sta rinchiudendo con alcuni dei suoi stessi “animali” che dovrebbero invece essere esclusi dalla città: non solo i rifugiati africani, ma 1,5 milioni di “arabi israeliani”, discendenti dei pochi palestinese che sfuggirono all’espulsione nel 1948.

Questa è stata la ragione della continua corrente di misure antidemocratiche del governo e del Parlamento, che si sta convertenda rapidamente in un torrente. E’ anche il motivo della nuova esigenza della dirigenza israeliana che i palestinesi riconoscano la “ebreicità” di Israele, la loro ossessione di lealtà e la crescente atttrattiva di proposte di interscambio di popolazione.

Davanti all’attacco legislativo, il Tribunale Supremo di Israele si è reso ogni volta più complice. La scorsa settimana ha macchiato la sua reputazione appoggiando una legge che strazia le famiglie negando a decine di migliaia di palestinesi con cittadinanza israeliana il diritto di vivere con i loro coniugi palestinesi in Israele; “pulizia etnica” con altri mezzi come ha segnalato il noto commentatore israeliano Gideon Levy.

All’inizio degli anni Cinquanta l’esercito israeliano uccise migliaia di palestinesi disarmati che cercavano di recuperare le proprità che gli erano state rubate.
Tanti anni dopo, Israele non sembra meno determinato a mantenere i non ebrei fuori della sua preziosa città.

Lo Stato bunker è quasi terminato e con lui il sogno dei fondatori di Israele è sul punto di trasformarsi in realtà.

Jonathan Cook: Scrittore e giornalista inglese, residente a Nazareth da 2001; lavora o ha lavorato per The Guardian,The International Herald Tribune, Le Monde Diplomatique, Al-Ahram Weekly, Al Jazeera.

da: lahaine.org, 26.1.2012
(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

Jonathan Cook

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