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I 25 leader europei hanno firmato il fiscal compact. ecco di cosa si tratta

(2 Marzo 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

I 25 leader europei hanno firmato il fiscal compact. ecco di cosa si tratta

foto: www.radiocittaperta.it

Antonio Ferraro*

I 25 leader Ue (non ci sono Gran Bretagna e Repubblica Ceca) hanno firmato il 'fiscal compact' o 'patto di bilancio', e il presidente Ue Herman Van Rompuy si è detto "molto fiducioso" che gli Stati lo ratificheranno. "Ora avete il compito di convincere i vostri Parlamenti", ha detto Van Rompuy.


Per l'Italia ha firmato il premier Mario Monti. Al termine della cerimonia, hanno preso avvio i lavori del secondo giorno del vertice Ue.

Con il "Fiscal compact" viene introdotta su forte pressione tedesca una maggiore disciplina di bilancio, con l'introduzione della 'regola d'oro' e sanzioni per quei Paesi che non rispettano i sistemi di riduzione del deficit.
Fiscal Compact. Dal pareggio di bilancio in Costituzione al rientro forzato dal debito pubblico.

Il Fiscal Compact è il nuovo “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell'Unione economica e monetaria”. L’entrata in vigore del nuovo Trattato è fissata per il primo gennaio del 2013 (articolo 14) se almeno 12 paesi lo ratificano entro il 2012.
Pareggio di bilancio in Costituzione. Il nuovo Trattato impone ai paesi membri dell’Eurozona misure più ferree per il rientro dal debito e obbliga l’inserimento nelle Costituzioni nazionali e/o in leggi equivalenti del vincolo del pareggio di bilancio, la cosiddetta “regola d'oro”. Ricordiamo che in Italia la Camera si è già espressa con un voto largamente favorevole (oltre i 2/3) su questo inserimento e che è previsto il voto, decisivo, al Senato. Con questa modifica costituzionale i diritti sociali garantiti dalla Carta vengono vincolati alle politiche di rigore della finanza pubblica, ponendo così gli obiettivi fondamentali di uguaglianza e equità sociale in posizioni subalterne rispetto agli obiettivi di contenimento forzato della spesa pubblica. Una modifica così importante alla Costituzione, che determinerebbe conseguenze pesanti sul versante economico e sociale, dovrebbe essere quantomeno sottoposta ad una consultazione popolare.

Ma non è tutto. L'articolo 3 del nuovo Trattato stabilisce che i bilanci degli stati dovranno essere in pareggio o in surplus. Al massimo potranno presentare un deficit strutturale non superiore allo 0,5% del Pil, cioè molto al di sotto del tetto del 3% fissato dagli accordi di Maastricht. Nel testo approvato sono previste alcune eccezioni per eventi straordinari come le crisi economiche. I governi aderenti hanno un anno di tempo a partire dall'entrata in vigore del Trattato per mettere in atto le nuove norme sul pareggio. Sarà la Corte di giustizia Ue a valutare di volta in volta il corretto rispetto delle norme. I paesi che non rispetteranno queste regole subiranno multe pari allo 0,1% del Pil, che sarà versato presso il fondo salva-stati, e se il deficit di un Paese supera il 3%, scatteranno anche sanzioni semiautomatiche. La sanzione pecuniaria scatterà quando il Paese al centro della procedura risulterà recidivo e colpevole di non aver rispettato una prima sentenza di condanna emessa dalla stessa Corte. Il potere di denunciare ai giudici europei un Paese indisciplinato potrà essere esercitato sia dalla Commissione europea che da un altro Paese della zona euro firmatario dell'accordo (per esempio la Germania potrebbe denunciare l’Italia perché non rispettosa degli accordi presi).

Ritmi forzati per rientro dal debito. Il nuovo Trattato interviene anche sul rapporto debito/Pil. Viene confermato il tetto massimo del 60% previsto dal Trattato di Maastricht, ma i paesi con un debito superiore al 60% del Pil devono varare piani di rientro pari a 1/20 l'anno. Con questi ritmi imposti l’Italia dovrebbe ridurre il proprio debito pubblico, che è pari al 120% del Pil, del 60% in 20 anni (120-60=60), cioè una riduzione annua del 3% (60/20=3), pari a circa 40 miliardi di euro l’anno (800/20=40). Questo drastico piano di rientro potrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere attenuato tenendo in considerazioni alcuni “fattori rilevanti” (risparmio privato, spesa pensionistica, attivo patrimoniale, etc.) già previsti dal six-pack, il pacchetto di disposizioni sulla nuova governance economica.

Le nuove regole del Fiscal compact sono collegate al Trattato istitutivo dell'Esm, il fondo salva-Stati permanente, la cui entrata in funzione sarà anticipata a luglio di quest'anno. L’ammontare del fondo rimane un’incognita, perché nonostante le pressioni di molti Paesi di alzarlo a 750 miliardi rimane lo stop della Germania che vuole mantenerlo a 500 miliardi. Al fondo potranno attingere solo quei Paesi dell'eurozona che avranno ratificato il nuovo Patto di bilancio.

Infine, come è stato messo in evidenza da alcuni esperti di diritto legislativo e costituzionale, pare che il 99% delle norme contenute nel testo del Fiscal compact avrebbe potuto essere conseguito anche attraverso la procedura legislativa ordinaria, ovvero attraverso il Parlamento europeo, quello -per intenderci- eletto dal popolo come i parlamenti nazionali. Né vale, a questo proposito, l’argomento dell’urgenza. La voce del Parlamento europeo non è stata ascoltata nemmeno per via “indiretta”, ovvero attraverso il Consiglio europeo o la stessa Commissione. Da qui la necessità, prevista comunque dalla procedura del Fiscal compact, di integrazione nel diritto primario dell'Unione europea entro cinque anni. In questo modo i deputati europei si troveranno davanti al “dato di fatto”. Lo schema utilizzato è riassumibile attraverso il modello di un “direttorio” costituito da Bce, Commissione europea e Consiglio europeo, guidato dalla Germania. In più l’azione della “troika”, Fmi-Bce-Unione Europea, assume a sé un potere autoritario sopra ogni parte e la procedura, anche se viene trattato come “caso eccezionale”, utilizzata in Grecia farà testo. E quindi potrà essere utilizzata in altre occasioni, oltre gli stessi limiti del Fiscal compact.

*controlacrisi.org

Allarme rosso sulla revisione dell’art. 81

di Franco Russo


Lunedi prossimo il Parlamento discute la revisione dell'art.81 della Costituzione. Si introduce così l'obbligo del pareggio di bilancio per obbedire ai diktat dell'Unione Europea. Un assordante e pericoloso silenzio che va spezzato.

Chi vuole condurre avanti una mobilitazione contro la crisi economico-finanziaria, da cui le classi dirigenti stanno uscendo con soluzioni sociali e istituzionali liberiste, sembra stia smarrendo perfino la percezione della realtà politica. Solo questo ‘oscuramento dei sensi’ può spiegare il silenzio pressoché totale che nei movimenti, nei sindacati e nei partiti di sinistra avvolge anche la seconda ‘deliberazione’ della modifica dell’art. 81 della Costituzione.

Lunedì 5 marzo riprende alla Camera l’iter per portare a termine la modifica volta ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione: ciò significherà fornire una base di legittimità costituzionale alle politiche liberiste per rendere permanenti le misure di austerità, imposte dai governi ‘tecnici’ in Italia e in Grecia.

Se la votazione alla Camera e al Senato raggiungerà la soglia dei due terzi degli aventi diritti, sarà preclusa la possibilità di attivare il referendum popolare sulla norma revisionata (secondo quanto prescrive l’art.138 Cost.). Pericolo reale perché a sostenere l’introduzione del pareggio di bilancio sono PdL, PD e Terzo Polo, e anche l’IdV.

Avverrebbe così un radicale cambiamento della Costituzione senza neppure interpellare i cittadini.

Al di là delle posizioni − se di condivisione o meno della modifica – occorre chiedere che il Parlamento dia la possibilità ai cittadini di esprimersi, ma è necessario che non si raggiungano i due terzi degli aventi diritto in seconda deliberazione.

È allarme rosso per la Costituzione democratica, perché il pareggio di bilancio rende impossibile interventi delle istituzioni pubbliche nell’economia, così il complesso dei diritti sociali viene a perdere la sua legittimità, e il liberismo potrà dilagare e continuare nella sua opera di distruzione dello Stato sociale. Inoltre il pareggio di bilancio in Costituzione è chiesto dal nuovo ‘fiscal compact’, che è un Trattato internazionale oggi strumento di demolizione di un pilastro del costituzionalismo democratico.

Chi può invii e-mail alla Camera e al Senato, faccia sentire in qualche modo la sua voce perché i parlamentari si astengano in un numero tale da evitare di raggiungere la soglia dei due terzi consentendo l’attivazione del referendum popolare. I cittadini devono decidere sulla Costituzione!

Radio Città Aperta - Roma

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