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Gugliotta

Si apre una finestra sui metodi della polizia italiana

(14 Maggio 2010) Enzo Apicella
I TG trasmettono l'intervista a Stefano Gugliotta, che porta i segni del pestaggio immotivato da parte della polizia

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    NON BASTA ESSERE FIGLI DI OPERAI ...

    ... per giustificare la propria violenza su altri operai

    (3 Marzo 2012)

    Pur nutrendo grande rispetto per Enrico Campofreda, del quale spesso leggo gli scritti da cui traggo altrettanto di frequente validi motivi di riflessione, penso che nelle parole che propone per commentare quanto avvenuto sulle strade della Val di Susa tra un pagato in divisa dal potere economico e finanziario italiano ed un giovane che da sempre difende la sua terra dallo scempio che quel potere da vent’anni ha deciso di condurre a termine costi quel costi, purché quei costi facciano guadagnare un bel po’ di ricchezza ai soliti noti affiliati o gestori dei quel medesimo potere, penso che in quelle parole, dicevo, molto se non tutto, sia incondivisibile.
    Io non so quali esperienze dirette abbia vissuto Campofreda in termini di confronto con le forze del disordine pagate dal potere economico-finanziario italiano oggi guidato da Monti contro i lavoratori, ieri comandato da Berlusconi contro quei medesimi lavoratori, e prima ancora capitanato da Prodi che, allo stesso modo dei suoi due degni compari appena citati -si legga il suo esaltante giudizio espresso in questi giorni sull’azione di governo del primo, e si ricordi che di quella dell’esecutivo del seconde disse che era sostanzialmente in linea con quanto da lui precedentemente impostato- a quei lavoratori aveva imposto una vita di sudore, lacrime e sangue. Conosco, invece, ciò che ho personalmente vissuto nel faccia a faccia con gli uomini della repressione poliziesca e militare alimentati dal potere economico-finanziario che governa l’Italia.
    Nella seconda metà degli anni Settanta, nella cittadina in cui vivevo, ho condiviso le proteste degli operai di una fabbrica -la più importante di quel territorio allora- che chiudeva e disoccupava migliaia di lavoratori per stretti interessi del padrone. Alle più che legittime proteste di quelle persone la polizia -su comando del potere economico di quel tempo- rispose assaltando violentemente un corteo cittadino. Quegli operai non si domandarono se i poliziotti che li stavano aggredendo erano figli o meno di loro consimili di una qualche parte d’Italia. Quegli operai avevano, in quei poliziotti, qualsiasi fosse la loro estrazione sociale, un nemico che li offendeva umanamente, socialmente e fisicamente. E, per quel che poterono, risposero da lavoratori: si difesero al punto che uno di loro, sottratta una baionetta ad uno degli aggressori gliela restituì lanciandogliela contro. Non fiori offrirono quei lavoratori destituiti dalla loro funzione sociale loro malgrado, ma una lama, che rappresentava, in quel momento, tutto il furore che le persone private del loro lavoro provavano nei confronti del potere economico, che quel lavoro aveva tolto loro, e dei poliziotti, che, garantiti nel loro ‘mestiere’ da quel vergognoso potere economico, lo difendevano, rappresentandone in tutto e per tutto gli interessi.
    Nei primi anni Ottanta ho condiviso l’azione di contrasto attuata per provare a fermare il riarmo della NATO con l’installazione dei missili a testata nucleare Cruise. Era Comiso, in quegli anni, il centro del conflitto tra gli interessi politico-economici al potere ed il movimento che cominciò a definirsi ‘pacifista’, ma che meglio avrebbe fatto a dichiararsi ‘contro la guerra’. L’atteggiamento scelto era quello di opporsi al passaggio dei materiali da lavoro per la ristrutturazione della base militare di quella cittadina siciliana stando seduti sulla strada in assoluta immobilità, senza lasciare spazio ad alcuna reazione contro eventuali tentativi di rimozione della barriera umana che iniziò ad impedire prima di tutto il passaggio delle corriere che trasportavano ‘in sicurezza’ al lavoro gli operai impegnati nel riadattamento della struttura militare prescelta per ospitare missili e testate nucleari da puntare contro il mondo. Lo sgombero non fu ‘eventuale’, ma determinato e violentissimo. Su di noi piovve una quantità inimmaginabile di acqua ad altissima pressione a cui resistemmo solo grazie agli striscioni di plastica che alcuni operai friulani avevano portato con loro per far capire che anche la FLM -allora esisteva ancora- era contro il pericolosissimo e disumano spreco di risorse gettate in armi, tra le più letali, peraltro. Vista la nostra capacità di resistenza, i difensori del potere economico-militare di allora ci aggredirono a manganellate senza riguardo alcuno a dove cadessero -ma la sensazione era che mirassero quasi sempre alla testa-. Ed infine, dato che, malgrado tutto, avevamo ancora la tenacia di restare seduti sull’asfalto, ci calpestarono, letteralmente, e a calci, spinte e ulteriori colpi di manganello sbaragliarono le decine di persone che stavano attuando il blocco -tra queste moltissimi lavoratori, dei quali alcuni operai-. Nulla restituimmo a quegli uomini armati che ci distrussero. Non so quale fosse la loro estrazione sociale. Conosco quella di chi da loro fu letteralmente massacrato e che, se avesse potuto, a loro avrebbe restituito il medesimo tipo di trattamento, non fiori di certo.
    A metà degli anni Novanta ho condiviso le proteste del movimento che si ostinava a dichiararsi ‘per la pace’ e che contestava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei paesi della NATO contro quella che era la Jugoslavia. Ad Aviano, in Friùl, non molto distante dalla cittadina in cui vivevo, si trovava l’epicentro di quella scelta vergognosa del potere economico-militare italiano di quel tempo Là, infatti, si estendeva, e si estende tuttora, l’enorme base militare statunitense -affiancata da una molto più piccola italiana- da dove si alzavano le squadriglie di bombardieri che, a distanza di un’ora l’una dall’altra, di giorno e di notte, ininterrottamente, solcavano i cieli della mia terra, scaricavano morte sulle città serbe, e si liberavano delle bombe non lanciate facendole cadere nel mare che i pescatori di Chioggia praticavano per vivere quando gli eserciti NATO lo consentivano loro. Ad Aviano, quindi, andammo a protestare. E lì i difensori in divisa dei massacratori e distruttori dei lavoratori slavi cominciarono ad assalirci. Lanciarono su di noi candelotti lacrimogeni, forse un po’ meno acri ed efficaci di quelli odierni. Per dar loro quella potenza che ai poliziotti sembrava necessaria contro chi si permetteva di mettere in discussione le scelte guerrafondaie del potere economico-militare che li aveva collocati nel suo libro paga quelle armi puntarono ad altezza d’uomo, e spararono con convinzione. Molti di noi furono sfiorati da quei missili in miniatura -allora avevano quella forma-; alcuni, invece, furono colpiti da quella vigliacca aggressione degli uomini del disordine in divisa. Tra noi c’erano, quel giorno, molti bambini. Ai servitori del potere economico-militare imperante questo non interessò. Tra quei bambini c’erano molti figli di lavoratori, di cui diversi erano operai. Non so di che estrazione sociale fossero quei violentissimi esecutori degli ordini degli interessi dei potenti che governavano l’Italia di quegli anni; nondimeno si disinteressarono di conoscere la composizione sociale di quella manifestazione e spararono su tutti, indistintamente, mettendo a repentaglio la salute e la vita dei lavoratori che lì protestavano contro la guerra e quella dei loro figli, per ottenere le loro sporchissime ‘mille lire’. Quel giorno i manifestanti ‘contro la guerra’ si trovarono sotto i piedi un terreno pieno di pietre e sassi. Ne raccolsero quanti più poterono e li lanciarono contro poliziotti e carabinieri per difendere se stessi e i figli dei lavoratori che, avendoli con sé, stavano fuggendo alla ricerca di qualche riparo. Non fiori furono consegnati agli uomini armati che ci aggredivano, ma piccoli massi che madre Terra aveva messo a disposizione di chi era vittima di una simile vergognosa prova di forza, che tale rimaneva ancorché coloro che la attuavano forse fossero figli di operai.
    Nel 2001, a Genova, ho condiviso le rivendicazioni per un mondo più giusto ed equo che un variegatissimo movimento stava diffondendo anche in Italia. Giunsi nella città ligure il giorno dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. Non c’era allegria tra le centinaia di migliaia di manifestanti contro il ‘debito’ che, secondo i potenti interessi economico-finanziari del sistema liberista mondiale, i paesi poveri avevano contratto nei confronti dei paesi ricchi. I più, probabilmente, cercavano di essere quanto maggiormente possibile spensierati, nient’altro. Il corteo di quel sabato 21 luglio era circondato in modo eccessivo ed eccessivamente visibile da forze del disordine di ogni tipo. Alcuni di quelli che sfilavano decisero di avvicinarsi per lanciare loro rabbiose parole d’accusa -‘assassini’ era quella più urlata-, e quando furono raggiunti dai primi lacrimogeni tra loro qualcuno rispose alzando barriere di fuoco -non fiori, ancora una volta-. Da quel momento gli uomini al soldo di padroni e speculatori hanno aperto la caccia all’intero corteo, senza alcuna necessità e senza essere stati assolutamente aggrediti direttamente, dato che i fuochi erano stati alzati a mo’ di barriera difensiva e non come arma d’attacco. La disumanità e la brutalità dei gladiatori del potere fu inenarrabile. Ho visto gruppi di persone ammassate e stritolate l’una sull’atra in cerca di una via di fuga dalle corse impazzite dei violentatori. Ho visto gruppi di cattolici a mani alzate essere raggiunti da gragnuole di lacrimogeni interminabili e soffocanti. Ho visto ragazze rincorse de guerrieri inferociti colpite a manganellate su capo e schiena mentre fuggivano senza nulla avere fatto se non aspettarsi di essere lasciate stare dato che calme e pacifiche fin lì avevano camminato. Le ho viste piangere, dolenti e sanguinanti -erano inglesi e si domandavano ‘why?’-, mentre guardavano atterrite lì vicino a me un’autoblindo che sbucata tra gli acri fumi dei lacrimogeni puntava diritta e velocissima su chiunque stesse cercando di rimanere sulla strada per proseguire la manifestazione. Infine, calata la violenza dell’attacco, ho visto aggressioni di poliziotti che, a freddo, con una ferocia degna dei peggiori squadristi fascisti di ventennale memoria, colpivano col casco tolto dal capo il viso di chi tra noi era ancora in piedi e cercava un varco per riunirsi a quella parte di persone che stava raggiungendo la piazza del comizio. Non fiori hanno raccolto quel giorno i mercenari del potere economico-finanziario, ma lacrime, urla di dolore, e sangue, un mare di sangue che s’aggiungeva a quello di Carlo, assassinato il giorno prima, e che la notte seguente si sarebbe mescolato a quello di chi è stato poi condotto nel luogo di torture di Bolzaneto.
    Il 15 ottobre scorso ho condiviso la protesta di chi aveva scelto Roma per mandare a dire ai potenti delle banche e delle industrie odierne che il debito di stato voluto da loro per redistribuire a loro favore le ricchezze del paese i lavoratori non vogliono pagarlo. Tra le centinaia di migliaia di manifestanti la grande maggioranza era composta da lavoratori e dai loro figli, che in larga misura oggi sono studenti. E sicuramente alcune centinaia delle persone che là quel giorno protestavano erano decise a provocare danni -‘sfasciacarrozze’ le ha definite una voce che mi è vicina-. Le forze del disordine, che sono appunto tali, avrebbero potuto intercettare quei manifestanti con facilità, se lo avessero voluto. Ma poliziotti e carabinieri erano stati schierati a difesa dei palazzi da dove i rappresentanti degli interessi economico-finanziari dominanti prendono le loro decisioni ed emanano le loro leggi inique, per cui non hanno fatto fronte ai primi roghi di chi partecipava alla protesta col preciso intento di ergersi a danneggiatore in rappresentanza dell’intera manifestazione, ma hanno aggredito in Piazza S. Giovanni tutti coloro che vi si trovavano con la solita disastrosa ed ignobile violenza, ed in più di un’occasione si è rischiata la vita di persone che in piazza volevano rimanere e manifestare. A lungo una quantità sempre maggiore di persone, quasi tutti molto giovani, ha contrastato, combattuto contro le forse del disordine. Certo, gli errori politici, decisionali e di gestione del corteo da parte di chi lo aveva ‘organizzato’ sono risultati clamorosi. Questo non dava nessuna giustificazione al comportamento selvaggio dei gladiatori assoldati dal potere economico-finanziario al governo in Italia, che hanno mirato solo a distruggere e colpire la manifestazione in quanto tale. Io non so di che estrazione sociale fossero tutti quei militi che continuano a battersi per il potere di padroni e banchieri; so con certezza, però, che chi da loro è stato attaccato a tradimento il 15 ottobre scorso rappresentava, in larga misura il mondo del lavoro, compresi quei giovani che hanno combattuto per ore in piazza e per le strade di Roma e che, in maggioranza, sono figli di quei lavoratori, sono studenti, e si sono difesi con l’approvazione di moltissimi di coloro che in quella piazza si trovavano.
    Da sempre condivido la resistenza della popolazione della Val di Susa alla distruzione della loro terra. Molto ho solo letto, però, di quanto è stato compiuto dalle forze poliziesche contro le genti di quella terra. Tra tutto quanto è accaduto da molti anni a questa parte -e in questi ultimi otto mesi in modo sempre più intenso- è avvenuto anche che uno dei giovani del movimento che si batte contro il sequestro e la devastazione di quella valle si sia rivolto ad un uomo in assetto di guerra con toni che solo se ascoltati senza conoscere nulla del prima e del dopo rispetto a quelle parole possono sembrare oltraggiosi, ma che, se correttamente contestualizzati, assumono lo stesso valore che hanno avuto la lama lanciata dall’operaio del Veneto orientale degli anni Settanta, la tenacia resistenziale del blocco siciliano degli anni Ottanta, le pietre degli attivisti ‘contro la guerra’ in terra friulana degli anni Novanta, le lacrime e il sangue dei moltissimi pestati sulle strade genovesi nel 2001 e la battaglia dei giovani -studenti e/o lavoratori, o figli di lavoratori- di Piazza S. Giovanni dello scorso ottobre.
    Checché ne pensi Campofreda, per quanto si aggrappi alle parole di Pasolini -che personalmente non condivido, senza che ciò non mi impedisca di riconoscere in lui il valore letterario e culturale che comunque possiede-, a chi si rende responsabile di tali forme di repressione non solo non si possono consegnare dei fiori, ma non si deve neppure scontare la responsabilità del ‘mestiere’ cha svolge. Quelli che hanno scelto di sottomettersi, per una paga non molto alta, peraltro, -ma comunque più remunerativa di quella operaia in genere-, alla volontà di chi, poi, ne utilizza le energie per colpire, violentare, gassare e ferire quasi a morte -come hanno fatto con Luca Abbà, che la dea preposta alla sorte ci ha voluto restituire, malgrado la responsabilità della polizia che quel nostro fratello ha cercato di abbattere- quei poliziotti e quei carabinieri, dicevo, sono consapevoli di quello che agiscono. Se non lo condividono, se si sentono figli di operai, si tolgano armi e divisa e si schierino con le genti che difendono i propri diritti contro le nefandezze umane e sociali dei potenti economico-finanziari che governano l’Italia. E non adducano a motivazione della loro permanenza tra le forze d’aggressione dei movimento di difesa di chi lavora e delle loro terre il fatto di dover combattere la propria disoccupazione. Altri, tra le classi sociali lavoratrici, vivono quella condizione materiale e non per questo hanno scelto di schierarsi contro la parte di società che li ha generati. Chi è convinto di agire bene manganellando e reprimendo quanti compongono la parte sociale da cui provengono, se ne assuma le responsabilità e raccolga i sentimenti di disprezzo che chi ha subito i suoi soprusi e la sua violenza gli rivolgono.

    Brunello Fogagnoli

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