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Dignità operaia

Dignità operaia

(9 Marzo 2012) Enzo Apicella
Oggi sciopero generale dei metalmeccanici convocato dalla Fiom e manifestazione nazionale a Roma

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(Per un sindacato di classe)

La difesa dei lavoratori è possibile solo ricostruendo il Sindacato di classe

(9 Marzo 2012)

Tutto ciò che la classe operaia ha conquistato lo ha fatto al prezzo di dure lotte, con scioperi preparati e condotti come autentiche prove di forza per piegare il padronato.

Come in tutta la storia del movimento operaio, italiano e internazionale, anche nel secondo dopoguerra queste lotte costarono grandissimi sacrifici ai lavoratori, la vita stessa per decine di operai e braccianti uccisi nelle piazze dalle forze dell’ordine. Nel 1969, la più grande ondata di scioperi dopo il 1945, fruttò forti aumenti salariali e miglioramenti normativi. Lo Statuto dei lavoratori (legge 300 del 1970) – col suo articolo 18 sul licenziamento individuale – fu il prodotto e la prova dei rapporti di forza fra padronato e classe operaia a quel tempo.

Queste conquiste furono possibili anche in virtù della forte crescita economica del secondo dopoguerra. La borghesia, a fronte degli enormi profitti realizzati prima con la guerra poi con la ricostruzione, fu costretta a concedere questi miglioramenti.

Ma tutte queste conquiste – come oggi ben si vede – non erano affatto definitive. Con la crisi del 1973-’74 il trentennio di forte crescita del dopoguerra terminò e iniziò il lungo processo della crisi generale del capitalismo mondiale, di cui la crisi attuale, esplosa nel 2008, è solo un nuovo capitolo, e non certo l’ultimo.

Le cause di questa crisi sono quelle indicate da Marx nel Capitale: la sovrapproduzione e il calo del saggio del profitto. Sono le stesse ragioni che determinarono la grande crisi del 1929. Né quella né questa furono previste da alcun “grande” politico od economista della borghesia, né di destra né di sinistra, ma solo dal marxismo.

Coloro che non hanno mai creduto alla originaria previsione scientifica marxista della crisi generale del capitalismo, oggi si affannano a darne false spiegazioni e false soluzioni. La preferita è che la sua causa principale sia stata la speculazione finanziaria, e la soluzione quindi sarebbe la sua regolamentazione e il ritorno a un “sano” capitalismo fondato sulla produzione industriale. Questa contrapposizione fra un capitalismo finanziario “cattivo” e un capitalismo industriale “buono” è solo una mistificazione ideologica perché, da ormai un secolo, finanza e industria sono un intreccio indissolubile, risultato della concentrazione del capitale.

La sovrapproduzione e il calo del saggio del profitto – le vere cause della crisi – hanno origine invece nella produzione, là dove il lavoro operaio crea il plusvalore, e agiscono in maniera inesorabile perché sono implicate nelle leggi stesse di funzionamento del capitale. Il gonfiarsi a dismisura della sfera finanziaria dell’economia è invece una conseguenza della crisi: il Capitale cerca nella finanza l’illusoria realizzazione dei profitti che ha sempre più difficoltà a ottenere nella produzione, abbandonandosi alla giostra finanziaria come ad una droga che allevii la sua malattia.

La crisi perciò non solo è inevitabile ma è anche irrisolvibile: ciò che la borghesia può fare è solo rimandare il suo precipitare. Questo è quanto è avvenuto dal 1973-’74 agendo su tre leve: l’allargamento del mercato mondiale, l’aumento del debito, l’aumento dello sfruttamento della classe lavoratrice. La crescita del debito pubblico, iniziata proprio nel 1973-‘74, e l’allargamento del mercato mondiale, maturato dalla metà degli anni ’80, hanno permesso alla borghesia di utilizzare la terza leva, l’attacco alla classe operaia, con studiata gradualità, onde evitare di scatenare la reazione di una classe lavoratrice ancora in forze.

Le tappe fondamentali di questo attacco graduale disegnano l’inesorabile arretramento delle condizioni dei lavoratori: nel 1977 la CGIL inaugurò, con la “svolta dell’EUR”, la politica della “moderazione salariale”; nel 1983 iniziò l’attacco alla scala mobile con il “protocollo Scotti”, completato nel 1992 con l’accordo Amato-Trentin; nel luglio 1993 fu formalizzata la “concertazione” e varata la nuova “politica dei redditi” sul parametro della “inflazione programmata”; nel 1995 il governo Dini riuscì dove aveva fallito il precedente governo Berlusconi, facendo approvare la controriforma del sistema pensionistico; nel 1997 la legge Treu apriva le porte al precariato nei rapporti di lavoro, sanzionata e peggiorata dalla legge 30 del 2003.

Il capitalismo ha così diluito e dilazionato la crisi, ma non ha potuto fermarla: è esplosa quattro anni fa e continuerà avvitandosi in una spirale di cause ed effetti, sempre più drammatici, che condurrà alla completa catastrofe questo modo di produzione, anti-storico e inumano.

Oggi, con l’allargamento del mercato mondiale in buona parte compiuto, con il debito pubblico e privato ogni giorno più insostenibile, alla borghesia, per frenare l’avvitarsi della crisi, resta in mano sempre più solo l’arma di aumentare lo sfruttamento della classe lavoratrice.

Per questo l’attacco ai lavoratori perde la precedente gradualità divenendo sempre più duro e frontale: si porta un nuovo brutale colpo alle pensioni, si lavora alla demolizione del contratto nazionale, si mette in cantiere una “riforma” del mercato del lavoro per levarsi dai piedi l’articolo 18 e rimaneggiare i cosiddetti ammortizzatori sociali (cassa integrazione e mobilità). Non esiste “diritto” che la borghesia non sia pronta a sacrificare sull’altare dell’economia capitalistica.

Tutto questo dimostra il fallimento del sindacalismo di regime. La CGIL, fin dalla sua ricostituzione “dall’alto” col “Patto di Roma” del 1944, nacque “di regime”, ossia votata a subordinare le necessità dei lavoratori alle necessità del capitale, fatto – allora ed oggi – ideologicamente camuffato con la formula del “bene del paese”. Ma la sua base operaia conservava allora ancora integre grandi tradizioni di lotta che le permisero di utilizzare quel sindacato per le proprie battaglie e lasciavano ancora aperta la possibilità di una cacciata della dirigenza opportunista.

La fondamentale opera anti-operaia dell’opportunismo politico e sindacale è consistita nello sradicare dalla classe lavoratrice il suo bagaglio di conoscenze, tradizioni, sentimenti e capacità di lotta. Questo processo è giunto a completamento a fine anni ’70 e da allora si è definitivamente chiusa ogni possibilità di ricondurre la CGIL ad essere un Sindacato di classe.

Questo è avvenuto insegnando ai lavoratori che andavano abbandonati i metodi della lotta di classe, perché le conquiste passate avrebbero creato un sistema di regole, tutele, diritti, valido di per sé a difendere i lavoratori: da qui gli appelli, non a organizzare la forza dei lavoratori, ma ai diritti, alla legalità, alla democrazia. In questo modo da 35 anni i lavoratori sono accompagnati da una sconfitta all’altra, e fatto ancora più grave è stata ostacolata la loro riorganizzazione ai fini della lotta.

Operai, lavoratori!

La vostra strada è una sola: difendere con la forza ciò che solo con essa avete potuto conquistare! Questo significa necessariamente spezzare i ponti con il sindacalismo di regime di Cgil, Cisl e Uil che in via di principio rifiutano di prepararvi alla lotta aperta, perché questa dimostrerebbe, ancor più delle sconfitte subite, il loro fallimento e come legalità, diritti e democrazia siano solo un castello di carta per mantenere la classe operaia pacifica e sottomessa.

Non si tratta di difendere i diritti invocandoli, ma di ricostruire la forza dei lavoratori. Questo significa costruire un’organizzazione dei lavoratori adeguata alla lotta, un Sindacato di classe.

Il Sindacato di classe ha caratteri antitetici a quelli del sindacalismo di regime propri della vera tradizione del movimento operaio:
– si deve fondare principalmente sulla attività volontaria dei lavoratori, occupati e disoccupati, non su una struttura elefantiaca di dirigenti, funzionari, dipendenti;
– non persegue il suo riconoscimento da parte delle aziende e delle associazioni padronali sulla base di regole, diritti e leggi ma su quello della forza;
– rifiuta i distacchi sindacali;
– non riscuote le quote dei lavoratori col metodo della delega, mettendo in mano al padrone la lista degli iscritti e i soldi del sindacato, ma direttamente tramite i suoi militanti sui luoghi di lavoro;
– organizza i lavoratori nelle aziende ma privilegia la organizzazione territoriale, come nella gloriosa tradizione delle Camere del lavoro (non certo quelle odierne), perché più utile ad unire i lavoratori al di sopra degli artificiosi confini fra aziende e categorie;
– privilegia le assemblee fuori dal luogo di lavoro, lontano dagli occhi delle spie aziendali;
– rifiuta ogni genere di leggi e accordi che limitino lo sciopero;
– considera ogni conquista non un “diritto”, corrispondente a un generale sentimento di giustizia della pubblica opinione in un dato periodo storico, ma un fortilizio conquistato in una singola battaglia e da cui portare avanti da posizione di forza maggiore la permanente lotta fra le classi, che si prevede giungere non a un equilibrio pacifico, ma a un progressivo inasprimento;
– non subordina gli interessi della classe lavoratrice a quelli del cosiddetto “bene del paese”, dell’economia nazionale, che altro non sono che gli interessi del Capitale;
– non lotta per rendere “migliore” e più efficiente il sistema industriale nazionale, assecondando la competizione fra lavoratori dei diversi paesi, ma persegue la unità internazionale dei lavoratori;
– ha quale strategia generale cui mai rinunciare lo sforzo continuo per condurre ogni lotta parziale verso la lotta generale di tutta la classe lavoratrice per gli obiettivi di sempre del movimento operaio: riduzione dell’orario a parità di salario; forti aumenti salariali maggiori per le categorie peggio pagate; salario ai lavoratori licenziati.

La vicenda FIAT e quella del rinnovo del contratto metalmeccanici dimostrano come ormai non esistano più gli spazi per il sindacalismo concertativo, fondato sul falso principio che gli interessi dei lavoratori siano conciliabili con quelli dell’azienda e dell’economia nazionale, cioè del Capitale. O si fa il sindacato complice, o si fa il sindacato di classe. La CGIL lo ha capito, ed ha ritrovato l’unità con CISL e UIL.

La FIOM proclama oggi 8 ore di sciopero per “rientrare in FIAT”, per il ristabilimento di “regole” democratiche e condivise fra padroni e sindacati, per un contratto nazionale unitario con FIM e UILM, cioè per tornare a quella concertazione di cui la borghesia s’è servita per 20 anni per attaccare gradualmente i lavoratori e che oggi, sotto il morso della crisi, non le basta più. La FIOM non può e non vuole porsi sulla strada del Sindacato di classe, perché in tutti questi anni non ne ha costruito le basi, restando ben dentro i confini della concertazione, e perché non può e non vuole uscire dalla CGIL. Sta ai lavoratori più combattivi porsi su questa strada sempre più urgente e necessaria.

Roma, venerdì 9 marzo 2012

Partito Comunista Internazionale

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