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Emergenza ceneri...

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(17 Aprile 2010) Enzo Apicella
La nuvola di ceneri del vulcano Eyjafjallajokull arriva sull'Italia. A Roma manifestazione in solidarietà a Emergency

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Roma 4 giugno: liberiamoci dei liberatori!!!

Contro la “civile” democrazia occidentale esportatrice di genocidi e torture.

(6 Giugno 2004)

I bombardamenti indiscriminati e le uccisioni a freddo di civili a Falluja, l’utilizzo dell’odioso metodo della tortura, dimostrano abbondantemente dove si annidano i terroristi a scala industriale, i fondamentalisti della Guerra Santa del Capitale, che non arretrano di fronte a nessun orrore per assecondare la sete di profitto del loro unico e vero Dio.

I “liberatori” dell’Iraq, non trovando sul campo forze adeguate ad esercitare il ruolo di servi degli interessi occidentali, hanno dovuto assumere in prima persona l’onere di occupanti e di aguzzini di un intero popolo, non senza il massiccio utilizzo di mercenari che, nell’epoca del credo neoliberare, si fanno portatori della civiltà e della democrazia in outsourcing.

Intanto i loro sodali israeliani proseguono l’ opera di “normalizzazione” del popolo palestinese colpevole semplicemente di esistere e di non accettare passivamente di essere annientato, per favorire i disegni egemonici delle potenze occidentali in medio oriente e dei loro cani da guardia israeliani

La crescente e sempre più unitaria resistenza popolare in Iraq ha dato un durissimo colpo all’immagine di “liberatori” degli eserciti occupanti, smascherando ancora più apertamente le ragioni di rapina e di sfruttamento che stanno dietro la guerra infinita in generale e all’aggressione irachena in particolare.

I media occidentali asserviti agli interessi delle classi dominanti non hanno esitato a dipingere la generalizzata resistenza come terrorismo per giustificare la permanenza delle truppe occupanti. Ancora oggi, di fronte all’evidente processo tendente all’unità delle diverse componenti della resistenza, prodotto dalla stessa ferocia dell’occupazione, si ha il coraggio di paventare i “pericoli” ed il “caos” derivabili da un intempestivo ritiro, come se per gli iracheni potesse esserci qualcosa di peggio dell’inferno portato dalle truppe di invasione e come se il caos non fosse proprio il risultato dell’occupazione in atto.

La legittima resistenza del popolo iracheno con la sua presenza ha dato un impulso notevole allo stesso movimento contro la guerra nei paesi occidentali, impedendo che l’occupazione cadesse nel dimenticatoio, come già avvenuto nel caso della ex Jugoslavia o dell’Afghanistan che pure sono il frutto della stessa strategia di guerra infinita. Essa ha anche determinato uno stop temporaneo alla tabella di marcia prevista dalla guerra infinita preventiva, rendendo al momento inattuabili nuove aggressioni verso altri paesi candidati al ruolo di “stati canaglia”.

Ma è altrettanto vero che se fino ad oggi le potenze occupanti non hanno potuto procedere verso una “soluzione finale” nella vicenda irachena ciò è dipeso, anche dall’esistenza di un forte movimento di opposizione che si è sviluppato in tutto l’occidente ed in particolare nei paesi della coalizione che, se non è riuscito con le sue grandiosi mobilitazioni ad impedire l’aggressione dello scorso anno, ha sicuramente reso più difficile lo scatenamento di tutto il potenziale bellico e distruttivo degli eserciti occupanti, fino ad ottenere un primo visibile risultato con la decisione del nuovo governo spagnolo di ritirare le proprie truppe.

Contro i tanti denigratori del movimento, della sua presunta inutilità, contro tutti coloro che cercano di depotenziarne i suoi connotati, per trasformarlo al massimo un’appendice di apparati istituzionali e di interessi elettorali, va quindi ribadita la giustezza delle grandiose proteste che hanno punteggiato l’aggressione all’Iraq. Queste vanno casomai rese ancora più efficaci ed incisive dando ad esse maggiore continuità e saldando le mobilitazioni contro la guerra con i crescenti fenomeni di opposizione e di resistenza alla politica interna dei nostri governi. Il militarismo crescente, la blindatura autoritaria delle istituzioni, il diffuso ricorso alla repressione di ogni dissenso sociale e politico, così come il generale attacco alle condizioni di vita e di lavoro, dalle pensioni, alla diffusione della precarietà e flessibilità, alla scuola, l’odioso regime cui vengono sottoposti i migranti, non sono “altra cosa” rispetto alla politica estera. Essi sono solo l’altra faccia dell’unica medaglia che spinge le classi dominanti a sopperire alle crescenti difficoltà del proprio sistema economico, con il ricorso a qualsiasi mezzo per difendere i propri profitti ed i propri privilegi di classe, tanto all’interno che all’estero.

Oltre alle giuste ragioni di repulsione morale ed etiche contro le aggressioni in atto, esiste quindi una oggettiva convergenza di interessi tra la resistenza del popolo iracheno e degli altri popoli del terzo mondo che si oppongono alle conseguenza della guerra infinita ed i proletari dei paesi occidentali in lotta contro le conseguenze sulla propria pelle della globalizzazione capitalistica.

La sconfitta della politica di rapina, sfruttamento, oppressione ed aggressione verso i popoli del terzo mondo, comporta un indebolimento delle possibilità delle classi dirigenti occidentali di proseguire agevolmente nell’offensiva contro i propri proletari, così come il rafforzamento delle proteste contro la guerra, volano dei profitti e causa di ulteriore rapina dei salari, e quelle in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro nei paesi occidentali, rendono più difficile realizzare quella “pace sociale interna”, condizione essenziale per proseguire impunemente nella strategia di guerra infinita dichiarata contro i popoli oppressi.

Inoltre la forte mobilitazione nei paesi occidentali contro le aggressioni neocoloniali è anche la premessa decisiva per procedere sulla strada di un confronto leale e produttivo con le diverse espressioni della resistenza e con le componenti popolari che, anche se in alcuni casi dirette da personalità religiose conservatrici o subordinate agli interessi delle classi dirigenti locali, ne fanno parte a pieno titolo.

La questione delle indiscutibili distanze di valori, di prospettive e di progettualità esistenti tra movimento no-global, no war e resistenze nei paesi del terzo mondo, è infatti spesso utilizzata come alibi per non assumersi le proprie responsabilità di netta opposizione alle aggressioni condotte dai paesi occidentali e dell’incondizionato riconoscimento del diritto alla resistenza. Se oggi non ci sono le condizioni per una identificazione tra movimento contro la guerra e resistenze contro le aggressioni imperialiste, tali differenze non vanno nascoste, ma consapevolmente assunte per lavorare però nel corso della comune lotta ad un loro proficuo e reciproco superamento in direzione di una netta prospettiva anticapitalista.

La visita di Bush in Italia e successivamente in Francia, rappresenta un tentativo di rilanciare l’immagine degli Usa come potenza liberatrice ora e nel passato, mascherando dietro la presunta esportazione della democrazia gli interessi economici, politici e militari della potenza imperialista statunitense. Essa inoltre ha lo scopo di rinsaldare i legami con il governo Berlusconi fedele alleato nella occupazione neocoloniale in Iraq, ma anche, viste le difficoltà incontrate a “normalizzare” il paese, di contrattare con le altre potenze europee (Francia e Germania) la possibilità di proseguire, magari dietro mandato Onu, l’occupazione dell’Iraq e la spartizione più “equa” del bottino petrolifero e delle commesse per la ricostruzione.

Questo tentativo di dare nuova legittimità e copertura al prosieguo dell’occupazione irachena da parte delle truppe occidentali sotto nuove insegne, rappresenta un pericolo da contrastare in maniera non meno radicale dell’invasione realizzata dall’attuale coalizione.

Il movimento contro la guerra italiano dando continuità alla sua strenua opposizione prima all’aggressione e poi all’occupazione ancora in atto, ha il dovere di continuare a protestare e manifestare nella maniera più vistosa ed ampia possibile per far sentire tanto a Bush quanto al proprio governo, la richiesta del ritiro immediato delle truppe dall’Iraq senza se e senza ma, dietro qualunque bandiera le si voglia mascherare.

FUORI LE TRUPPE DALL’IRAQ SENZA SE E SENZA ONU
LEGITTIMITÀ DELLA RESISTENZA CONTRO L’OCCUPAZIONE

IRAQ LIBERO E AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO IRACHENO

FERMIAMO LA MANO ASSASSINA DEL GOVERNO ISRAELIANO

I/le compagni/e di Red Link – redlink@virgilio.it
La redazione di Vis-à-Vis - karletto@rm.ats.it

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