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intervista ad Andrea Segre

(5 Aprile 2012)

mare chiuso

In questi giorni è stato presentato il nuovo documentario prodotto da Zalab e girato da Andrea Segre e Stefano Liberti sui respingimenti in mare messi in atto dal governo italiano. In occasione dell’uscita di Mare Chiuso in diverse sale abbiamo intervistato Andrea Segre sulle motivazioni che li hanno spinti a scegliere questo tema e su quale ruolo può avere l’opera documentaria e cinematografica in questo contesto di razzismo diffuso.



(per consultare il calendario delle proiezioni di Mare Chiuso potete consultare Zalab.org)

Filippo­ Enseki: In Mare Chiuso vengono raccontati i respingimenti in mare messi in atto dal governo italiano nel Mediterraneo, perché avete scelto questo tema per il film?

Andrea Segre: Perché è il punto più basso d’inciviltà a cui è arrivato questo paese. Perchéall’interno di un contesto europeo, in cui c’è di fatto una pressione finalizzata ad aumentare le politiche sulla sicurezza, abbiamo toccato un punto veramente basso e preoccupante d’inciviltà. Rispetto a questo non solo c’è stato un ampio consenso popolare ma c’è stata anche una forte censura da parte degli stessi che avevano ottenuto questo consenso: un cortocircuito molto grave di deficit democratico e di barbarie.

F.: Cosa intendi con “censura”?

A.: Da una parte, hanno cantato vittoria per il successo dell’operazione respingimenti, che gli permette di impedire, di bloccare l’invasione su Lampedusa; dall’altra però non hanno detto che cosa erano questi respingimenti, non hanno detto chi erano le persone, non hanno confrontato quel consenso con la realtà di quell’operazione. Perché, e questo riguarda un po’ tutta la retorica e la comunicazione politica sull’immigrazione, si riescono a sostenere queste posizioni quando ci si confronta non con le storie reali delle persone ma con i dati, le quantità e la spersonalizzazione dei protagonisti di quei viaggi. Se ci fosse un confronto, secondo noi necessario ma oggi impossibile, tra John Bekit, Semre e i politici quelle decisioni sarebbero ben diverse.

F.: In che senso un confronto diretto fra di loro?

A.: Una cosa è dire che bisogna respingerli, altra cosa è dire: “Semre è giusto che tu non veda tua figlia”. Infatti, anche storicamente, tutte le violazioni dei diritti e le ingiustizie passano attraverso l’annullamento dell’identità delle persone a cui vengono imposte: è una delle operazioni fondamentali per chi vuole applicare quelle leggi indisturbato.

F.: Maroni ha detto che con gli immigrati bisogna essere cattivi non c’è bisogno di buonismo. Cosa ne pensi? Era diretto proprio alla persona, non solo retorica...

A.: È sempre quel “con gli immigrati” che cambia, dire: “con Zegai – madre di due figli e incinta – bisogna essere cattivi” sarebbe ben diverso. Non ho dubbi che si potrebbero raccogliere consensi anche su questo, oggi siamo arrivati a un punto talmente alto di distrazione dal rispetto dell’essere umano. Questo perché sono andati talmente oltre... sarebbe, però, un consenso ben diverso e molto più complesso da ottenere. D’altra parte i respingimenti hanno avuto un consenso ampio anche tra fasce progressive della società.

F.: D’altra parte siamo arrivati ai respingimenti e al Pacchetto Sicurezza passando per la Bossi-Fini ma anche per le iniziative dei governi di centro-sinistra come l’apertura dei Cpt e la Turco-Napolitano.


A.: Il quadro europeo è quello della fortezza e delle politiche per la sicurezza: grandi finanziamenti e grandi strategie per impedire gli ingressi. È il quadro dentro al quale s’inserisce questa operazione che ha provato, senza riuscirci, a spingersi oltre e a cercare di imprimere quella che Maroni chiamava una svolta strategica, quella di permettere l’espulsione collettiva via mare. Molti governi hanno guardato con interesse pensando che se fosse passata in Italia sarebbe stato un vantaggio per tutti. Non solo in Europa ma un po’ d’appertutto, è per questo che la sentenza della Corte Europea è stata oggetto di attenzione da parte di molte organizzazioni internazionali, molto più che in Italia. Perché rischiava di aprire una possibilità di azione contro la Convenzione di Ginevra che avrebbe veramente significato una svolta pesante. Svolta che a molti governi farebbe comodo, penso all’Australia rispetto ai flussi dall’Indonesia o a tante altre situazioni in cui poterli fermare, non doverli identificare e rimandarli indietro in blocco risolverebbe tanti problemi.



F.: Pensando alla questione della personalizzazione volevo chiederti di parlare delle motivazioni che ti hanno portato a scegliere di dedicare gran parte del tuo lavoro, penso a Come un uomo sulla terra a Io sono Li, alle vite di chi arriva in Italia da altri paesi. Perché parlare di loro?



A.: Perché mi aiutano a raccontare l’età contremporanea e l’Italia nell’età contemporanea. In maniera forte, mi aiutano a smascherare delle contraddizioni, alcune delle quali vanno al di là del tema immigrazione: quando parli di Rosarno con Il sangue verde, non parli solo dell’immigrazione, parli della trasformazione della nostra società e quando parli del fatto che noi siamo disposti a respingere donne, uomini e bambini pur di salvarci tra virgolette parli della trasformazione della società ed è quello che mi interessa capire ed osservare. L’altro motivo è perché ho viaggiato molto nei paesi di provenienza dell’immigrazione e ho conosciuto delle storie reali, e quando le conosci fai fatica ad accettare il pensiero unico mediatico e politico e cerchi allora di contrapporgli le storie vere che hai incontrato.



F.: A dicembre l’assassinio di Mor e Modou a Firenze, poi a gennaio l’uccisione di Joy e di Zhou Zheng a Roma. Cosa pensi del clima di razzismo in questo paese?



A.: È un’errore ricondurre al razzismo l’omicidio di Joy e Zhou Zheng. Io vivo nel quartiere dove sono stati uccisi, se noi lo riconduciamo a dinamiche razziali facciamo il gioco di chi soffia sul razzismo. In realtà sono dinamiche criminali che hanno a che fare con il quaritere di Torpignattara da almeno quarant’anni e hanno attraversato varie comunità. E ciò non vuol dire che Joy e Zhou Zheng fossero dei criminali, loro erano solo pedine colpite da altri meccanismi, e chi vive a Torpignattara sa bene che due pallottole in una strada chiusa non sono un’errore o l’azione di due balordi, sono l’indicazione molto chiara che un territorio è stato invaso e qualcuno per questo viene colpito.



F.: D’altra parte i commenti della stampa – il cinismo verso la comunità cinese, verso i cinesi in generale – sono stati abbastanza sintomatici di quello che viene ritenuto il valore della vita degli immigrati, non credi?



A.: Quello che è successo di molto significativo rispetto a quell’episodio è stata la grande manifestazione dei cinesi che c’è stata il giorno dopo. C’erano 10.000 cinesi in piazza, è una novità assoluta: significa che la comunità cinese in Italia è ormai ben lontana da quell’idea di comunità chiusa, che non si esprime. Ormai è cambiata e siamo noi ad essere ancora legati a quell’idea, e sicuramente quell’idea veicola anche gli stereotipi a cui facevi riferimento tu e che sminuiscono il valore delle vite.
Altra questione è quella di Firenze, che è sicuramente legata a un folle, che ha però trovato coraggio in ambienti estrema destra che negli ultimi anni sono riusciti ad avere uno spazio di azione maggiore e a sfruttare a proprio favore alcune condizioni sociali. Bisogna stare attenti però a non ingigantire questi ambiti perché a volte si rischia di dargli più potere di quello che hanno, ciò non toglie che vadano assolutamente denunciati, fermati, eliminati. Anche se è più grave la parola d’ordine “bisogna essere cattivi con gli immigrati” da parte del Ministro degli Interni.



F.: Quale ruolo pensi possano giocare l’opera documentaria e cinematografica rispetto a questo contesto?



A.: Raccontare le persone, contrapporgli i messaggi demagogici a sfondo xenofobo e creare un contesto per quel dialogo impossibile fra persone reali e poteri demagogici permette di diffondere un po’ di attenzione e coscienza rispetto a temi su cui si rischia di accettare la distrazione mediatica come un canale di non conoscenza. Credo che questo abbia un ruolo importante: l’attenzione che riceviamo credo stia a significare che quello che stiamo facendo trova tanta attenzione da parte di una società civile che sente l’esigenza di non accettare il pensiero unico. In questi giorni riceviamo tantissime richieste di proiezione e continuano a essere proiettati tutti gli altri nostri film. E così, come noi, tante altre persone che non accettano che quel pensiero unico, che quel potere che ha anche un forte appoggio nel deficit di libertà d’informazione in questo paese sia l’unica strada possibile. L’attenzione e le proposte di collaborazione su questo fronte sono veramente tante e ci fanno ben sperare, anche se poi sappiamo che chi sfrutta la paura ottiene più facilmente consenso e più facilmente potere, e così fa molto male alla società.

Filippo Enseki - La Comune

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